di Alberto Bosco
La nuova produzione del Mitridate di Mozart andata in scena tra marzo e aprile al Teatro Real di Madrid ha riscosso un unanime consenso di pubblico e di critica. L’opera giovanile di Mozart è certamente ricca di bellezze musicali, di arie intense e articolate, attraversata da cima a fondo da uno speciale fervore, ma non si può dire che delinei una chiara traiettoria drammatica, come spesso succede con le opere serie. A differenza di altri lavori del genere quest’opera ha comunque una storia abbastanza lineare senza troppi intrighi secondari. Cionondimeno, il successo non sarebbe stato tale senza l’apporto della regia di Claus Guth e di un cast vocale di eccezionale bravura.

La regia di Guth era, come in altre sue produzioni viste in precedenza, basata su una casa girevole a due piani e con spazi che a seconda dell’orientamento della scena acquistano diverse sfumature. Ma questa volta, all’interno domestico in cui si svolge la vicenda veniva contrapposto uno spazio simbolico composto da una enorme parete ricurva crivellata di fori neri davanti alla quale si svolgono oniriche rappresentazioni dei contenuti delle arie più emotive, con l’introduzione di passi danzati e sosia dei personaggi principali. Questo trascolorare tra il realismo di tipo cinematografico delle scene domestiche al simbolismo di questo lato oscuro della casa di Mitridate ha funzionato molto bene, perché da un lato ha temperato gli eccessi di realismo descrittivo nella recitazione, sempre un po’ fuori luogo in un genere idealizzante come l’opera seria, e dall’altro, grazie al movimento fluido di attori e palcoscenico, ha sospinto anche visivamente sempre in avanti la vicenda ingolfata dalle arie chilometriche composte da un giovane Mozart desideroso di sfoggiare il suo talento.
Tutto questo non si sarebbe comunque retto in piedi se non fosse stato per le splendide prestazioni vocali dei cantanti, vera e propria ragion d’essere di questo tipo di opere, così legate alla gloriosa stagione del belcantismo settecentesco. Tra tutti svettava il trio di voci femminili composto da Sara Blanch ed Elsa Dreisig nei panni dei due innamorati Aspasia e Sifare e da Marina Monzó come Ismene. Va citato infine anche l’entusiasmo con cui Ivor Bolton ha condotto l’orchestra in quella che è stata l’ultima sua collaborazione con il teatro in veste di direttore musicale.























