di Attilio Piovano
Acclamato ritorno a Torino di Grigory Sokolov, dopo il successo delle ultime due stagioni: considerato unanimemente uno dei più grandi interpreti viventi, per la terza volta consecutiva ha calcato il palco dell’Auditorium ‘Agnelli’, per il cartellone di Lingotto Musica, la sera di venerdì 12 dicembre 2025.
E ci è ritornato con un raffinato programma che accostava la beethoveniana Sonata in mi bemolle maggiore op. 7, ancor tutta impregnata di umori giovanili ed echi tardo-settecenteschi, ma già contrassegnata da una scrittura affatto personale, alla ‘realtà ultima’ delle Sei Bagatelle op. 126 risalenti al biennio 1823-24, dunque successive alle ultime Sonate op. 109, 110, 111, nonché appena posteriori alle superbe e monumentali Variazioni-Diabelli op. 120 e dunque appartenenti all’estremo lascito creativo del musicista di Bonn. A seguire, il Brahms delle sublimi, giovanilissime e incandescenti Quattro Ballate op. 10, vero e proprio ciclo unitario, ad onta delle pur rilevanti differenze riscontrabili nei quattro brani, pagine impregnate di palesi umori nordici (1854), quindi le non meno incandescenti e mature Rapsodie op. 79 posteriori di ben venticinque anni. Ma andiamo senz’altro con ordine.

Pianista oltremodo introspettivo, Sokolov ha affrontato Beethoven con il suo peculiare atteggiamento interpretativo, facendosi ammirare per la pulizia del fraseggi, la sagacia nel gioco dei timbri, si da far emergere già il primo tempo in tutta la sua bellezza, con quei contrasti timbrici che sotto le dita del musicista russo, sono parsi ancora più efficaci; lo stesso dicasi del brillante finale, eseguito con estrema compostezza, lontano da facili compiacimenti, eppure con enorme capacità di resa, da manuale. Non meno emozionanti sono apparsi il toccante Largo dalla raffinata tessitura coloristica, entro il quale l’equilibrio delle sonorità e dei timbri, a dir poco sublime, è parso calibrato in maniera millimetrica, e così pure il terzo tempo, già proiettato sulle amabili atmosfere di certo Schubert. Tutto questo e altro ancora è emerso dall’interpretazione di Sokolov: una vera lesione di stile. Dacché egli ha saputo mostrare con chiaroveggente lucidità e incredibile saggezza come in questa Sonata (purtroppo solitamente trascurata dai concertisti) convivano tratti ancor tutti settecenteschi accanto a vistose quanto sorprendenti ‘aperture’ sul pianismo beethoveniano della maturità.
E allora nulla di meglio che far seguire alla giovanile Sonata op. 7 del 1797 le tarde Sei Bagatelle op. 126 cove agli ultimi ritocchi apposti alla Nona Sinfonia; pagine che Sokolov, in sintonia col suo sentire schivo e riservato, nulla concedendo ad eventuali applausi, esegue intenzionalmente senza soluzione di continuità, come a rimarcarne una certa ‘continuità stilistica’, beninteso pur con i doviti distinguo. E allora ecco che, dinanzi alla vasta platea – una platea che con una buona dose di maleducazione (di segno tutto invernale) non voleva saperne di evitare rumorosi e inverecondi colpi di tosse e indecorosi scatarramenti – sono emersi al meglio i caratteri peculiari delle singole pagine dal tono per lo più aforistico, in anticipo sull’ormai incipiente Romanticismo; e dunque l’allure delicata della prima bagatella, intimista e colloquiale, ancorché non certo dimessa, poi per contro ecco l’eccentricità bizzarria della n. 2, in sol minore, tutta contrasti ed anacoluti, ma anche cantabilità reticente che Sokolov pone in evidenza con pudore quasi verginale. Della terza, grazie al pianista russo, si apprezza un certo ‘colore’ già quasi pre schumanniano che convive mirabilmente, pur tuttavia, con analogie rispetto alle Variazioni Diabelli condividendone le singolari rarefazioni timbriche. Della quarta, icastica e vigorosa, con quella curiosa sezione centrale quasi pastorale (per via di un bordone insistito), si è apprezzata tutta l’intensità e bellezza. E ancora: indimenticabili sono apparse la cantabilità graziosa e socievole della penultima e infine la venustà della sesta tutta giocata sul contrasto tra un’idea energica ed una di natura schiettamente cantabile. Applausi copiosi al termine di una prima parte tutta beethoveniana, a significare l’apprezzamento del pubblico nei confronti di un pianista che è l’incarnazione dell’antidivismo per eccellenza. E il pubblico, o quanto meno una parte cospicua di esso, lo apprezza e lo osanna (non a torto) proprio per questo.
Tutto nel segno del sommo Brahms il prosieguo del recital. E allora ecco in primo piano le immaginifiche Quattro Ballate op. 10 delle quali Sokolov focalizza perfettamente il carattere; per dire il tono a suo modo arcaicizzante della prima, lo spirito nordico e cavalleresco della seconda, come pure la poesia timbrica della terza, che il maestro amburghese volle gratificare dell’epiteto di Intermezzo, laddove nella quarta, in assoluto la più ampia ed articolata, ogni nota aveva il suo giusto peso, ogni frase pareva distillata con quintessenziata e magistrale acribia. Da ultimo le due assai note ed eseguite Due Rapsodie op. 79 striate di malinconico spleen, ma anche punteggiate di affettuosa tenerezza. E qui Sokolov si abbandona appena un poco di più ad una espressività non già flamboyante, ma quanto meno maggiormente estroversa. Soprattutto nella seconda delle due Rapsodie, in assoluto la più celebre e amata da pubblico ed interpreti.
Come da sua abitudine, poi, a fine serata, salutata da una vera e propria standing ovation, Sokolov non si è certo risparmiato, concedendo ben sei bis: e precisamente, quattro Mazurke di Chopin (per l’esattezza l’op. 50 n. 3, poi l’op. 30 n. 1, n. 2 e n. 3) intercalate dal ‘suo’ amato Rameau (Les sauvages) e infine il coronamento del tutto nel segno del sommo Bach (il corale Ich ruf’ zu dir, Herr Jesu Christ, BWV 639, quarantunesimo dell’Orgelbüchlein). Indimenticabile.
Al valore artistico del concerto, poi, se ne è aggiunto un altro di non minor entità, vale a dire la finalità filantropica. E dunque la presenza della Fondazione La Stampa Specchio dei tempi quale Charity partner della serata, con la quale prende l’avvio il programma ‘Lingotto Musica per la Comunità’. «Con questa iniziativa – afferma Paola Giubergia, neo Presidente di Lingotto Musica – intendiamo porre la forza della musica al servizio del territorio, offrendo ai nostri concerti una dimensione che vada oltre l’esperienza artistica e diventi occasione di visibilità per enti che operano ogni giorno a favore di chi è in difficoltà». Si tratta di «un programma – prosegue Giubergia – che nasce per valorizzare l’impegno delle realtà filantropiche piemontesi e rafforzare il legame con la città», sicché «siamo felici pertanto di inaugurarlo insieme alla Fondazione La Stampa Specchio dei tempi, il cui impegno sociale rappresenta da sempre un punto di riferimento per chi è costretto ai margini». Per i torinesi DOC, merita ribadirlo, Specchio dei tempi costituisce infatti, da sempre, una garanzia di effettiva capacità di sostegno della fasce più deboli e fragili della popolazione. Un concerto dunque a supporto della sottoscrizione Tredicesime dell’Amicizia, quest’anno alla 49ª edizione, «un gesto concreto di vicinanza verso gli anziani più soli», afferma Lavinia Elkann, Presidente della Fondazione, a riprova di quanto il progetto (che data per l’appunto a partire dal 1976) sia radicato in città, progetto volto ad «offrire un aiuto reale a chi vive in difficoltà». Insomma «musica e solidarietà che si uniscono per ‘fare la differenza’ verso chi ha bisogno». E di questi tempi non è certo cosa da poco.























