di Monika Prusak
Adriana Mater (2005) di Kaija Saariaho, con libretto del giornalista e scrittore libanese naturalizzato francese e membro dell’Académie française Amin Maalouf, è stata eseguita per la prima volta il 3 aprile 2006 all’Opéra Bastille di Parigi, sempre con la regia di Sellars e la direzione di Esa-Pekka Salonen, registrando un clamoroso fiasco recuperato soltanto nel giugno 2023 proprio con la San Francisco Symphony.
La fatale coincidenza ha voluto che la compositrice fosse scomparsa pochi giorni prima della prova generale della performance americana, non vedendo, di conseguenza, trionfare l’opera. Sellars racconta di un enorme successo ottenuto con un lavoro di ripresa lungo e silenzioso e, in effetti, dopo l’ascolto romano non si riesce a comprendere il motivo per cui il pubblico e la critica parigini abbiano potuto non riconoscere il grande valore artistico della composizione. L’incisione dell’opera, realizzata presso la Davies Symphony Hall nel giugno del 2023, ha vinto il premio come migliore registrazione operistica alla sessantasettesima edizione dei Grammy Awards nel febbraio 2025.
L’obiettivo della compositrice è stato quello di scrivere un’opera su una madre (Sellars), concentrandosi sull’argomento con una profondità inedita e portando sul palcoscenico ciò che ne rappresenta l’aspetto più elevato: quello di dare al mondo una nuova vita. L’evento che prende il sopravvento su ogni altra cosa e che fa della protagonista una messaggera universale illuminata che vede il figlio come un’esistenza a sé che in nessun modo possa essere comandata dai fattori esterni. Saariaho non rappresenta in scena una situazione qualsiasi, bensì una nuova vita concepita attraverso una violenza (lo stupro) all’interno di una violenza più generalizzata (la guerra). Un figlio non desiderato, quindi, frutto di aggressione, tuttavia accolto e portato alla nascita. “Io solamente sento, e sento un cuore. Un secondo cuore che batte accanto al mio” esclama Adriana in risposta a sua sorella Refka che maledice la sera della violenza definendola un disastro. Ma nulla può opporsi a un messaggio di amore puro così diretto che si unisce a un secondo messaggio, del perdono, che caratterizzerà gli ultimi quadri dell’opera fino alla riconciliazione finale.
La partitura di Saariaho è caratterizzata da una scrittura tradizionale per quattro solisti, un coro misto a quattro voci, una grande orchestra, con la sezione delle percussioni molto articolata, ed elettronica. Apparentemente nulla di innovativo, eppure è del tutto nuovo il ruolo che l’orchestra e il coro hanno nella messa in scena dell’opera. L’organico orchestrale e i coristi sono infatti seduti sul palcoscenico, pur senza trasformare l’opera in un concerto. I cantanti solisti si muovono su tre piani diversi, due frontali e uno innalzato, in fondo, posizionato tra gli strumentisti. Il coro e i solisti sono provvisti di microfoni che svolgono funzioni differenti: il suono di quelli del coro viene mixato e diffuso tramite otto altoparlanti distribuiti in sala, mentre quelli dei solisti servono semplicemente per amplificare senza alcuna distorsione.
Peter Sellars legge la musica e il testo in maniera diretta ed efficace: assistiamo a una pièce di teatro contemporaneo, la cui vicenda viene trasmessa per quel che è realmente. Fleur Barron è una Adriana giovane e sicura dei suoi principi. Il suo “no” alla violenza va oltre la semplice presa di posizione politica: non scenderà a patti con un militare ubriaco, che usa la minaccia per soggiogarla. L’opera inizia da un lungo diverbio agitato tra i due, che finirà nel compimento della violenza e tra i “no” ripetuti della protagonista che risuoneranno a lungo nell’orchestra e nel coro. Ed è proprio su quel “no” che la compositrice ci fa entrare nella mente di Adriana in cui riecheggia il dolore di aver subito una violenza e l’impotenza iniziale di reagire. Ma la sofferenza dovrà ancora aumentare, perché Adriana avrà contro persino Rafka, interpretata magistralmente da Axelle Fanyo, che non comprenderà la decisione della sorella di tenere il bambino che ha nel grembo. “Un giorno il mio bambino sarà nato e lo terrò in braccio, lo allatterò al mio seno”, le risponderà la protagonista, eppure si chiederà: “Chi è questo essere che porto con me? Chi è questo essere che nutro”, “Chi è questo estraneo che abita in me? Un fratello? Un altro me? Un nemico?”. L’impossibilità di attribuire una identità al bambino che porta fa sì che Adriana non lo identifichi con la violenza subita e di conseguenza non senta la necessità di interrompere la gestazione. Tsargo di Christopher Purves si presenta inizialmente come un uomo violento, ossessionato da Adriana. Il cantante usa una voce rude e gesti adeguati, tuttavia Sellars non fa avvicinare mai i due e anche la violenza viene soltanto intuita dallo spettatore. La si percepisce soprattutto attraverso la musica, che continua ad esprimere il mondo interiore della protagonista.
Nel secondo atto conosciamo l’ultimo personaggio del dramma, ormai il figlio grande di Adriana Yonas, interpretato con grande trasporto da Nicholas Phan. Il giovane tormenta la donna con domande sul padre e infine Adriana, stremata da continue richieste, cede rivelandogli la verità. Yonas vuole vendicare la madre uccidendo il padre, ma una volta trovatosi davanti perde gradualmente la capacità di fargli del male. Il padre è cieco e si mostra trasformato: Purves usa adesso una voce lirica di una profondità commuovente ricordando la bellezza di Adriana di quando si erano conosciuti. L’opera culmina con la dipartita del padre e un momento di dolce riconciliazione tra Yonas, Adriana e Rafka che si stringono in un caloroso abbraccio. Vengono impresse nella memoria le parole della protagonista ripetute tre volte, la terza su una pausa dell’orchestra: “Quest’uomo meritava di morire… ma tu, mio figlio, non meritavi di uccidere.” La trasformazione avvenuta in tutti i personaggi dell’opera rende il testo di un’importanza universale. La forza dell’amore e del perdono non vengono presentati come valori scontati né obsoleti, ma risplendono con una forza tale da toccare l’inconscio e lasciare trasformati anche gli spettatori.
Accanto all’orchestra che segue le dinamiche interiori dei protagonisti, il coro svolge un ruolo fondamentale nel creare un sottofondo pulsante e vivo alla vicenda. Le voci sussurrano, echeggiano, commentano le parole della protagonista, a volte illustrando l’azione, altre volte riprendendo le stesse parti dei cantanti per prolungarne il suono. L’effetto che viene fuori da questa ricerca sonora è sorprendente e nuovo: veniamo catapultati senza preavviso nell’intimità dei protagonisti per tutta la durata dell’opera e non ci resta che lasciarci trasportare. L’orchestra e il coro diventano un organismo vivente, che amplifica il mondo interiore dei personaggi e la risonanza emotiva.
Accanto all’ottima preparazione dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma e all’altrettanto attenta direzione di Ernest Martínez Izquierdo, un grande plauso va alla resa eccellente del coro preparato da Ciro Visco. L’opera di Kaija Saariaho tocca temi di attualità scottante a livello globale. Per come è stata concepita a livello letterario e musicale possiamo senza dubbio considerarla un capolavoro di teatro musicale. Grazie al coraggio visionario del Teatro dell’Opera di Roma, il pubblico della capitale ha avuto il grande privilegio di conoscere questa immensa composizione.























