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Trionfa il Macbeth diretto da Muti al Regio di Torino

Foto Mattia Gaidio e Daniele Ratti

Attilio Piovano di Attilio Piovano
28 Febbraio 2026
in OPERA
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Home OPERA
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Grande attesa a Torino, per il ritorno di Riccardo Muti, sul podio del Teatro Regio, quarta presenza in cinque anni: questa volta per dirigervi il verdiano Macbeth, con la regia firmata da Chiara Muti che, come ampiamente anticipato in interviste, incontri, conferenze stampa e quant’altro, si prefigge – riuscendovi, con pieno successo – di «immergere lo spettatore nell’inconscio del protagonista» e, più in generale, dei tormentati personaggi che vi compaiono, dando del capolavoro verdiano ispirato a Shakespeare una lettura intensa di natura per così dire, squisitamente psicanalitica. Un’opera, il Macbeth, di enorme attualità, si sa, con quella sua seducente ambiguità e «vertigine morale» già insite nell’originale shakespeareano. Un allestimento, quello del Regio, col quale la stagione torinese giunge al clou.

 

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Riferiamo della ‘prima’, la sera di martedì 24 febbraio 2026, dopo l’affollata e applauditissima anteprima giovani di venerdì 20. Complessive sette recite fino al prossimo sabato 7 marzo. L’opera viene presentata nell’edizione critica a cura di David Lawton (The University Chicago Press / Ricordi). Nuovo allestimento, di davvero forte impatto visivo (in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo) e, più ancora, di notevolissimo ‘spessore’ musicale: allestimento reso possibile grazie al contributo di Reale Mutua, che rinnova così il suo importante sostegno a progetti di indubbio valore artistico del Teatro. Scene truci e cupe firmate da Alessandro Camera (dove c’è spazio per teli neri onnipresenti, un enorme iride e per schegge di specchi fortemente simboliche e non a caso poste in relazione ai sicari), costumi intenzionalmente fuori dal tempo di Ursula Patzak, funzionali e in sintonia col tutto, animate ed efficaci coreografie a cura di Simone Valastro e ottime luci di Vincent Longuemare. Registrato dal Teatro Regio e trasmesso in Italia dalla Rai, Macbeth, verrà successivamente distribuito su scala mondiale. «Un progetto strategico – viene fatto notare dai vertici del Regio – che consentirà di fissare nel tempo una produzione di così alto profilo artistico e di amplificarne la risonanza oltre i confini nazionali». 

Di opera complessa e multiforme, tragica e buia si tratta, luogo di conflitti interiori e molto altro ancora: dove pur tuttavia, accanto al versante intimista non mancano in partitura passaggi ‘balzellanti’ solo in apparente contraddizione col testo (momenti di forte pathos nel terzo e quarto atto, culminanti in quel fantasmatico fugato che in anticipo di anni luce rispetto all’epoca di composizione, apre squarci sul ‘900). «Una storia di potere e usurpazione, è stato giustamente notato, resa fisica e concreta, dove il sangue e la colpa dilagano fino a travolgerci, mentre l’avidità del male – che tanto affascinò Verdi lettore di Shakespeare – mostra le sue conseguenze più estreme».

Che si sarebbe trattato di una serata indimenticabile lo si è compreso sin dalla magistrale esecuzione del Preludio, opportunamente a sipario chiuso, sì da svelare fin dall’incipit tutta l’intensità della partitura verdiana. Muti, compiendo un lavoro di scavo indicibile su un testo che pure frequenta da una vita intera (assegnandovi nella sua carriera di interprete un ruolo speciale e rivelando una predilezione del tutto peculiari), ha poi ha impresso ritmi aitanti, con vigorosi e brillanti accenti, dove occorre, indugiando invece in svariati passaggi e cesellando con indicibile cura mille dettagli, sicché mai è venuta meno la tensione, soffermandosi poi anche sugli aspetti più delicati e rarefatti Potendo contare sull’orchestra del Regio singolarmente reattiva, che obbediva ad ogni minimo cenno, e davvero in ottima forma, Muti ha stupito il pubblico della ‘prima’ per certi pianissimi al limite dell’udibile, più ancora per la qualità di innumeri dettagli timbrici perfettamente messi a fuoco e posti in atto, costantemente al servizio della partitura, per certi giochi chiaroscurali, certe striature utili a conseguire la corretta stilizzazione dei personaggi, sicché vibranti e maestosi clangori si alternavano a momenti di eterea delicatezza; e ancora ha impressionato come pochi altri (è il caso di dirlo) per la cura estrema del tutto (grazie ad un accuratissimo lavoro di concertazione durante le prove), per l’attenzione specialissima dedicata alle voci, e si sa che anche questo aspetto costituisce una delle peculiarità del ‘modus operandi’ del grande direttore. Insomma un calibrato dosaggio coloristico e dinamico, volto a porre in luce dettagli anche armonici e di strumentazione apparsi come inediti, quasi rigenerati: una perfetta sintonia tra orchestra e palcoscenico ha fatto di questa produzione del Macbeth una vera gioia per il pubblico, ammirato dinanzi a tante raffinatezze. Merita infine soffermarsi sulla qualità del fraseggio che Muti delinea, giustamente, con cura maniacale, ottenendo risultati in grado di innescare forti emozioni. Ottimo poi l’apporto del coro, il cui ruolo non è certo irrilevante, preparato da Piero Monti (ad esempio il terrificante sillabato in «Schiudi inferno la bocca» in bilico tra Nabucco e Messa da Requiem).

Macbeth, si perdoni l’ovvia annotazione, è opera invero difficile da mettere in scena, popolata di streghe e armigeri, punteggiata di delitti efferati, personaggi torvi, vendette e rimorsi, sete di potere, in una Scozia dilaniata dalle guerre. Le onnipresenti streghe, alter ego dell’io inconscio di Macbeth, in questa superba produzione, si muovono con forte valenza emotiva, materializzandosi e staccandosi dal terreno dove quasi non le si vedeva, abbarbicate come rocce, dapprima inanimate, quasi parte della natura stessa. Delineano un mondo impregnato di eros e thanatos. S’insinuano con pregnante carnalità in ogni dove; grazie ad una regia, quella dell’esperta Chiara Muti, di costante e notevole efficacia. «Bello è il brutto e brutto è il bello», così le Streghe shakespeareane. Ed è dalla riflessione su queste parole che prende le mosse appunto, dichiaratamente, la regia di Chiara Muti. Lecito domandarsi se esistano davvero o se siano invece una proiezione della fantasia «rappresentando la soglia tra visibile e invisibile, guardiane alla porta tra conscio e inconscio, naturale e soprannaturale sogno e realtà», ed è questa la determinante ‘chiave’ di lettura della regista.

Sul versante visivo l’allestimento si è imposto dunque fin dall’esordio, con il cratere fumante e le streghe che, in un’ambientazione gravida di mistero, subito delineano il clima espressivo del tutto (ed ecco la ridda orgiastica «Le sorelle vagabonde», mentre sul fondo ombre sinistre alludono alla battaglia, reale e dell’animo), più oltre destano impressione con quel sillabato ferale in «tre volte miagola». L’apparizione di Lady Macbeth, biancovestita, ma con mantello rosso di valore chiaramente simbolico, è stato uno dei momenti emozionanti della prima parte dello spettacolo. Altri e numerosi tratti epocali si sono poi succeduti. Tra quelli di maggior impatto la scena del banchetto dai bagliori luciferini («Si colmi il calice») dove, grazie anche agli ottimi giochi di luce, i due piani drammaturgici (e musicali beninteso) con forte contrasto si intersecano, contrapponendosi in maniera netta. E ancora il pensiero va alla direzione di Muti che ha evidenziato per l’appunto i vari e dissimili piani sonori. Tra i momenti efficaci anche le coreografie (con l’uso delle ombre cinesi sul fondo). Impossibile enumerare tutto e su tutto soffermarsi. Il grande occhio che compare sul fondo, ma altresì il letto centrale, simbolo del sonno del notturno, certo ma anche dell’incubo, sul quale bambini sopraggiungono, l’apparizione del fantasma e così pure la donna dalle candide veste calata dall’alto. Certi istanti dello spettacolo parevano quasi citazioni pittoriche, fascinose e inquietanti come in un quadro di Füssli. Rimarchevoli tra i tanti momenti topici «Patria oppressa» resa con impressionante e stupefatta fissità. Indimenticabile. In scena prevale ovviamente il nero, ma non mancano per le donne costumi in bianco, di nuovo di forte valenza simbolica. Nell’atto IV la scena si restringe a rendere palpabile i tormenti mentali di Macbeth. Di spicco la battaglia finale (la foresta che si muove) con movimenti rallentati come in una edizione cinematografica. Altro momento di grade sorpresa, la caduta dei teli improvvisa e repentina, alla morte del Re Duncan.

Nel cast  Lidia Fridman, che torna al Regio dopo il Ballo in maschera del 2024. ha giganteggiato vocalmente nel ruolo inquietante della perfida, ambigua e proteiforme Lady Macbeth assetata di potere e sempre in atto di spronare il marito titubante, poi vittima ella stessa della follia. Grande incisività e magnetismo, perfetta dizione una presenza scenica magnifica, insomma una grande prova di maturità vocale ed attoriale, la sua («Una macchia…è qui tuttora» apparsa da manuale). Molte sfumature, colori bruniti e nel contempo note acute delicatissime, quasi incorporee. Le ha ottimamente tenuto testa nel ruolo del titolo Luca Micheletti, assiduo frequentatore del repertorio verdiano, baritono e attore di straordinaria intensità scenica, assai convincente nell’intero spettacolo (esemplare «Fatal mia donna, un murmure»), soprattutto ha impressionato la sua prova eccellente nella scena delle visioni, laddove vede il fantasma di Banco (ben coadiuvato dai repentini cambi di luce cui si accennava), luci che si fanno improvvisamente livide, quasi a visualizzare le improvvise allucinazioni del protagonista abile a rendere i tormenti e le angosce del generale attanagliato dai rimorsi, dal fato e, da ultimo, dalla follia.

Ben allineati su elevati standard qualitativi gli altri interpreti: e allora il Macduff del tenore Giovanni Sala dalle belle timbrature e dal colore appropriato già applaudito nel Don Giovanni del 2022 ed altresì il generale Banco sbozzato correttamente dal basso Maharram Huseynov (avremmo voluto forse qualche sfumatura in più), reduce peraltro dal recente successo nella Cenerentola. Tra i molti, bene la dama di Lady Macbeth disimpegnata con eleganza e autorevolezza da Chiara Polese e una sottolineatura più che positiva per le voci bianche.

Spettacolo coerente, unitario e bellissimo, dunque, che ha destato enorme ammirazione in un pubblico letteralmente ‘stregato’ e soggiogato; un pubblico che non ha risparmiato vere e proprie (meritatissime) ovazioni al termine di una messa in scena salutata da protratte ovazioni, nei confronti di Riccardo Muti e della figlia Chiara, certamente; ma si sono registrati altresì applausi convinti agli interpreti, in primis la citata Lidia Fridman nonché all’intero cast. Spettacolo del quale a lungo conserveremo gradita memoria, sia per quanto attiene al versante segnatamente musicale, sia per il non meno emozionante côté visivo.

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Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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