di Luca Chierici
Un improvviso cambio di programma causato dallo sciopero generale (che non consentiva alla Direzione scaligera di conoscere i nomi di chi partecipava o meno allo sciopero stesso) ha trasformato un concerto impaginato con precisione sul complesso arco creativo pucciniano in una ancora più ghiotta successione di arie che solo in parte entravano nel programma originale e che andavano dall’Edgar alla Turandot.
Ciò che più importava, soprattutto per il loggione e i numerosi spettatori stranieri era la presenza dei cantanti, accompagnati in questo caso dal bravissimo pianista scaligero James Vaughan che ha davvero fatto miracoli per sostenere le voci e in un certo senso offrire il giusto clima per la serata. Un cambio di programma dunque come non lo si apprezzava più da molti anni (si ricordano forse alcuni interventi pianistici di Muti in luogo di melodrammi programmati e non più andati in scena) e che ha fatto la felicità di molti, pronti ad applaudire le quattro voci. Tra le quali, quelle meno conosciute in senso divistico hanno attirato applausi più convinti di fronte a un impegno tutt’altro che trascurabile.
Il tenore Luciano Ganci, era l’unica voce non prevista nel programma originale. Cantante a tempo pieno dal 2012 quando lasciò un impiego come ingegnere che aveva coltivato parallelamente alla musica, ha alle spalle un repertorio pucciniano di tutto rispetto e si è prodotto l’altra sera tra le altre cose in «Torna ai felici dì» da Le villi e «Addio fiorito asil» dalla Butterfly mostrando una vocalità sin troppo prorompente ma di sicuro successo. Il soprano Mariangela Sicilia, fresca di Premio Abbiati per la sua presenza ne La Juive, si è rivelata più intimista ma con una voce di tutto rispetto in Edgar, in duo con Kaufmann ne La bohème, nella Rondine, in Gianni Schicchi con l’immortale «O mio babbino caro» e ancora in Turandot come Liù attirando anche in questo caso gli applausi del grande pubblico. Ma veniamo alle star che ovviamente catalizzavano gli interessi e in un caso, quello di Kaufmann, riempivano il vuoto che si era creato per la sua rinuncia al ruolo di Alvaro nella prossima Forza del destino. Kaufmann ci è sembrato in ottima forma anche se ha spesso giocato sulle sue mezze voci che creano indubbiamente un notevole fascino. La sua performance migliore è stata però accanto alla Netrebko nel quarto atto di “Manon” dove i due hanno creato veramente, sempre con l’aiuto del pianista, un clima che non aveva nulla da far rimpiangere a una messa in scena dell’opera. E grande successo ha riscosso ovviamente la Netrebko oltre che in coppia con Kaufmann, in «Quando m’en vo» dalla Bohème e nella lirica «Sogno d’or».
Non si ascoltava una serata simile da tempo, lo si è già detto, e si può dichiarare che, sempre che non diventino ancora luogo comune del teatro, operazioni del genere di tanto in tanto risvegliano successi e ovazioni di pubblico che, di questi tempi, non fanno mai male.























