Il Festival della Valle d’Itria, diretto quest’anno e per un triennio dalla compositrice Silvia Colasanti, ha per il momento e da qualche tempo rinunciato a quello che è stato il suo compito per cinquant’anni, ossia il recupero di titoli ignoti o pochissimo frequentati del repertorio lirico dal barocco all’ottocento concepiti da autori originari dell’Italia meridionale.
Si era trattato di un viaggio lungo e interessantissimo che oggi sarebbe sempre più difficile continuare a intraprendere anche a causa dei costi che quei recuperi avevano in termini di revisione di testi spesso manoscritti, impegno nel trovare voci adatte a tale repertorio, protagonisti in grado di spendere mesi di preparazione per portare a termine compiti che spesso erano limitati a poche repliche aventi luogo nella sola Martina Franca. Non è questo il primo anno dunque che il tema del Festival si è orientato verso una diversa scelta che lega partiture ottocentesche o barocche a titoli molto più vicini a noi, tutte pagine accomunate comunque dal fatto di essere di esecuzione piuttosto rara o di fare capo a versioni integrali o revisionate in base a edizioni critiche recenti. Seguendo un filone programmatico che varia di anno in anno, oggi la scelta è caduta sui temi di “guerre e pace” che sono sicuramente, purtroppo, collegati alle turbolenze attuali che sconvolgono il clima politico internazionale anche se i titoli prescelti si collegano all’assunto principale nel caso dell’opera di Britten Owen Wingrave e in quello del Tancredi, meno per quanto riguarda L’enfant et les sortilèges di Ravel.
Il Tancredi di Rossini, è stato rappresentato in una versione inedita che congiunge i due finali (quello cosiddetto “lieto” della prima veneziana e quello “tragico” dato a Ferrara nello stesso 1813). Il soggetto è collegabile al tema del Festival perché ambientato nell’anno mille in una Siracusa sconvolta dalle lotte tra siciliani, saraceni e bizantini, anche se è il tema amoroso tra Amenaide e Tancredi quello che anima il dramma. L’opera, eseguita nella edizione critica curata da Philip Gosset per Ricordi, ha avuto come protagonisti il mezzosoprano Yulia Vakula nel ruolo del titolo e Francesca Pia Vitale, soprano, in quello di Amenaide. Isaura era il contralto Hinano Yorimitsu, Argirio era il tenore Dave Monaco e Orbazzano il basso Adolfo Corrado. L’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala era diretta da Sesto Quatrini e il L.A.Chorus da Luigi Leo. Quatrini ha egregiamente dominato la complessa e lunga partitura e ha reso musicalmente credibile il passaggio tra il finale tragico e quello lieto. La Vakula si è distinta presto nel famoso “Di tanti palpiti” e, nel secondo atto, nella cavatina “Ah, che scordar non so” seguita poi dai due finali. A sua volta la Vitale ha interpretato con forza e carattere il suo ruolo nelle cavatine “Come dolce all’alma mia” e “No, che il morir non è”, nell’aria “Giusto Dio” e nei duetti con Tancredi “L’aura che intorno spiri” e “Fiero incontro!”. Dave Monaco si è distinto in “Ah! Segnar invan io tento” e Adolfo Corrado ha dato da par suo importante voce al non facile carattere di Orbazzano. Se la componente musicale di questo Tancredi ha soddisfatto il pubblico, non così si può dire per quella registica e scenica. Generalmente parlando, le produzioni Martinesi hanno quasi sempre contato su fondi limitati e quindi costretto registi, scenografi, costumisti a cercare soluzioni intelligenti che potessero far fronte a queste limitazioni, puntando sulla validità delle idee e non sulla possibilità di soluzioni dispendiose. Il regista Andrea Bernard ha inquadrato le controversie tra siciliani, bizantini e saraceni ambientando la complicata vicenda in un ambiente sconvolto dai bombardamenti (le scene erano di Giuseppe Stellato, i costumi di Ilaria Ariemme, il light designer era Pasquale Mari) dove l’eccessiva dose di elementi scenici, francamente non ottimali a vedersi, tradiva la mancanza di vere e proprie idee, confondendo spesso una minima percezione degli eventi da parte dello spettatore. Lo spettacolo ha comunque avuto una franca rispondenza da parte del pubblico, che ha sottolineato giustamente l’eccellenza del comparto musicale e la bravura dei cantanti.























