di Attilio Piovano
A Torino per Lingotto Musica si prospettava una full immersion brahmsiana per la sera di mercoledì 7 maggio 2025, protagonista la blasonata e ben coesa Camerata Salzburg: in programma del musicista amburghese il Concerto pianistico n. 1 op. 15 e la superba Serenata op. 11. Purtroppo, però, per un problema di salute, la prevista Hélène Grimaud ha dato forfait ed ecco che a sostituirla all’ultimo (con preavviso di un solo giorno) è giunto il sempre impeccabile e coinvolgente Alexander Lonquich che ha proposto in luogo di Brahms il Quarto beethoveniano, suonando e nel contempo dirigendo l’ensemble orchestrale, come da sua abitudine.

Beethoven è senza dubbio nelle sue corde. Dei Cinque Concerti, ha più volte proposto l’integrale con svariati complessi (dall’Orchestra di Mantova alla Münchener Kammerorchester nel recente 2024) e, quanto al sublime Quarto dal particolare colore, Lonquich dà un’interpretazione a dir poco da manuale: per intensità e capacità di emozionare ogni volta l’ascoltatore. Pianista dalle doti eccezionali, in perfetta simbiosi con l’orchestra, potendo contare su una formazione di buon livello con ottime prime parti, Lonquich ne ha esaltato tutto il potenziale. Spesso, si sa, si ascoltano direttori che vanno nella direzione opposta rispetto al solista e allora il pubblico avverte la frizione, il gap: quando un direttore e un pianista hanno concezioni interpretative differenti è pressoché inevitabile. Con un unico interprete a governare in toto l’esecuzione questo ovviamente non accade.
Pubblico folto e grandi emozioni, per l’appunto con il superbo Quarto Concerto che più volte Lonquich in intervista ha dichiarato di preferire (e si sente). La bellezza della lettura di Lonquich, pianista e direttore, convince subito tutti, per la coerenza e l’appropriatezza stilistica, per la bellezza del suono e per mille altri dettagli ancora. Qualche sguardo interrogativo per un arpeggio vistosamente esibito in apertura del celeberrimo esordio (non pare trovare riscontro in partitura, forse in qualche versione inedita… chissà, dovremo andare a rileggerci le riviste di musicologia, scoprire l’arcano e scusarci per l’ignoranza); tale iterato ‘vezzo’ di Lonquich ha peraltro il pregio di catturare subito l’attenzione e concentrare il pubblico su un’interpretazione volta a prefigurare il suono per così dire cameristico, il colore specifico, la Stimmung peculiare della partitura dedicata all’amato Arciduca Rodolfo. Interpretazione poi proseguita con il movimento centrale, quel mirifico dialogo di gluckiana memoria tra le furie orchestrali, minacciose e impavide (le avremmo desiderate ancor più aggressive), e il delicato Orfeo alla tastiera; stupendo è risultato il passaggio cadenzante, quasi anticipazione dell’impressionismo debussiano con la sinistra delirante e le iridescenze dei trilli della destra, ma senza eccessi, con molta sobrietà e pur incisiva determinazione, tutto ciò entro un movimento cesellato al meglio in tutta la sua bellezza. Da ultimo, lo sfolgorio nervoso del finale (a tratti dalla ‘rumorosa’ allure pseudo ungherese) del quale Lonquich ha molto evidenziato l’innegabile humour (così già alcuni guizzi nel primo tempo).
Dinamiche variegate, grande chiarezza di articolazione, fraseggi sciolti, tratti energetici dove occorre, uso sopraffino del pedale e un tocco davvero speciale, ma anche ben in evidenza quel ‘gioco perlaceo’ che contrassegna vistosamente il Quarto, cura estrema dei dettagli sì che il tutto è parso come rigenerato, come investito da una luce nuova, ora meridiana, ora ambrata e serotina. Grandi consensi e pubblico visibilmente entusiasta. Due i graditissimi bis. Innanzitutto, di Schumann Lonquich ha proposto la Seconda delle Novellette op. 21 restituendone tutta la fragranza e quel suo incedere come rapsodiante, poi di Beethoven ecco la sesta delle Bagatelle op. 126 in bilico tra buon umore (le sezioni estreme) ed il pathos della parte centrale. Ancora applausi scroscianti.
Invariata invece la seconda parte del programma e dunque la brahmsiana Serenata in re maggiore op. 11 che è capolavoro assoluto. Ed è sempre un piacere ascoltarla. Tutti in piedi e tutti concentratissimi sotto la guida dell’esperto Giovanni Guzzo, primo violino e maestro concertatore che le ha riservato un’attenzione specialissima, già fin dal bucolico attacco dell’Allegro: cogliendone appieno l’esprit per lo più carezzevole e l’aristocratica grazia non immemore di Haydn, ma anche ponendone in luce certe gioviali e virili accensioni, soprattutto la serenità di fondo, che nemmeno la sinuosa e cinerea opacità del primo Scherzo mettono in forse (lo spirito della danza ed un certo carattere idillico sono sottesi anche qui, specie nel bonario Trio). Irresistibili sono apparsi il grazioso Minuetto I con quel delicato tema dei clarinetti sostenuti dal bofonchiare del fagotto e il più elegiaco Minuetto II già prossimo a certo Dvořák, così pure il superbo secondo Scherzo con lo svettare cavalleresco del corno. Tempo giusto per l’intenso Adagio dal carattere Biedermeier che talora appare eccessivamente dilatato, quindi l’ottimismo del Rondò dall’incessante verve ritmica e dai colori smaglianti. Festa grande e applausi insistenti all’intera compagine dalle davvero ottime prime parti, sicché merita ribadirlo.























