di Monika Prusak
L’inaugurazione della Stagione Concerti 2025/26 del Teatro Massimo di Palermo è stata sensazionale, avendo come protagonisti l’orchestra diretta da Timothy Brock e una pellicola cinematografica d’eccezione: Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti.
Un capolavoro assoluto per regia, cast, inquadrature, e infine, quel che ci interessa di più, le musiche. Sebbene il genio di Nino Rota non abbia bisogno di presentazioni, ascoltare le sue note dal vivo in un teatro come il Massimo — il più grande d’Italia e tra i maggiori in Europa — lascia incantati. Lo stesso vale per il film di Visconti proiettato sopra il palcoscenico: la sala diventa la cornice perfetta per immagini mozzafiato che esaltano la bellezza della Sicilia e mettono in mostra abiti d’epoca risorgimentale spettacolari. Senza dimenticare che il Teatro Massimo fu progettato dai Basile proprio nel periodo in cui è ambientato il romanzo di Tomasi di Lampedusa.
In un’intervista a La Repubblica Palermo, Brock ha descritto come un’opportunità unica l’aver potuto accedere ai manoscritti originali per questo meticoloso lavoro di ricostruzione. Il direttore ha definito “incredibile” l’esperienza di eseguire Rota proprio a Palermo con un’orchestra che ha suonato sin dalla prima prova con una naturalezza tale da sembrare che conoscesse da sempre questa partitura inedita. L’emozione di Brock è stata condivisa dal pubblico che affollava il teatro: l’orchestra ha dato il meglio di sé per espressività, timbro e compattezza. Nelle musiche di Rota c’è molto più della celebre suite di danze, e anche per questo il progetto del Massimo è un’impresa straordinaria. Rimangono impresse le scene di combattimento e le tanto amate scene di ballo. L’inserimento dei brani è sincronizzato in modo così preciso e discreto che a tratti ci si dimentica che la musica non provenga dagli altoparlanti. La direzione eloquente di Brock rafforza il pathos dei momenti salienti, rendendo l’evento un momento di grande rilievo nazionale e internazionale.

Questa eccelsa produzione invita a riflettere su cosa significhi oggi la musica del Novecento — specialmente quella della seconda metà del secolo — per gli enti lirico-sinfonici e i festival. Spesso si fatica ancora a dedicare il giusto spazio a una memoria non ancora del tutto storicizzata, ma ormai non più così recente. Prendendo ad esempio il 1963, l’anno del Gattopardo, ci troviamo in un periodo di enorme fermento che ha dato vita non solo ad avanguardie musicali, ma anche al teatro sperimentale. La paura di proporre oggi musiche apparentemente “difficili” è infondata: basterebbe introdurre e spiegare le opere per avvicinarle al pubblico, rendendo le produzioni accessibili grazie alle regie e alle tecnologie innovative oggi a disposizione dei teatri.
Non si può delegare la conservazione della memoria musicale solo ai festival specializzati, che dovrebbero occuparsi del “nuovo” e invece sono costretti a guardare indietro per coprire i vuoti di repertorio delle grandi stagioni. Questo gap è dannoso: come possono i compositori viventi sperare di emergere se il Paese non cura nemmeno la sua cultura recente? Il lavoro di ricostruzione su Nino Rota dovrebbe servire da esempio per una maggiore apertura delle istituzioni verso il passato prossimo, aprendo la strada in maniera equa anche alla pluralità della musica di oggi.























