di Santi Calabrò
Fino a quando giacevano in cassapanche dimenticate, peregrinando come parti del patrimonio di varie collezioni bibliografiche, le musiche manoscritte di Vivaldi erano solo “carta che non suona”: soggetta, dunque, al pericolo di sparire del tutto, per un incendio o per un allagamento. Tanto ci ricorda Federico Maria Sardelli, protagonista dell’evento vivaldiano proposto nella stagione dell’Accademia Filarmonica di Messina, con il suo excursus sulla incredibile storia dell’inabissamento e della riemersione della musica di Vivaldi. Peraltro, lo stesso sviluppo degli avvenimenti riportati da Sardelli fa capire come la carta non sia del tutto muta, e anzi possa svelare le sue potenzialità a un occhio competente, proprio perché le partiture sono già l’opera musicale ancor prima di essere tradotte in suoni. Nel caso, l’occhio provvidenziale fu quello di Alberto Gentili, il musicologo che capì subito, negli anni ’20 del secolo scorso, di quale portata fosse il patrimonio concesso in esame alla Biblioteca Nazionale di Torino.

Tutte queste vicende sono state oggetto di un romanzo storico di successo (L’affare Vivaldi, Sellerio editore) con cui Sardelli – flautista, direttore d’orchestra, pittore e scrittore – ha impresso alla conoscenza della singolare parabola della ricezione vivaldiana un salto di qualità, in termini sia di approfondimento che di divulgazione. Sardelli si è mostrato anche capace di sollecitare i suoi talenti per impaginare un evento musicale-teatrale di grande effetto, leggendo parti del suo romanzo, quelle essenziali a ricostruire le traversie che portarono all’oblio e alla riscoperta, e alternandole con esecuzioni musicali. L’esito è tanto suggestivo quanto sorprendente. Con una sorta di mise en abîme, lo stesso romanzo di Sardelli sembra apparentarsi alla “carta che non suona”: il romanzo storico che tratta di musica trova il suo compimento perfetto nell’unione reale con la musica! La vera differenza è che il romanzo sembra più autonomo dei manoscritti vivaldiani – perché quelli che possono accostarsi a un romanzo sono più numerosi rispetto a quelli che sanno leggere la musica, e perché fra coloro che leggono la musica ve ne sono pochi che la intendono appieno anche al primo sguardo, o che provano una suggestione intensa semplicemente pensando alla musica.
In ogni caso, nella proposta di Sardelli la rappresentazione ‘multimediale’ di gran parte di ciò che è implicato nelle note musicali (storia, vissuto, sentimenti) si rivela per tutto il pubblico come un’esperienza piena, dove contenuti ed emozioni dialogano e si integrano. Il merito apparentemente è solo del Sardelli attore-drammaturgo, efficacissimo non meno del musicista, ma in realtà è il suo modo stesso di interpretare la musica di Vivaldi a favorire una rara congiunzione ermeneutica con le sorti della ricezione vivaldiana.
Il complesso Modo Antiquo, con cui ormai da decenni Sardelli diffonde in concerti e dischi il suo credo vivaldiano, suona in modo lontanissimo dall’asetticità, dalla meccanicità, dal dogmatismo che alle volte tende a insinuarsi nelle maglie dei “complessi specializzati in musica antica”. Negli andamenti veloci Modo Antiquo restituisce le progressioni di Vivaldi con trascinante vitalismo, ma l’enfasi sul ritmo armonico, condizione immanente della musica barocca, persegue sempre una logica drammatica, che si articola individuando gli snodi e gli apici con ogni tipo di risorsa dinamica (non solo dinamiche “a terrazza”, ma anche crescendo e diminuendo). E quando la sequenza motoria porta a un inciso melodico, immancabilmente esso sorge come un’apparizione: dovunque esso sia annidato nell’ordito della partitura, Sardelli scova il melos e ne esalta l’affetto. Negli andamenti lenti il Vivaldi di Sardelli e di Modo Antiquo regala perle di intensità a volte insostenibile, tanto più quando i brani sembrano le perfette colonne sonore delle sorti dei manoscritti vivaldiani, delle tragedie che accompagnarono e permisero la Vivaldi renaissance, e che la stessa musica può annodare, con un salto di oltre due secoli, alle tribolazioni della vita del compositore.
La drammaturgia coinvolgente immaginata da Sardelli è favorita da fatti documentati, in particolare da quelli del Novecento: un primo mecenate che acquista metà del lascito manoscritto, per donarlo stabilmente alla Biblioteca di Torino e alla possibilità di trarne edizioni a stampa, in memoria del figlio morto a diciassette mesi; un altro che sovvenziona l’acquisto della seconda metà ancora in memoria di un figlio, morto a undici anni; tre protagonisti maggiori della riscoperta, Alberto Gentili e i due mecenati, in fuga nel ’38 dall’Italia in quanto ebrei. Su Gentili, infine, anche lo sfregio del disconoscimento del suo intuito e del suo prodigarsi per la causa vivaldiana, quando il regime fascista trasferisce ogni merito, con una vile e abusiva attribuzione, all’Accademia Chigiana e ad Alfredo Casella.
Le note della versione strumentale di una pagina dal salmo Beatus vir RV 795, In memoria æterna, accompagnano alcuni dei momenti più commoventi dello spettacolo. L’intero programma, oltre che funzionale allo svolgimento narrativo, ha offerto una silloge di pagine vivaldiane tanto affascinanti quanto ancora poco note, comprendendo ancora il Concerto in Re minore RV 813 per violino, archi e b. c., la Sonata in Sol maggiore RV 820 per violino, violoncello e b. c., il Concerto in Re maggiore. RV 818, per Anna Maria per violino, archi e b. c., la Sinfonia dall’opera “Il Farnace”, RV 711-D. Messina ha risposto affollando il Palacultura Antonello e tributando un successo pieno e convinto.























