di Santi Calabrò
Le caratteristiche di Zlata Chochieva, pianista di solida formazione russa e internazionale, non sembrerebbero sorprendenti, vista la sua formazione. Russa, precocissima, ha studiato con Pletnëv e poi con altri grandi pianisti e didatti di mezza Europa. Con queste premesse ci si attende quello che lei effettivamente possiede e offre, a cominciare dalla predilezione per il repertorio romantico e tardoromantico, dal virtuosismo, dalla chiara resa strutturale delle gerarchie sonore e dei registri pianistici. Ma la particolarità di Chochieva è di natura quantitativa: ci sono aspetti che stentano a trovare una comparazione con altri pianisti dal ‘pedigree’ analogo. Fra essi, principalmente, il dominio tecnico e la qualità del suono.
A sentirla suonare, Zlata Chochieva sembra indifferente alle difficoltà. Si potrebbe immaginarla mentre risponde a chi le fa notare quanto un passaggio sia arduo: «sarà vero, l’ho sentito dire anch’io». Sul web, in verità, circola un video di alcuni anni fa, in cui la pianista tiene a Miami una masterclass sugli Studi di Chopin e fa riferimento ai problemi tecnici. La sua pedagogia è condivisibile e ben mostrata: se li si pensa musicalmente, spiega Chochieva, gli Studi diventano più facili. Quindi, sempre alternando o a volte sovrapponendo con nonchalance parole ed esempi, manco fossero pezzi per principianti, Chochieva esibisce gli stessi passaggi suonati prima “meccanicamente” e poi “come si deve”. A parte il risultato estetico, in entrambi i casi la sua facilità e precisione non ne risente. Assume un’espressione disapprovante mentre suona la versione più meccanica: non le piace, non si fa così! In realtà, molti già si accontenterebbero…
Quanto alla qualità del suono di Zlata Chochieva, è sempre pieno, bello, corposo. Inoltre, con le dinamiche delle parti secondarie, Chochieva fa letteralmente tutto quello che vuole: ancora, con facilità e precisione impressionanti. Gli abbonati dell’Associazione “V. Bellini” di Messina hanno potuto godere al Palacultura Antonello dell’impatto dal vivo di una musicista così dotata ed eufonica, in un programma impegnativo: nella prima parte Schumann (Studi Sinfonici op. 13) e Chopin (Scherzo op. 54), nella seconda Rachmaninov, con una scelta di Preludi (nn. 4, 7, 9, 10 dall’op. 23), le Variazioni su un tema di Corelli op. 42 e la trascrizione dello Scherzo dal “Sogno di una notte di mezza estate” di Mendelssohn.
Gli Studi Sinfonici, in apertura, mentre mostrano buona parte dell’arsenale pianistico di Chochieva, allo stesso tempo introducono nel suo “laboratorio”, lasciando apparire la fase intrigante in cui un brano è oggetto di rovello interpretativo. La pianista cerca di inserire delle novità in un’opera che esegue da tempo nel solco della più diffusa tradizione: alcune sono già a buon esito, altre forse da calibrare meglio. Tra le prime, soprattutto il Finale, in cui ogni sezione spiazza piacevolmente le aspettative. La prima esposizione del refrain, invece di essere subito rutilante e liberatoria (così fan tutti…), è resa in modo ancora coerente con la liricità di quanto lo precede: vorrà continuare così? Neanche per sogno. Al primo couplet Chochieva innesca le marce alte, e dà a questa tipica sezione in ostinato di Schumann una frenesia nuova, di per sé e in relazione alla forma. Quando arriva la ripresa del tema suona grandiosa, ma soprattutto per la sua preparazione: il tema stesso è ora più fiero, beninteso, eppure riprende il filo lirico della prima esposizione. Poi il ritorno del couplet, in altra tonalità. Ed è subito frenesia ulteriore. Infine, l’ultima ripresa e la coda: lì, chiaramente, è tutta una festa. Meno riusciti, allo stato, appaiono alcuni eccessi di indugio espressivo sul filo dello sfilacciamento della forma, soprattutto nel tema iniziale, e poco comprensibile, nelle prevalenti forme binarie del pannello schumanniano, la scelta di suonare a volte solo il ritornello della seconda parte. Nel primo caso si intuisce che Chochieva vorrebbe andare nel profondo, scavare nelle pieghe della pagina schumanniana, ma limitarsi a rallentare e meditare non sembra la strada migliore; nel secondo l’attenzione alla forma complessiva, già ben esercitata con il modo sapiente di inserire le variazioni postume, non sembra migliorare con il ritornello “inatteso”.
L’esecuzione chopiniana è magnifica. Intanto, è una buona idea quella di impaginare il programma con questo Scherzo, a chiusura della prima parte, e la trascrizione dello Scherzo di Mendelssohn a fine concerto. Lo scherzo romantico è un Giano bifronte, con un volto fiabesco e uno demoniaco. L’aspetto fiabesco guarda allo shakesperiano Sogno di una notte di mezza estate; l’aspetto demoniaco ad un sabba notturno delle streghe. Se Mendelssohn e Berlioz non hanno dubbi su dove dirigere i loro Scherzi, Chopin, pur non scrivendo musica a programma, fissa nella forma entrambe le tendenze. Tuttavia, nei primi tre Scherzi, prevale il sabba; invece, l’op. 54, fra le creazioni di Chopin, è quella che maggiormente può essere accostata, se non per influsso diretto per affinità ideale, al modo romantico di rileggere la celebre commedia di Shakespeare nel segno di un’aristocratica e volante ebbrezza vitale. Il gioco iridescente e traslucido delle sonorità, e la calda integrazione di melodia, armonia e contrappunto nella struggente liricità della parte centrale, sono le caratteristiche dominanti dell’esemplare interpretazione di Chochieva, il cui pianismo si esalta alle prese con questo “sogno” luminoso della maturità chopiniana.
Anche con i Preludi di Rachmaninov, come il copione esige, l’interprete sembra a casa sua. In particolare, il n. 4, per l’incanto dei piani sonori concomitanti, e il n. 9, per la fluidità delle doppie note, sono da antologia del pianismo. Quanto alla drammaturgia di insieme delle Variazioni su un tema di Corelli op. 42, è problematica di per sé. Anche qui l’esecuzione è di alto livello, ma non tale da superare il problema di una forma che più volte sembra andare alla conclusione e poi ci ripensa. Per questo e per altri aspetti, l’op. 42 non è il miglior risultato di Rachmaninov: forse i pianisti russi non lo vogliono sentir dire, ma l’incontro tra il barocco storico, quello metastorico e il modernismo armonico (che qui va oltre lo stile consueto dell’autore) tende a deflagrare in un “eccesso di eccessi”. Rachmaninov eseguì queste variazioni nel 1931 a Montréal per la prima volta, ma era talmente un interprete nato, anche nel captare le reazioni del pubblico, da accorciare la proposta con dei tagli improvvisati. Anche in seguito, non le suonò mai integralmente.
Dopo la brillante esecuzione del ben altrimenti felice incontro tra Rachmaninov e Mendelssohn, Chochieva si fa un po’ pregare prima del bis. Alla fine, decide per un sensuale Villa-Lobos (Valsa da dor): mostrando come la magìa sonora del pianoforte, quando è ben suonato, può persino far tollerare il passaggio dai folletti romantici al sentimentalismo sudamericano.























