di Attilio Piovano
Serata di punta per la stagione di Lingotto Musica, a Torino, in Auditorium ‘Agnelli’, martedì 11 febbraio 2025, con l’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo diretta dal ‘veterano’ Charles Dutoit (elvetico, classe 1936).
Sold out da mesi, comprensibilmente, per la presenza alla tastiera di Martha Argerich (a sua volta, classe 1941) che ha interpretato il raveliano Concerto in sol. E la sua visione di questo capolavoro, si sa, è in assoluto la più toccante, quanto meno a giudizio di chi scrive, tra quelle degli interpreti contemporanei, ma anche nel confronto con blasonati pianisti del passato recente. La Argerich profonde un’energia ineguagliabile già nel luminoso Allegramente iniziale, affrontandolo con nitore e scioltezza da manuale, vera e propria lezione di stile ad evidenziare le caratteristiche uniche di tale capolavoro. Non meno ammirevoli certi suoi abbandoni lirici e taluni strabilianti indugi che lasciano stupefatti ogni volta che la si (ri)ascolta. Idem dicasi del brillantissimo finale dove, ancora una volta, la Argerich pone a reagire stupendamente, come pochi altri, i passi di agilità in guisa di perpetuum mobile con quei tratti smagati e talora sognanti. Svelando una tecnica che non sembra aver perduto un millimetro di quando giovanissima stravinse a Bolzano, Ginevra e poi Varsavia. E dire che sono trascorsi svariati decenni, erano infatti gli Anni Sessanta del Novecento.

Ma è nel sublime Adagio che le emozioni si rinnovano ogni volta, e si resta ammirati per la qualità del tocco, la perfezione assoluta dei fraseggi, per ogni nota il giusto ‘peso’, la bellezza dell’ultimissima sezione con il pianoforte ad intessere broderies di delicatezza estrema e il tema passato in orchestra con quella sublime modulazione mozzafiato a poche misure dalla fine dell’Adagio stesso che sempre ci conduce ad altezze siderali, balsamo per l’animo (e per le orecchie) prima della brillantezza ‘terrestre’ e talora fin jazzistica (o addirittura circense), del pseudo stravinskijano Finale. Tutto ciò grazie (anche) a una esecuzione di alto livello da parte dell’ottima orchestra, magistralmente guidata dal raffinato Dutoit.
Commovente poi – dopo interminabili applausi e una vera e propria Standing Ovation – l’istante in cui la Argerich si è rivolta al pubblico, tenendo in mano un microfono, per ricordare in un perfetto italiano l’insigne e indimenticabile Maria Tipo, pianista raffinatissima e «grande pedagoga», parole sue, scomparsa ultra novantenne il giorno innanzi; ha rammentato la propria emozione di quando ascoltò la pianista italiana per la prima volta nella sua nativa Buenos Aires, interprete del Terzo di Prokof’ev, dedicandole poi, quale toccante bis, il primo brano delle schumanniane Kinderszenen (Da uomini e paesi lontani), distillandone tutta la poesia e la rarefazione timbrica. Poi, ancora a proposito di magie timbrico-coloristiche, ecco il secondo bis: la Gavotta dalla bachiana Suite inglese in sol minore BWV 808 che la Argerich ama proporre spesso a fine concerto (già a Torino l’aveva interpretata almeno una volta) e di cui si trovano mirifici video sul web. All’esattezza cartesiana delle sezioni estreme dagli arguti abbellimenti la Argerich ama contrapporre una singolare esecuzione della Musetta centrale con una stupefacente pedalizzazione che la rende alonata ed onirica, quasi pre debussiana, fascinosa e inimitabile.
Ulteriore clou della serata una interpretazione di rara intensità dei musorgskijani Quadri da una esposizione, ovviamente nella sublime versione orchestrale di Ravel, a pochi giorni dal 150° della nascita (7 marzo 1875). Dutoit, potendo contare su una compagine in eccellente forma, ha affrontato con parsimoniosa circospezione l’iniziale Promenade, regalando poi dissimili emozioni nel grottesco Gnomus dalle livide sonorità, come nell’ossessivo e simbolista Vecchio castello: nella crepitante e ialina trasparenza delle Tuileries come pure del Balletto dei pulcini e di Limoges dalla vibratile animazione. Raramente è accaduto di ascoltare Bydlo in tutta la sua pregnante e ‘cinematografica’ imponenza, così dicasi della lezione sociologica dei Due ebrei, con la repentina ‘chiusa’ che (ahinoi) esalta la sicumera tronfia e arrogante dell’ebreo ‘ricco’ resa magnificamente. Il culmine nella Grande porta di Kiev, dopo la stregonesca Baba-Yaga dalle terrificanti sonorità: un vero trionfo di ebbre sonorità, sempre controllatissime e pure eccitanti ed altisonanti con il giubilante scmpanìo.
In apertura si erano ascoltate con piacere le neoclassiche atmosfere del Tombeau de Couperin del quale è parsa ottima la fluidità leggiadra e leggera del Prélude come pure la scorrevole vivacità del Rigaudon conclusivo, posto a confronto con le acidule atmosfere della Forlane e con la grazia venata di spleen del delizioso Menuet. Qualche piccola imprecisione dei legni, in assoluto la sezione più debole di una compagine peraltro eccellente (ottoni e archi, in special modo, ma anche percussioni, arpe) non ha peraltro sgualcito la grazia un poco frale di questo capolavoro legato alla Grande Guerra.
Applausi copiosi a fine serata e, per chiudere in clima raveliano, nulla di meglio della versione orchestrale della Pavane pour une infante défunte centellinata al meglio, con quell’esprit smaccatamente francese che Dutoit è in grado di restituire in tutta la sua mirabile fragranza. Indimenticabile.























