di Monika Prusak
Non una maratona, come precedentemente annunciato, ma un concerto con relativamente poche composizioni inframmezzato da un ricco (ed esteso nel tempo) banchetto, ha senza dubbio lasciato segno nel pubblico agrigentino, pur offrendo poca preparazione a quella che poteva essere un’occasione interessante per avvicinare gli spettatori alla musica contemporanea.
Una cornice dalla bellezza mozzafiato, il Teatro dell’Efebo, situato all’aperto all’interno del Giardino Botanico di Agrigento che vanta oltre ventimila piante, ipogei, caverne e terrazze naturali di calcarenite, ha offerto al pubblico uno spettacolo nello spettacolo, con i colori irripetibili del tramonto e il sottofondo sonoro dell’avifauna risvegliatasi nelle ore notturne. In questa aura paradisiaca stona la presenza di un palco tradizionale da festival, che non rende giustizia né al luogo né alla rappresentazione e separa in modo innaturale lo spettatore dagli interpreti, creando un effetto che viene rafforzato ulteriormente dalla presenza delle sedie: nulla a che vedere con l’atmosfera di conversazione rilassata che immaginiamo pensando a un incontro tra i filosofi dell’antica Grecia.

È proprio l’idea della conversazione a non essere stata lontanamente contemplata, rendendo il concerto dell’ensemble austriaco una semplice performance, troppo lunga e troppo complessa per essere coinvolgente per un pubblico non addetto ai lavori. In più, l’unica presentatrice della serata ha commesso una gaffe clamorosa, affermando che non serve sforzarsi per ascoltare con attenzione, perché nella musica che verrà eseguita non c’è proprio nulla da capire, è meglio piuttosto farsi coinvolgere dai piaceri del palato. Sarebbe bastato poco per rendere il discorso più sentito e utile ai fini della migliore fruizione della musica interpretata da Klangforum in maniera eccellente: al posto di una gara di opinioni ateniese anche un semplice dialogo a tema avrebbe potuto offrire un interessante canovaccio all’intera serata.
Non tutte le composizioni si rivelano adatte al contesto di un concerto del genere, considerata soprattutto la durata della manifestazione. Ottiene una maggiore eco tra il pubblico la poco impegnativa “tritsch tratsch” – johann strauss II – great hits / a remix di Wolfgang Mitterer, suonata all’apertura: una prova di decostruzione della famosa polka straussiana, composta dal compositore austriaco per Johann Strauss 2025 Wien in collaborazione con Klangforum. Incantano l’Introduzione all’oscuro di Salvatore Sciarrino, forse l’unica composizione perfettamente idonea a una location di questa portata, e Breath di Rebecca Saunders, scritto per duo di violini, delicato e sensuale, eseguito su una terrazza naturale tra le rocce. Due notevoli composizioni Chiffre II Silence to be beaten di Wolfgang Rihm e soprattutto Himmel di Lisa Streich for large Ensemble, con i suoi accordi spettrali, non rendono perfettamente per via di un’amplificazione che non permette di coglierne le nuances. Non all’altezza delle opere sopracitate l’estesa composizione Angel Steps di Martin Smolka, né Night Music I da La création di Emmanuel Nunes. Risulta più riuscito l’intenso String Quartet op 31 di Jorge E. Lopez che, per via di un organico ridotto, gode anche di una migliore amplificazione. Dopo l’intervallo dedicato all’ultima portata del banchetto, Klangforum Wien si abbandona a una sentita interpretazione di In C del minimalista statunitense Terry Riley, per concludere in bellezza questa serata particolare, che andrebbe rivisitata e riproposta con gli stessi interpreti, ma in una veste più completa dal punto di vista filologico e con maggiore coerenza tra le composizioni rappresentate.























