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La serata inaugurale del Festival MiTo al Lingotto di Torino

Foto (c) Gianluca Platania per MITO SettembreMusica

Attilio Piovano di Attilio Piovano
7 Settembre 2025
in CONCERTI, MiTo, RECENSIONI
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Home RECENSIONI CONCERTI
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Grande attesa – comprensibilmente – per il concerto inaugurale del Festival MiTo, edizione 2025, che si è tenuto a Torino, presso la vasta sala dell’Auditorium ‘Agnelli’ del Lingotto, la sera di mercoledì 3 settembre. Sold out, pubblico delle grandi occasioni, molte e innegabili le emozioni scaturite, ed era facile prevederlo data la presenza di un complesso del livello della Filarmonica della Scala in gran spolvero, di un pianista di gran classe e di un programma per intero orientato sul côté russo.

Sul podio il fuoriclasse Myung-Whun Chung che ha scelto di ‘aprire’ nel segno del sommo (e sovietico) Šostakovič del quale ricorre quest’anno il 50° della scomparsa, tra i grandissimi del ‘900. E allora, ecco come hors d’oeuvre il celeberrimo Valzer n. 2 dalla cosiddetta Suite per orchestra di varietà, pagina assai nota anche per l’utilizzo che ne fece Kubrick nel suo film Eyes Wide Shut. Chung ha impresso alla pagina una notevole souplesse, mettendone in luce quella melanconia di fondo, quella tenera mestizia, quel retrogusto come di rimpianto per una festa circense, strapaesana, ormai inesorabilmente trascorsa, puntando su una maggiore e più estroversa animazione, comme il faut, per la contrastante parte centrale. Tempi giusti, bei colori, ottimi fraseggi e dunque, per il pubblico, il pieno godimento di un brano tanto lineare quanto perfetto nella sua amabile concisione. E pazienza per qualche piccola imprecisione nell’entrata degli ottoni, come taluno ha notato con eccessiva severità, per qualche impercettibile sbavatura ritmica, che di fatto non hanno per nulla compromesso la messa a fuoco, stilistica ed espressiva della fortunata composizione.

Poi, per la gioia del pubblico, del tardo romantico Rachmaninov l’amatissimo Secondo Concerto per pianoforte e orchestra in do minore op 18. Ad interpretarlo è stato convocato il giovane e già agguerrito pianista nipponico Mao Fujita: che ne ha dato un’interpretazione senz’altro valida, puntando (specialmente) su eleganza e raffinatezza.

Fin dalla proverbiale e ‘iconica’ (verrebbe da dire con un abusato neologismo) sequenza degli iniziali rintocchi accordali, palestra per generazioni di interpreti, vero e proprio ‘gesto’ sonoro di immane pregnanza, Fujita ha saputo rivelare qualità di tocco davvero d’eccezione, calibrando la dinamica in maniera millimetrica e ‘timbrando’ con cura e fluidità progressiva ogni singolo accordo. E subito si è compreso (piacevolmente) che la sua non sarebbe stata una di quelle esecuzioni muscolose, atletiche e altisonanti con inutili sfoggi di virtuosismo esasperato ed acrobatico; beninteso, il giovane pianista (dal palmarès già oltremodo ricco e prestigioso) di tecnica ne ha da vendere, ma la pone al servizio di una esecuzione sempre sorvegliata e per lo più lontana dalle performances per così dire istrioniche – ahinoi – di non pochi pianisti orientali (e non solo). Fujita sa sfoderare dolci e nel contempo intensi cantabili, affronta con impagabile scorrevolezza e leggiadra scioltezza i passi perlacei di cui l’amatissimo Concerto è costellato e molto altro ancora. Il suo tocco delicato (ancorché non diafano) emerge fin dal sublime tema lirico del movimento d’esordio per poi toccare apici di intensità emotiva nel mirifico Adagio sostenuto e ancora negli esuberanti e lussureggianti passi cantabili del Finale. Un pianista che, per nostra fortuna, non abusa di sonorità esacerbate, ovvero, per dirla in modo prosaico, non ‘pesta’, e già questa è una qualità sempre più rara nel panorama tastieristico internazionale (a rischio in qualche caso di farsi sovrastare lievemente dalla compagine orchestrale), un pianista che ha saputo conferire la giusta ‘curva espressiva’ al tempo centrale, ponendone in luce quel suo peculiare mix di sensualità e melanconica rarefazione di matrice smaccatamente russa, che dell’adorato Concerto è un vero marchio di fabbrica. Buono in complesso l’amalgama fonico con l’orchestra, salvo qualche occasionale cedimento, come si anticipava, ovvero qualche piccolo squilibrio, ma è peccato veniale. Da ultimo il crepitante Allegro scherzando dove solista e direttore si sono aperti a qualche pur misurata concessione al pubblico, lungi da plateali esagerazioni, insomma un’interpretazione condotta per intero nel segno di riserbo, gusto e misura: in (ragionevole e condivisibile) controtendenza rispetto alle esasperazioni sempre più spesso poste in atto nelle pagine di Rachmaninov.

Ancora di Rachmaninov il graditissimo bis offerto da Fujita, e si è trattato del Primo dei Six Moments Musicaux op. 16 nella umbratile tonalità di si bemolle minore, di cui il giovane pianista ha distillato tutta l’essenza mostrandone con chiarezza il limpido conio formale tripartito. Applausi scroscianti e convinti, a nostro avviso del tutto meritati.

Piatto forte della serata la čajkovskijana Sesta Sinfonia ‘Patetica’ che inizialmente, a nostro avviso, stentava un poco a decollare. Chung ha subito fatto intendere che la sua è una lettura intimista, volta a privilegiare le mezze tinte e le sfumature tenui. Ovviamente ha sfoderato toni drammatici ed atmosfere tese dove occorre, per dire in apertura dello sviluppo con quella sorta di anacoluto musicale introdotto da un lancinante fortissimo e così pure in non pochi altri passi, evitando pur tuttavia di insistere sul pedale di quella «febbrile agitazione» palpabile in non pochi tratti della partitura alla quale spesso indulgono a piene mani non pochi altri direttori. Anche nell’Allegro con grazia Chung ha mantenuto toni delicati e movenze assai trattenute, rischiando di sgualcire un poco (ma solamente un poco) la grazia frale di questo celeberrimo movimento di Valzer, curiosamente nell’inconsueto metro di 5/4 che è scivolato via senza regalare eccessive emozioni, soprattutto senza mostrare quegli abbandoni sul versante più frivolo che del musicista russo sono talora peculiari. Ma poi ecco le incandescenze della sonante Marcia che, immancabilmente, con il suo aitante e trascinante incedere, innesca l’applauso (non solo da parte di neofiti e vip poco avvezzi a frequentare le sale da concerto), e Chung, sia pure (forse) lievemente contrariato, non si è pur tuttavia sottratto alla manifestazione di entusiasmo evitando (giustamente) di zittire la fascia di pubblico più esuberante che non ha saputo trattenersi. Nel complesso Chung in questo terzo movimento ha saputo trovare colori variegati ed assai screziati, giocando di fraseggi, ampi crescendi e disseminando l’esecuzione di un certo qual humour di fatto sotteso alla partitura. Sicché il contrasto con la tragicità immanente del Finale è emersa al meglio in tutta la sua possanza. Il pubblico ha potuto così un’ultima volta ammirare l’innegabile bravura delle prime parti della Filarmonica scaligera (in tutte le sue sezioni), a conti fatti con l’Accademia di Santa Cecilia e l’OSNRai da collocare nelle primissime postazioni tra le orchestre nazionali, apprezzandone il bel cantabile nelle ultime emersioni melodiche, prima del luttuoso pulsare che chiude il capolavoro all’insegna di una nera e sconsolata tetraggine. Lunghi istanti di commosso silenzio, come giusto, e poi il consenso vivace del pubblico di fronte ad un’interpretazione pur di buon livello che, in tutta sincerità, ci ha convinto solamente in parte, per le ragioni addotte più sopra, un’interpretazione che si vorrebbe definire sobriamente virile, quasi neoclassica (se la definizione non rischiasse di risultare fuorviante), anche se un poco disomogenea (non già incoerente) tra i vari movimenti, un’interpretazione invero apprezzabile per misura, sobrietà, intenzionalmente lungi da eccessi e facili effettismi ovvero – ci sia concessa la boutade – lontana da eccessi di patetismo.

Niente bis (forse già preparato, qualcuno giurava in un Verdi già sui leggii, ma poi evitato), piccola delusione e tutti a nanna.

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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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