di Luca Chierici
In una continua rivisitazione registica, il Falstaff che negli ultimi anni era comparso con gli interventi di Robert Carsen (2013,2015) e Damiano Michieletto (2017) è ritornato al celebratissimo allestimento di Giorgio Strehler che aveva tenuto banco dal 1980 al 2004.
Non sappiamo se l’attuale ripresa sia dovuta a una effettiva celebrazione strehleriana o alla mancanza di diritti nei confronti delle altre due pur magistrali edizioni. Sta di fatto che gran parte del pubblico che non aveva potuto ai tempi godere dell’inventiva di Strehler e delle scene e costumi di Ezio Frigerio hanno potuto in questo caso rifarsi gli occhi di fronte a uno spettacolo che ancora adesso ha molte cose da dire.
La serata ha riscosso un notevole successo di stima e non solo, anche se criticabili sono stati a nostro parere certi aspetti. Daniele Gatti ha scelto di analizzare la partitura nel dettaglio togliendo parte dell’emozione che si prova quando si ascoltano i Falstaff di annata di Toscanini e De Sabata, giocati soprattutto sull’immediatezza, sul rincorrersi del parlato, sull’umorismo così raro per un compositore ottantenne. Ne è uscita una lettura piuttosto pacata che a volte sconfinava nel grigiore e che non è stata sostenuta neanche dalla compagnia di canto, in primis dal protagonista. Ambrogio Maestri è stato un Falstaff ancora credibile ma piuttosto arrugginito: lo si è percepito soprattutto quando era alle prese con i falsetti che imitavano le voci femminili e in certe occasioni dove la voce era forzata. Miglior protagonista maschile è stato senz’altro Luca Micheletti nei panni di Ford, con un’emissione sempre chiara e comprensibile, e nei ruoli appena secondari si sono apprezzati Juan Francisco Gatell quale amoroso Fenton, il dottor Cajus di Antonino Siragusa, il Bardolfo di Christian Collia e il Pistola di Marco Spotti. Un poco sottotono (a volte incomprensibili) le voci femminili anche se sia Rosa Feola (Alice) che Nannetta (Rosalia Cid) se la sono cavata egregiamente, accanto alla Quickly di Marianna Pizzolato e alla Meg di Martina Belli. La ripresa della regìa da parte di Marina Bianchi è parsa corretta anche se si notavano certi vuoti (soprattutto nella seconda scena “padana”) che non avevamo in mente ripensando al passato.























