L’elemento più interessante all’interno del Festival della valle d’Itria di quest’anno è stato sicuramente la rappresentazione – prima in Italia – di Owen Wingrave, opera in due atti di Benjamin Britten su libretto di Myfanwy Piper, da un racconto di Henry James, in prima rappresentazione italiana. Anzi, Television opera, giacché il lavoro venne emesso dalla BBC il 16 maggio del 1971 e solo successivamente (10 maggio 1973) proposto al Royal Opera House, Covent Garden. A Martina Franca questo importante saggio di Britten è stato diretto da Daniel Cohen, direttore musicale dello Staatstheater di Darmstadt dal 2018.
Nel 1942 Britten, di fronte al Tribunale locale per l’iscrizione degli obiettori di coscienza aveva dichiarato chiaramente la propria posizione pacifista: “Ho dedicato la mia vita ad atti creativi, e non posso prendere parte ad atti di distruzione”. E questo assunto ha ispirato la scelta fatta da Silvia Colasanti per il programma martinese di quest’anno dedicato a “Guerre e pace”, per un’opera scritta proprio negli anni del sanguinoso conflitto del Vietnam.
Owen Wingrave è un ragazzo che cresce all’interno di una famiglia aristocratica che segue delle rigide tradizioni militari, da lui fermamente rifiutate. I membri della famiglia, in particolare il nonno Philip, la zia e la fidanzata lo processano senza successo all’interno della dimora di Paramore, fino a spingere Philip a diseredare il giovane. Owen accoglie la sfida della fidanzata che consiste nell’accettare di dormire all’interno di una stanza maledetta della dimora, nella quale in passato un giovane della famiglia era stato ucciso dal padre per non essersi battuto con un altro ragazzo che lo aveva sfidato. Il padre stesso era stato ritrovato inspiegabilmente morto all’indomani. La stessa cosa accade per Owen, che viene ritrovato senza vita a propria volta nella stanza maledetta. Il tema fondamentale dell’opera, comune a quasi tutti i lavori di Britten, è dunque quello del rifiuto da parte della società di un individuo che si ribella agli schemi della mentalità dominante.
Il regista Andrea De Rosa e lo scenografo Giuseppe Stellato si sono avvalsi di strutture metalliche mobili (le avevamo viste anche nel Tancredi messo in scena giorni prima) e di una serie di pannelli che riportavano gli antenati della antica famiglia Wingrave. Un bambino spesso presente ha lo scopo di raffigurare il ragazzo a suo tempo ucciso. In questo ambiente si muovono i parenti del protagonista, accumulando tensioni che esploderanno nel macabro finale.
Il cast, ovviamente debuttante nell’opera di Britten, ha saputo affrontare con sicurezza e bravura i caratteri in gioco nell’opera. Äeneas Humm, magnifico baritono, ha interpretato con ammirevole sapienza la difficile parte del protagonista. Kristian Lindroos, basso-baritono, era un ragguardevole Spencer Coyle; Ruairi Bowen, tenore, dava voce all’amico Lechmere. Charlotte-Anne Shipley, Lucia Peregrino, Chiara Boccabella e Sharon Carty interpretavano i ruoli di Miss Wingrave, Mrs.Coley, Mrs.Julian, Kate Julian. Daniel Cohen ha guidato con altrettanta bravura l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala e da notare è stato l’apporto del Coro di voci bianche della Fondazione Paolo Grassi diretto da Angela Lacarbonara.























