di Luca Chierici
I quarantotto anni che separano la nuova Norma scaligera da quella precedente del 1977 riportano alla luce una problematica che si riteneva oramai spenta, ossia la difficoltà per certo pubblico nel riconsiderare titoli celeberrimi troppo legati alla memoria di interpreti rimasti nella leggenda.
Già lo scorso anno, non in terreno scaligero, Riccardo Muti aveva mostrato come la sua lettura precisa, profonda di Norma potesse guidare al meglio il lavoro di quattro giovani direttori nel disegnare la bellissima partitura belliniana. Oggi l’attenzione di parte del pubblico non andava a questi aspetti puramente musicali bensì al confronto con le voci di un tempo. Ma tutto ciò deve avere una motivazione solamente parziale a patto che i nuovi interpreti seguano con professionalità e convinzione le linee principali del testo musicale. Il ricordo delle passate stagioni aveva di poco scalfito l’atteggiamento del pubblico nei confronti de La Traviata diretta da Muti negli anni Novanta. Oggi vi è chi trova impossibile anche solo pensare a una Norma che possa porsi a confronto con quelle passate della Callas e della Caballé.
Si è dovuto assistere dunque alle vigorose seppure limitate proteste di certo loggione che hanno poco scalfito le approvazioni degli spettatori per il canto e in genere per l’interpretazione del ruolo da parte di Marina Rebeka. Il soprano, vero drammatico d’agilità, ammaliava il pubblico già a partire da un suo «Casta diva» sognante e lunare e in seguito approfondiva il carattere del personaggio nelle passioni per Pollione, nell’amore per i figli, negli affetti pur contrastati per Adalgisa. La quale, il mezzosoprano russo Vasilisa Berzhanskaya, ha ottenuto persino più ampi consensi rispetto alla rivale per un maggiore fascino timbrico e per un’immedesimazione che forse accresce ancor più del previsto il carattere del ruolo. Al Pollione di Freddie De Tommaso corrispondeva una voce e un’interpretazione fredda e diciamo pure egoistica che sottolineava il proprio ruolo di duplice amante più che altro attento a se stesso come personaggio centrale di conquistatore non solo “politico”.
Oroveso affascinante nella sua virilità compassata era Miche Pertusi, basso che con gli anni ha acquistato morbidità e ieraticità di timbri. Omogenei alla compagnia di canto erano infine la Clotilde di Laura Lolita Perešivana, allieva dell’Accademia di perfezionamento della Scala e Paolo Antognetti quale Flavio. Il coro diretto da Alberto Malazzi affrontava con grande professionalità e sentimento un ruolo che nell’opera è davvero importantissimo. Fabio Luisi, lo avevamo già ascoltato a Martina Franca in Norma, ha oramai da tempo conquistato un ruolo importante nel repertorio lirico non solo italiano e ha saputo sottolineare tutte le caratteristiche principali del ruolo, ottenendo al termine la sua buona dose di consensi.
La regìa di Olivier Py trasporta la vicenda all’epoca della rappresentazione belliniana, ovvero agli anni Trenta dell’ottocento. Norma diventa quindi una sorta di personaggio politico italiano del primo Risorgimento e porta con sé i caratteri di un cristianesimo tale per cui ella, afferma Olivier Py, si sacrifica per i figli. L’idea già piuttosto peregrina, cui si associava anche un confronto con il mito di Medea spesso tirato in causa, ha dato luogo a un poco credibile suggerimento di un rapporto tra la protagonista e un comandante austriaco. Rapporto non risolto che porterebbe a un prolungamento del conflitto tra lombardi e stranieri. Non ha giovato a questi alambicchi il ricorrere nelle scene a una piattaforma girevole che cambiava fin troppo spesso l’ambientazione producendo effetti di scarsa omogeneità. Le scene e i costumi di Pierre-André Weitz seguivano fedelmente l’idea registica senza chiarirne appieno le linee guida. Incomprensibili sono sembrate poi le coreografie di Ivo Bauchiero.
La serata, come si è già accennato, ha avuto peraltro caratteri di successo, forse perché il pubblico si era preparato ad assistere a un deficit vocale che non ha assolutamente avuto luogo e ha espresso un forte disappunto finale solamente per il lato registico e scenografico.























