di Attilio Piovano
Grande successo in apertura di stagione, al Teatro Regio di Torino, la sera di venerdì 10 ottobre 2025, con la rara Francesca da Rimini di Zandonai, che proprio a Torino ebbe la sua storica première il 19 febbraio del 1914, dunque oltre un secolo fa.
Merito del Regio aver fatto le cose in grande, per questa ideale ‘ripresa’ di un titolo poco frequentato, ma oggi in netta ripresa internazionale, proponendo uno spettacolo di grande qualità e di indubbio interesse, certamente per la critica e gli studiosi (dacché l’opera, per l’appunto, non figura spesso in cartellone, né si può dire di fatto sia mai entrata stabilmente in repertorio), ma altresì per il grande pubblico, che ha mostrato di gradire una produzione di gran classe, elargendo a fine spettacolo copiosi, entusiasti e del tutto meritati applausi: al cast, al direttore, al regista, al coro, insomma a tutte le numerose componenti che hanno dato vita all’opera. E non è cosa da poco: si sa infatti quanto il pubblico delle ‘prime’, ci si perdoni un pizzico di snobismo intellettuale, di fatto privilegi di norma l’aspetto per così dire ‘mondano’, mostrandosi in genere diffidente nei confronti di titoli inconsueti se non addirittura rari. E invece il Regio era al gran completo (e fa piacere segnalare la presenza di numerosi giovani, oltre a quelli che già avevano decretato un pieno successo la sera antecedente, riservata agli under 35, per l’ormai consueta anteprima giovani), un pubblico che, altra circostanza apprezzabile, non ha abbandonato anzitempo la sala, godendosi lo spettacolo, giustamente e legittimamente, sino alla fine.

Da elogiare in primis la vigorosa e slanciata direzione di Andrea Battistoni dal gesto scorrevole, sicuro e perfettamente funzionale al risultato, una direzione raffinata e partecipe, attenta a porre in luce le più riposte sfumature timbrico-dinamiche di una partitura di innegabile bellezza e sensualità, screziata di mille finezze coloristiche; una partitura che, certo occorre ammetterlo, non regala perle melodiche indimenticabili, come per dire accade in Puccini; una partitura tuttavia che si rivela frutto di una scrittura colta ed informata, modernista e prossima semmai all’ultimo Puccini. In Francesca ci sono gli echi di Strauss e Debussy, c’è un certo gusto floreale ovvero liberty, in certe ghirlande strumentali, con vaghi echi wagneriani, ma anche numerose altre assonanze dell’ultima grande stagione europea del melodramma; di un’opera peraltro smaccatamente ‘italiana’ si tratta senza essere (troppo) verista – un poco sì – ma con tratti anche truculenti dalla vocalità talora sfogata, una vocalità che richiede agli interpreti doti eccezionali, in virtù di tessiture spesso spinte verso l’alto: né mancano i tratti di declamato, come nell’ultimo Puccini.
Ebbene, Battistoni, potendo contare sull’Orchestra del Regio in gran forma, su un cast d’eccezione, su un Coro attestato su elevati livelli, ha governato con chiarezza ed entusiasmante vivacità l’intero spettacolo, soffermandosi sui momenti di mirifica e rarefatta sospensione armonica (ce n’è più d’uno, elencarli tutti porterebbe via troppo spazio) centellinando i passaggi delicati con sonorità di arpe e celesta, e, per contro, conferendo inaudita drammaticità laddove occorre (è il caso del second’atto, volto a delineare la battaglia, e così pure del penultimo quadro).
Una direzione di grande livello (a conferma della bontà della scelta di ‘puntare’ su Battistoni quale direttore stabile del Regio), una direzione che ha privilegiato il vasto respiro, senza peraltro disdegnare di soffermarsi, lo si anticipava, su una miriade di dettagli: per dire, quella di Battistoni è stata una vera lezione di stile, nel porre in luce gli arcaismi di cui la partitura è costellata, evidenziati anche da ricercate scelte coloristiche poste in atto da Zandonai, quali il ricorso al liuto e alla viola pomposa. E qui emerge un altro aspetto: l’originalità di Zandonai che, pur essendo in buona sostanza coevo dei massimi autori della cosiddetta Generazione dell’80, rivela una sua personale cifra che non riflette le dissimili opzioni linguistiche di un Respighi, sommo orchestratore anch’egli, anzi forse ancora superiore (il simbolismo della Campana sommersa o la superba Fiamma), del modernista Casella (Donna serpente) o di un Pizzetti (per non dire del defilato Malipiero). Un musicista raffinato e dalla tavolozza policroma (come il sanguigno Alfano), sommo colorista, ovvero grande ed immaginifico strumentatore e ottimo armonista, con il senso del ritmo, anche drammaturgico, che sa concepire melodie di innegabile lirismo, benché talora di corto respiro, e sa strumentare con grande acribia.
Tutto questo ed altro ancora è emerso al meglio nella direzione di Battistoni. Certo, non tutta l’opera è allo stesso livello. Il primo atto, pur leggiadro e suggestivo, sul piano drammaturgico è lievemente fallimentare (non accade infatti quasi nulla, ma il brivido dell’innamoramento è dietro l’angolo), pur tuttavia si rivela di grande charme a livello strettamente musicale. Drammatico, e drammaturgicamente più ‘animato’ il second’atto, teso e movimentato: la battaglia tra opposte fazioni è efficace, ma soprattutto il gioco psicologico del contrasto tra risentimento e nascente amore, il turbamento dei due giovani e via elencando (ma anche l’untuoso gioco delle lusinghe da parte di Gianciotto nei confronti del bel Paolo, invidiato). Poi ecco il vero climax, vale a dire il terz’atto e la glorificazione dell’amore che ormai scocca apertamente tra Paolo e Francesca, come da tradizione dantesca ripresa da D’Annunzio. Molte emozioni poi anche nel nuovamente drammatico penultimo quadro dai tratti grandguignoleschi, col prevalere del cinismo sfrontato di Malatestino che rivela all’irruente Gianciotto la tresca tra la di lui consorte e Paolo, e così pure in chiusura: una chiusura efficace e massimamente toccante, sia sul piano teatrale (con il tragico epilogo dell’intera vicenda) sia su quello squisitamente musicale.
La prima ‘emersione’ di Francesca, occorre ammetterlo, è uno dei momenti più fascinosi dell’opera intera, un passo in cui tutto appare magicamente sospeso in un mondo iperuranio, fuori dalla realtà. Su tutto un altro registro un ulteriore momento mozzafiato è il duetto tra Malatestino ed il fratello Gianciotto. Timbricamente superbo il terz’atto, in grado di regalare indicibili emozioni. Da sottolineare anche la presenza di non pochi interludi strumentali. Certo, il libretto di Tito Ricordi, mutuato dai versi del Vate, svela tutti i suoi limiti, rivelandosi oggidì irrimediabilmente datato , con i suoi inevitabili d’annunzianesimi (il «dattero fronzuto» valga ad esempio) reboanti, vacui e dacadenti (a cominciare dalla scelta ricercata e cruschevole dei nomi, come quelli prescelti per la schiava Smaragda e per la sorella Samaritana). Detto ciò, l’opera colpisce il pubblico e la critica, giungendo a segno.
Ed ora il cast. Grande prova quella del soprano uzbeko Barno Ismatullaeva nei panni di Francesca, ammirata sia sul piano attoriale, sia sul piano vocale, pressoché perfetta nella sua parte davvero impervia (con passi insistiti e insidiosissimi nel registro acuto, che la cantante ha affrontato con sicurezza ammirevole, bella timbratura, compattezza, buona tenuta e luminosità di acuti davvero singolare). Il navigato ed esperto Roberto Alagna dalla buona proiezione, sbozza un Paolo convincente, autorevole, senza eccessi, ma con slancio e sobrietà nel contempo, è pur sempre un grande ed il pubblico lo ha festeggiato comme il faut in questo suo felice ritorno al Regio. Spesso indugia in esibiti portamenti che possono anche ingenerare un senso di (pur lieve) saturazione, ma la tecnica è tuttora salda e la voce conquista. Bene il baritono George Gagnidze nei panni del deforme Gianciotto, al quale ha conferito il giusto profilo e spessore, in non pochi passaggi. Superlativa la prova di Matteo Mezzaro (anche sul piano ‘atletico’), tenore messosi al servizio dell’ambiguo e infido Malatestino, corretto l’Ostasio del baritono Devid Cecconi; sul versante femminile assai ammirata la Smaragdi del mezzosoprano Silvia Beltrami, così come l’intero quartetto delle ancelle Biancofiore, Garsenda, Altichiara e Donella (i soprani Valentina Mastrangelo e Albina Tonkikh, ed i due ‘mezzi’ Martina Myskohlid e Sofia Koberidze,). Un plauso speciale per Valentina Boi (Samaritana) e bene, tutti allineati su un valido standard qualitativo, i comprimari maschili (Ser Toldo, giullare, balestriere, torrigiano e un prigioniero). Molto apprezzato il Coro del Regio, non meno dell’Orchestra, istruito con cura dal puntuale e impeccabile Ulisse Trabacchin. Da rilevare il ruolo timbrico del coro stesso fuori scena (nel finale del primo atto).
Andrea Bernard ha concepito una regia corretta (intenzionalmente ambientata a metà Ottocento per scelta ‘ideologica’ del regista stesso), pur senza eccessivi picchi di originalità, ma attribuendo a Francesca, non languorosa donna decadente, ma a suo modo eroina dei giorni nostri, un ruolo speciale nella conquista della libertà che va al di là del sacrificio per amore. Muove correttamente i personaggi (chissà perché il rozzo Gianciotto non viene ‘reso’ sciancato come dovrebbe), pur senza eccessi e con prevedibile allure entro lo spazio pressoché unico della stanza della protagonista, di volta in volta rifugio, luogo di ricordi eccetera. Le due sedie da cinema di periferia sul lato destro hanno di certo un loro senso, una ratio, Francesca che vede in qualche modo il suo futuro come se assistesse ad una proiezione cinematografica, ma di fatto si stenta a decrittarne un poco il significato recondito. Scene lineari ed un poco anodine quelle geometriche di Alberto Beltrame (la torre resa da una sorta di anti estetica scala antincendio), ma con un guizzo cromatico nello sbozzare il giardino, quasi una ideale tela pseudo pre-raffaellita, eletto a vero e proprio simbolo dell’innamoramento, entrop una dimensione quasi onirica. La regia gioca poi con i ponti mobili del Regio, utilizza il fuoco per qualche effetto (più o meno gratuito anche se suggestivo), si avvale dello stratagemma (un poco trito a dire il vero e francamente deja vu dei ‘doppi che in qualche caso confondono un poco e nulla aggiungono all spettacolo). Pochi, ma per lo più funzionali gli arredi (un letto simbolico ed altro ancora) in un impianto dai colori grigio-azzurri. Eclettici i costumi, tra fine ‘800 e primo ‘900, di Elena Beccaro (impossibile non notare l’attualizzazione del ruolo di Francesca nella società, grazie ad un paio di evidenti décolleté rosse); davvero ottime, molto apprezzate e raffinate le luci di Marco Alba che impreziosiscono momenti topici della vicenda.
Applausi scroscianti e molte emozioni a fine serata. Complessive sette recite sino al 23 ottobre per uno spettacolo che va a poco a poco in crescendo emotivamente, sino all’epilogo, spettacolo del quale conserveremo a lungo gradita memoria.























