di Luca Chierici
Un eccellente concerto della Filarmonica della Scala ha avuto luogo lunedì sera con un programma accattivante e un solista d’eccezione.
Direttore era Gianandrea Noseda e solista lo svizzero Francesco Piemontesi, pianista di notevoli qualità sia dal punto di vista strettamente strumentale che da quello della scelta del repertorio. Piemontesi e Noseda sono stati protagonisti di una efficacissima lettura del Secondo concerto di Liszt, che raramente abbiamo ascoltato con tanto splendore tecnico unito a una magnifica resa del lato poetico che risulta essere una struggente componente di questo Concerto.
L’unitarietà tematica è garantita in entrambi i Concerti di Liszt dal continuo ripresentarsi delle idee principali, seguendo un flusso che poco o nulla si cura degli aspetti formali del concerto classico. Il musicista lavora ai suoi due esempi più famosi già a partire dal decennio 1838-48 ma attende la maturità per portarli a compimento: il Secondo concerto, iniziato nel 1839 e terminato dieci anni dopo, vede la luce definitiva nel gennaio 1857 sempre a Weimar, regno oramai incontrastato di Liszt e del suo circolo.
Piemontesi ha commentato fin dall’inizio il tema principale (costituito dalla successione di quattro accordi che ricordano il cosiddetto tema della “magìa del sonno” nella Tetralogia) con dolcezza di arpeggi ma si è poi lanciato in un vero e proprio dialogo con l’orchestra fatto anche di interventi strumentali di difficile realizzazione. Al successo dell’esecuzione il pianista ha risposto con due preziosi bis, uno studio di Szymanowski e una trascrizione bachiana curata da Wilhelm Kempff. Il Concerto era preceduto da una sottile e poi energica esecuzione di un raro pezzo di Luigi Dallapiccola, i Due Pezzi per orchestra del 1947, seguita dalla parte orchestrale tratta dal Roméo et Juliette di Berlioz, partitura che ha dato alla Filarmonica materiale sufficiente per mettere in risalto le varie parti e a Noseda di ricreare alla perfezione il fantastico mondo di idee, spesso in contrasto tra loro, che caratterizzano la poetica berlioziana.























