di Attilio Piovano
Grande era l’attesa, a Torino, per il ritorno di Zubin Mehta, dopo ben sedici anni di assenza dal cartellone di Lingotto Musica; un concerto di notevole spicco artistico e, nel contempo, di significativo impatto sociale – quello che si prospettava: tenutosi a Torino, sabato 21 febbraio 2026, presso l’Auditorium ‘Agnelli’, frutto della coproduzione tra I Concerti del Lingotto (il concerto faceva parte della programmazione di Lingotto Musica per la Comunità) e la torinese Fondazione per la Cultura (MiTo): Charity Partner la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, nel 40° della Fondazione stessa.
Sold out e pubblico delle grandi occasioni. Commozione, affetto e tenerezza, in apertura, quando Zubin Mehta – classe 1936, in assoluto una delle più autorevoli, acclamate (e longeve) figure di direttore di caratura internazionale – giunto sul palco in carrozzina amorevolmente affiancato da un paio di giovani assistenti, con difficoltà ha guadagnato il podio, voltandosi poi a fatica verso la sala, salutato da ovazioni e grandi attestazioni di stima. E non è certo cosa da poco continuare a dirigere alla veneranda età di ottantanove anni (pare abbia impegni in agenda sino al 2028), affrontando un’impegnativa tournée che lo ha condotto, nel giro di pochi giorni, dapprima in Spagna (a Madrid, Barcellona e Oviedo), quindi a Torino – unica tappa italiana – alla guida della West-Eastern Divan Orchestra, per poi esibirsi la sera seguente a Vienna presso il Musikverein. Una presenza, la sua, che ha destato, comprensibilmente, grande rispetto e partecipe ammirazione. A maggior ragione, l’apparizione a Torino del grande direttore di origini indiane ha assunto uno speciale significato per il legame con la Fondazione di Candiolo, creatosi fin dal 1994, quando egli decise di sostenere la Ricerca sul Cancro con un memorabile concerto al Regio.
Beethoven e Schubert erano gli autori in programma. Tutto è filato liscio nella prima parte dell’atteso evento torinese (Leonore n. 3 e Ottava Sinfonia); poi però, nell’intervallo, Mehta ha purtroppo accusato un pur lieve malore, per fortuna risoltosi, sicché è stato per lui giocoforza rinunciare (prudenzialmente) a dirigere ‘La Grande’, in considerazione verosimilmente anche della sua vastità (dura infatti oltre 50 minuti), capolavoro che la formazione sinfonica ha con generosità accettato tuttavia di eseguire ugualmente. Attimi di ragionevole apprensione, dunque, all’annuncio da parte del direttore artistico Luca Mortarotti, poi seguiti dallo scorrevole fluire di una delle più note e amate partiture del musicista di Lichtental.
Dalla nostra postazione (in questo caso davvero privilegiata, nelle prime file, ma in posizione laterale, ottima per decrittare le mani del direttore, qualcosa sacrificando sul piano acustico) ci è stato possibile seguire con la massima attenzione per l’appunto il gesto direttoriale di Mehta; pur sobrio e contenuto, con tempi misurati, gesto sempre di indubitabile efficacia, ancorché lontano dall’esuberanza di alcuni anni or sono, rivelatore – soprattutto – di una memoria inalterata e pressoché inossidabile. Non un attimo di sia pur minima esitazione e una lucida visione interpretativa, la sua, perfettamente restituita dalla compagine orchestrale, singolare realtà sinfonica al suo esordio torinese: fondata nel 1999 da Daniel Barenboim e dallo studioso di letteratura palestinese Edward W. Said quale vero e proprio simbolo di dialogo e convivenza tra giovani musicisti israeliani, palestinesi, libanesi, siriani e più in generale del Medio Oriente, il cui nome s’ispira alla goethiana raccolta poetica West-Östlicher Divan, emblema di apertura e scambio tra Oriente e Occidente.
Della Leonore n. 3 (1806) dal drammatico pathos, la più celebre (e in assoluto la migliore senz’altro delle quattro che il musicista di Bonn compose per il Fidelio) Mehta e i giovani professori d’orchestra hanno ben posto in luce il carattere: rivelando come la celeberrima pagina riassuma magnificamente il contenuto espressivo del Singspiel beethoveniano: vera e propria glorificazione dell’amore coniugale e, al tempo stesso, manifestazione di quella fiducia illuminista nei valori dell’Uomo, nel trionfo della giustizia sulla tirannia, che l’autore della Nona, impregnato di spiriti kantiani e ideali libertari, strenuamente professò con la sua opera.
Mehta ne ha centellinato ogni nota imprimendo alla partitura compostezza ed equilibrio, nonché un velo di mestizia, non certo ingiustificato, senza mai far venir meno la giusta tensione, dall’intenso Adagio d’esordio giù giù sino al catartico epilogo suggellato da un luminoso slancio e da un olimpico do maggiore. Per chi abbia dimestichezza con il peraltro unico lavoro teatrale di Beethoven, l’intera opéra à sauvetage ci è trascorsa per così dire dinanzi agli occhi, con l’evocazione quasi ‘simbolica’ dei suoi momenti topici (la toccante aria di Florestan, il coro dei prigionieri, passaggio emblematico, la scena del carcere, la tromba lontana), vero concentrato di idealità. Una lezione di stile. Quella di Mehta e dell’intera orchestra.
Poi ecco, a seguire, idealmente quasi per par condicio, la brillante e umoristica Ottava Sinfonia condotta a termine nel 1812. Della quale Zubin Mehta, ottimamente assecondato dalla West-Eastern Divan Orchestra, ineccepibile in tutte le sue sezioni, nonché dotata di un’ammirevole coesione, ha posto in luce al meglio il peculiare esprit, senza mai forzare e lontano dagli eccessi dionisiaci che taluni imprimono invece fin dal primo movimento; e allora ecco che il celebre tema d’esordio risultava amabile e suadente come in poche altre occasioni è accaduto di ascoltare, coi contrasti timbrico-dinamici bene in vista, ma costantemente nel segno di eleganza e misura. Ogni linea melodica in evidenza, ogni emersione del timpano (saltellante sull’intervallo di ottava), cui Mehta accennava con un gesto della sinistra, ogni intervento dei legni come della pasta degli archi, tutto era all’insegna di una effusiva scorrevolezza.
Poi le arguzie dell’Allegretto scherzando, tutto burle, parodie ‘ispirate’ (quantomeno esteriormente) alle invenzioni del Mälzel, passato alla storia segnatamente per aver messo a punto il metronomo, boutades e soluzioni ritmico-melodiche che paiono in continuità con la comicità di certo Haydn. Tutto appariva nel segno di raffinatezza ed equilibrio, come pure nel Tempo di Menuetto del quale direttore ed orchestra hanno saputo svelare al meglio i legami con la classicità e, al tempo stesso, gli innegabili presentimenti di certo Schubert, sino allo squillo conclusivo di altisonanti trombe. Anche il pur scattante Finale, manifestazione di sana joie de vivre, che prende le mosse da un che di bizzarro e inatteso, musicalmente quasi informe, è parso in linea di continuità. Niente scatenamenti tellurici, ma molta efficacia e capacità di coinvolgimento: quella che solo i grandi direttori e le orchestre di livello sanno imprimere alle partiture, trasmettendo emozioni al pubblico.
Che la West-Eastern Divan Orchestra sia una formazione di elevata qualità lo ha mostrato a chiare lettere l’interpretazione della schubertiana Nona Sinfonia D 944 detta ‘La Grande’, condotta a termine nel 1828, pochi mesi prima della morte, vasta architettura dal toccante lirismo (e non solo). Con i legni bene in vista, disposti insolitamente a raggiera nella parte anteriore del palco, il primo violino Mohamed Hiber ed il primo dei secondi che governavano saldamente le sezioni degli archi, potendo contare sulla compattezza dei fiati, ecco che gli orchestrali ne hanno evidenziato al meglio l’esprit. Non una sola incertezza, né ritmica né dinamica (segno di una profonda consuetudine da parte degli interpreti con la partitura che hanno eseguito del resto di recente in torurnée), tutto in ‘presa diretta’, nitido, con i colori giusti e la corretta visione’ stilistica’. E allora: il carattere un poco misterioso dell’Andante iniziale, certe brume poi fugate dal vasto Allegro che indugia magnificamente in quelle che Schumann avrebbe definito ‘divine lunghezze’. Ammirevole il Finale, dove non vi è stato un solo istante di flessione.
Il vero clou il magistrale secondo tempo, con le sue chiaroscurate atmosfere, le delizie dei fiati, perfettamente calibrati nella loro esattezza ritmica, quel mélange di ritmi di danza e passi più cantabili, incisi smaccatamente ritmici e passaggi di fantasmatica inquietudine e opacità, trasalimenti romantici ed assertive certezze, sguardo retrospettivo a Mozart e Haydn, ma al tempo stesso aperture indicibili su certo Brahms. Tutto questo ed altro è emerso, ed è circostanza ammirevole, nell’interpretazione della Divan Orchestra: pur in assenza di Zubin Mehta, la cui assidua presenza sul podio della formazione è stato negli anni fondamentale, ovviamente, per far conseguire all’orchestra simile fluidità e ‘sicurezza’ interpretativa.
Insomma, il lavoro del direttore non è solo il momento contingente del concerto, bensì tutto quello che c’è a monte, in sede di concertazione; a sua volta il lavoro degli orchestrali non consiste solamente nel momento performativo (pur delicato e rilevante), bensì si fonda in maniera imprescindibile sul quotidiano piacere di far musica insieme: piacere che traspariva dai visi delle e degli interpreti, votati a restituirci lo spirito squisitamente viennese della ‘Grande’.
Un evento in occasione del quale «eccellenza artistica e impegno per la ricerca si sono incontrati», ideale unione di cultura e scienza: di cui il pubblico torinese verosimilmente conserverà a lungo memoria e affettuosa gratitudine, a Zubin Mehta per la sua apprezzata e pur sofferta presenza ed ai professori d’orchestra per il loro spendersi in maniera totalizzante per l’arte.























