di Luca Chierici
La Decima sinfonia di Gustav Mahler è stata proposta l’altra sera da Daniele Gatti alla testa della Filarmonica della Scala nella versione integrale che tiene conto del completamento di Deryck Cooke, o meglio, come è scritto sul frontespizio della partitura pubblicata dalla Faber Music, “a performing version of the draft for the tenth symphony”.
Ciò spiega il tipo di lavoro portato a termine da Cooke (con la collaborazione di Berthold Goldschmidt, Colin Matthews e David Matthews) partendo dalle annotazioni originali del compositore, che lasciò è vero compiuto il solo Adagio, ma che annotò la falsariga degli altri movimenti in maniera completa anche se mancante della specifica della strumentazione.
Una seconda edizione del lavoro di Cooke è stato reso necessario perché nel frattempo erano state pubblicate due altre revisioni (1983-85) da Clinton Carpenter e Remo Mazzetti che si spingono più in là nella fase di “completamento” tradendo così i presupposti del lavoro di Cooke, che tiene strettamente conto delle sole annotazioni del compositore.
L’ascolto della “versione Cooke”, pur lasciando qua e là qualche dubbio ci riporta a una magnifica immagine di quella che avrebbe dovuto essere la versione di mano di Mahler, restituendo dei momenti di commovente ammirazione per il linguaggio dell’ultimissia fase della creatività del compositore , con quelle frasi melodiche lunghissime di lacerante commozione. Gatti, che aveva già diretto più volte questa decima, ha coinvolto fino in fondo lo spirito dell’orchestra (a volte non perfettissima nel gioco degli ottoni) e ha restituito al pubblico la forte emozione che questa partitura è in grado ancora oggi di suscitare nell’ascoltatore.























