di Monika Prusak
Composto da sei musicisti – Marcello Parolini (direttore artistico e musicale), Antonella Bini (flauto), Stefano Merighi (clarinetto), Elia Leon Mariani (violino), Matilde Pesenti (violoncello) e Gabriele Rota (pianoforte) – l’AchЯome Ensemble ha al suo attivo una ricca esperienza di divulgazione della musica nuova, con trentasette prime esecuzioni assolute, numerose prime italiane, commissioni e call for scores internazionali che ogni anno offrono uno spazio prezioso e visibilità a diversi compositori italiani e stranieri. Il gruppo vanta anche una prestigiosa collaborazione con l’Accademia di Brera di Milano, dove propone prove aperte mattutine per il corso di Storia della musica e del teatro, contribuendo così a una maggiore diffusione della musica contemporanea anche al di fuori della stagione bergamasca. All’attività concertistica si aggiungono workshop e masterclass di composizione i cui risultati vengono presentati al pubblico, nonché progetti interdisciplinari didattico-divulgativi che l’ensemble porta presso conservatori e licei musicali. La stagione prevede quattro concerti alternati ad altre performance dell’Associazione Musica Aperta, nell’ambito dei quali verranno presentate numerose prime esecuzioni e un confronto tra la musica di oggi e quella del secolo scorso, che necessita di essere riproposta e storicizzata.
La prestigiosa sede della stagione è lo storico Salone Alfredo Piatti, con il soffitto decorato dal pittore Francesco Domeneghini. Situato tra le mura di Bergamo Alta, l’edificio fu costruito a inizio Novecento all’interno dell’ex palazzo Monte di Pietà (la Domus Magna), sede della Fondazione MIA, del Museo Donizettiano e della Cappella Musicale della Basilica di S. Maria Maggiore. Sebbene la storia dell’edificio risalga al Medioevo, il suo aspetto attuale è frutto di ampliamenti barocchi; la sala da concerto, l’atrio e il palco furono invece realizzati nel 1904 dall’ingegnere Aristide Caccia. Il salone ospita un organo “Mascioni” del 1906, restaurato nel 2005. Nel corso della sua storia, la Sala Piatti ha avuto l’onore di ospitare interpreti del calibro di Ferruccio Busoni, Pablo Casals, Béla Bartók, Arthur Rubinstein e Arturo Benedetti Michelangeli.
Il concerto d’inaugurazione, preceduto da una lezione aperta a Brera, è stato introdotto dal musicologo Renzo Cresti, che ha dialogato con alcuni dei compositori presenti illustrando le opere in programma. Cresti ha sottolineato l’importanza di “esserci” per testimoniare gli eventi in maniera diretta, nonché la passione decennale del “mettersi in gioco” dell’Ensemble, mosso dalla necessità di instaurare una comunicazione costante ed efficace tra gli interpreti e il pubblico, base di un vero incontro artistico. È del tutto apprezzabile l’idea di chiamare sul palcoscenico i compositori coinvolti: questa scelta accorcia la distanza tra l’autore e il fruitore (spesso ampia a causa della mediazione interpretativa), permettendo a quest’ultimo di entrare nel mondo della composizione odierna con più consapevolezza e partecipazione.

La serata si è aperta con l’esecuzione di un frammento tratto da 6 Bacchiane op. 1 (1946) per violino solo di un allora quattordicenne Sylvano Bussotti, interpretato con trasporto riflessivo e delicato da Elia Leon Mariani sulla galleria posteriore della sala. La scelta delle Bacchiane costituisce un valido prologo a tutta la stagione e un omaggio all’artista poliedrico Bussotti nel quinto anniversario della scomparsa, che ricorre nel mese di settembre di quest’anno.
L’AchЯome Ensemble si divide in diversi organici ridotti per eseguire le cinque composizioni del programma, in un insieme delicato e di alto valore tecnico e artistico. La prima composizione, Di nuovo seguendo le azzurre evanescenze del tempo (1993) per flauto, violino e pianoforte del compositore e musicologo Luigi Manfrin, è un brano scritto oltre 30 anni fa e tuttavia sorprendentemente attuale. Lo stesso compositore lo spiega come un continuo approssimarsi e dissolversi del suono, un gioco tra udibile e non udibile, un suono che svanisce e diventa vibrazione interna. L’effetto di dissolvenza è rafforzato dal riferimento al colore azzurro, che evoca l’immaginazione e la metafora dello sfumare della vita stessa. L’ensemble si dipana tra i suoni delicatissimi del registro acuto del violino e i frullati e trilli evanescenti del flauto, completando il quadro con le sonorità soffuse e morbide del pianoforte, quasi fosse un’intima conversazione a tre “in sordina”.
La seconda composizione, Chimera (2023) di Davide Anzaghi, eseguita in prima assoluta, impiega un trio composto da violino, violoncello e pianoforte. Il brano appartiene al filone iniziato dal compositore nel 1984 e che egli stesso definisce come “codice pitagorico”, utilizzato nella scrittura per renderne chiara la struttura. Nessun “avventurismo” compositivo, solo le sonorità eteree e la magia del silenzio che si contrappongono a “situazioni vibratili, accenti perentori ma rispettosi” (D. Anzaghi). La composizione inizia senza fretta, quasi pigra e riflessiva, per movimentarsi sempre di più con sonorità incisive e contrastanti e un ritmo serratissimo tra i tre strumenti, concludendosi in un momento di stasi quasi debussiana. L’esecuzione di questa complessa partitura è stata diretta dal gesto puntuale di Marcello Parolini, che ha coadiuvato in sintonia perfetta i tre strumenti dell’ensemble.
Il terzo brano della serata, Trio (2013-2025) di Vito Palumbo, è stato scritto originariamente per flauto, sassofono e pianoforte, ma presentato in una nuova versione che sostituisce il sax con il clarinetto. I tre strumenti protagonisti occupano diversi livelli di azione che si sviluppano proprio da questa spazializzazione, con il pianoforte nel ruolo di generatore e i fiati come due organismi in simbiosi figurativa, in continua e graduale trasformazione. L’alternarsi del materiale sonoro porta a un momento di forte liricità ed espressività, per poi giungere a una breve coda del solo pianoforte che sospende il movimento in maniera profondamente desolante. Rispetto alla versione originale, il clarinetto di Stefano Merighi conferisce alla composizione una singolare delicatezza che ne cambia lievemente il carattere. I due fiati proseguono con un notevole affiatamento che permette al flauto di Antonella Bini di emergere nei suoni acuti con una pregevole luminosità espressiva. Il pianoforte di Gabriele Rota offre un suono vellutato che cresce in densità e tensione, per poi sospendere il tutto in una toccante coda finale.
La quarta e penultima composizione, Rain’s Embrace (2025) per quartetto, eseguita in prima assoluta, appartiene al giovane compositore cinese Po Hang Yuen (conosciuto anche come Arthur Yuen), attualmente impegnato in un PhD presso la Guildhall School of Music and Dance di Londra. La composizione è stata realizzata nell’ambito del 2° Workshop di Composizione organizzato dall’AchЯome Ensemble. Il brano, scritto dopo una pausa estiva trascorsa in Cina caratterizzata da due settimane di pioggia incessante, presenta quest’ultima come un elemento che da paesaggio esterno si trasforma in stato interiore, forgiando il senso del tempo, della memoria e dell’immobilità. Le “gocce di pioggia cadono in uno stagno, generando increspature che si sovrappongono, dissolvono e riformano” (P.H. Yuen). La composizione si distacca dalle precedenti per la freschezza e il trattamento del materiale sonoro: ogni strumento segue un proprio percorso, apparentemente scollegato e ricco di effetti nuovi e soffusi, per poi ritrovarsi lentamente in un insieme armonioso. I musicisti lavorano con grande dedizione e perfezione ritmica e timbrica, ricreando un mondo sonoro inedito e coinvolgente. Una nota di merito va alla giovanissima violoncellista dell’ensemble, Matilde Pesenti, che ha affrontato la complessa parte del violoncello con grande leggerezza e precisione.
In chiusura, l’intero ensemble ha eseguito Tonale Versöhnung (it. Riconciliazione tonale, 2025) per quintetto di Paolo Cattaneo, composizione più estesa e divisa in tre movimenti, anch’essa composta nell’ambito del 2° Workshop di Composizione. Come afferma lo stesso autore, si tratta di “riconciliazione tonale, dove il termine tonale non vuole ancorarsi a uno statuto compositivo ma aprirsi al suono inteso nella sua totalità espressiva”. Una composizione densa e di non facile approccio che ha tuttavia suscitato un grande applauso da parte del pubblico.























