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Dialoghi delle carmelitane secundum Carsen, al Regio di Torino

Foto Mattia Gaido

Attilio Piovano di Attilio Piovano
2 Aprile 2026
in OPERA
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Home OPERA
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di Attilio Piovano

Per quanto possa apparire incredibile, al Teatro Regio di Torino Dialogues des Carmélites, capolavoro di Poulenc, in assoluto uno tra i titoli più strepitosi e toccanti entro il teatro del Novecento, non erano mai stati rappresentati.

Sono andati in scena, dunque per la prima volta nel capoluogo subalpino, la sera di martedì 31 marzo 2026, dopo l’affollata e assai applaudita Anteprima Giovani rigorosamente under 30 di venerdì 27: anteprima ancora una volta frequentata da giovani attenti e concentrati che hanno mostrato di comprendere e apprezzare una partitura di enorme fascino, soprattutto timbrico, melodico e armonico, e più in generale di natura musicale, ancorché dal soggetto e dalla drammaturgia non certo ‘facili’, è innegabile; un plauso in più al Regio per l’enorme lavoro che sta svolgendo da anni per ‘formare’ il pubblico di domani (che è invero già quello, precocissimo, dei giovani di oggi) e un plauso ai giovani stessi che, se adeguatamente motivati e preparati, sanno riconoscere il valore della Bellezza. Ne abbiamo intervistati alcuni, in maniera del tutto informale, durante l’anteprima stessa (scegliendoli rigorosamente tra i non musicisti, dunque escludendo intenzionalmente allievi di Conservatorio e Dams, la cui sensibilità e competenza, se non scontata, è maggiormente prevedibile) e ne abbiamo tratto un’impressione di grande maturità e consapevolezza. Conoscevano il soggetto, si erano adeguatamente informati, anche in merito all’allestimento, davano risposte niente affatto banali su regia e scene, comprensibilmente meno ‘tecniche’ e più emotive le impressioni sul versante squisitamente musicale.

La première, dunque. Di uno spettacolo di grande qualità si tratta, ovvero la produzione del Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam per la sublime regia del fuoriclasse Robert Carsen (ripresa da Christophe Gayral) con le scene essenziali e pur efficacissime di Michael Levine, un allestimento datato 1997 che già ha circuitato parecchio, con notevole successo, e tuttora – occorre dichiararlo apertis verbis – mantiene tutta la sua validità. Cinque le repliche sino a domenica 12 aprile. La direzione è dovuta al franco-canadese Yves Abel, al suo (applaudito) debutto torinese: e fu Abel stesso che diresse la ‘prima’ assoluta di tale allestimento, per l’appunto nell’ormai lontano 1997.

Un’opera, i Dialoghi, per la quale si richiede una grande protagonista, sia sul piano vocale, sia pure su quello attoriale. E allora ecco che a Torino il personaggio screziato di Blanche de La Force, dalla complessa personalità psicologica, è stato ottimamente disimpegnato dal soprano Ekaterina Bakanova, affiancata da un sontuoso cast di solisti di livello internazionale.

E lo scavo psicologico dei personaggi – quello di Blanche, in primis, ma non solo, altresì quello dell’anziana e malata Priora del Carmelo, Madame de Croissy, come pure si pensi al personaggio di Mère Marie de l’Incarnation e così a quello dell’ingenua, giovanissima e solare, ma non frivola, Soeur Constance (e per caratterizzarla Poulenc usa accenti frizzanti e quasi impertinenti) – si sa, è il vero punto di forza di tale capolavoro: in cui, come è stato giustamente notato, «l’intreccio è un articolarsi di eventi psicologici, più che in azioni vere e proprie», ovvero «una trama scarna negli accadimenti, ma ricca di travagli individuali». E lo si percepisce sin dalle prime scene di questo capolavoro che è teatro dell’interiorità, in cui la musica davvero «alterna tensione e contemplazione, luci e ombre, mettendo a nudo la paura che condiziona, la violenza del potere e la scelta eroica del sacrificio». E allora ecco i turbamenti della giovane Blanche che al cospetto del padre, Marquis de La Force, dichiara il proprio intento, manifestando l’intenzione, a lungo maturata, di entrare nel Carmelo, sentendo forte la vocazione alla vita claustrale.

Ecco poi subito la ‘scena madre’ dell’agonia della Priora che, in punto di morte, non è più padrona di sé e, tutta persa nella sua umanissima solitudine, giunge a dichiarare l’assenza di Dio con parole quasi blasfeme. E quanto al superbo ed efficacissimo testo dello scrittore e pensatore cattolico Georges Bernanos, di Dialoghi appunto si tratta, sviluppati come noto sul soggetto del romanzo di Gertrud von Le Fort Die Letze am Schafott (L’ultima al patibolo, del 1931), ispirato alla tragica vicenda realmente accaduta delle sedici carmelitane ghigliottinate il 17 luglio del 1794 a Compiègne, appena dieci giorni prima della caduta di Robespierre, Dialoghi destinati a divenire un film, all’epoca (1947) invero poi non realizzato.

Il credente Poulenc, convertitosi al cattolicesimo in seguito ad eventi personali, tra cui la tragica morte di un amico musicista, richiesto di scrivere un balletto per La Scala, vi trovò il soggetto ideale: attratto dalla possibilità di tratteggiare complesse figure femminili, ovvero dalle potenzialità di un testo, perfetto per delineare l’indagine della psiche umana e dei suoi misteri. Vi lavorò intensamente tra il 1953 ed il 1956 completando poi l’orchestrazione in capo ad ulteriori lunghi mesi. Il risultato, lo si anticipava, fu un memorabile successo, come pochi altri se ne registrano nella storia del teatro del Novecento.

Già la scena dell’agonia e della morte della Priora rivela la non comune abilità di Carsen nel saper innescare forti emozioni, grazie peraltro a mezzi semplicissimi e, si direbbe, lineari. Così come semplici e lineari sono le essenziali scene del citato Levine, tutte giocate sui toni del grigio, del bianco e del nero, con poche eccezioni cromatiche e perfettamente funzionali i costumi di Falk Bauer, tutti incentrati sulle medesime gradazioni: sicché spicca la mise cremisi e oro del Marquis (come pure il farsetto bulette del figlio), a voler caratterizzare lo stacco tra esterno ed interno del convento (prima la dimora di famiglia, poi il parlatorio in cui si svolge il teso confronto tra la Priora e la giovane Blanche), ma più ancora per segnalare l’appartenenza all’Ancien Régime, pre Rivoluzione. Il dramma della fragilità della fede, e così pure della debolezza della psiche di Blanche che non ha il coraggio di affrontare il mondo, e viene messa in guardia dalla Priora circa il vero valore della sua vocazione e che saprà affrontare con coraggio eroico un destino inatteso, ben si delinea dinnanzi agli occhi del pubblico, grazie alla sapiente regia di Carsen: attento a porre in luce con delicatezza e profondità le più riposte pieghe dell’animo umano, in bilico tra timore dell’abisso ed eroismo, tra eterne questioni esistenziali calate nel dramma della storia e della sua ineluttabile, convulsa e tragica violenza, e molto altro ancora. Un dettaglio: durante il dialogo teso in cui la Priora saggia con durezza la vocazione di Blanche la musiva di Poulenc annovera impunture ed interpunzioni agrodolci, quasi ‘sberleffi’, come in certi tratti del Gloria, di poco posteriore, per il quale più di un esegeta coniò l’epiteto di monaco e monello circa l’autore.

Carsen, muovendo i personaggi alla ricerca di se stessi, spesso incapaci di comunicare, attanagliati da tragici silenzi, entro uno spazio simbolico costituito di pochi elementi e di fatto anti realistico, centra perfettamente l’intento di far riflettere lo spettatore sugli eterni temi dell’esistenza. Come già in altri memorabili allestimenti firmati dal regista canadese e proposti dal Regio (Rusalka del 2007, Salome del 2008 e poi ancora La piccola volpe astuta e Káťa Kabanová del biennio 2016-17) la profondità della visione drammaturgica si coniuga con un rispetto assoluto del dettato testuale, potendosi giovare di una proverbiale e raffinata eleganza di fondo che di Carsen costituiscono la vera firma.

La musica di Poulenc, poi, inconfondibilmente dolce e tragica, incisiva e rarefatta, maestosa e dimessa, aristocratica e carnale (vi si riconoscono echi del Concerto per organo e timpani, ma anche dello Stabat Mater e delle sublimi Litanies à la Vierge noir, anticipando qualcosa financo della Voix humaine), si rivela perfettamente funzionale al testo: aderendo a meraviglia ad ogni singola increspatura testuale. Molti i momenti memorabili dello spettacolo che, pur prevedendo una durata di oltre tre ore e un quarto, non contempla un solo momento di cedimento; per dire, di grade emozione il tratto in cui Blanche, nottetempo, e siamo in apertura del second’atto, si alza e – turbata e timorosa, se non addirittura terrorizzata – si avvicina entro la cappella del Convento alla salma della Priora, resa con un semplice sudario bianco a terra, con lo spazio delimitato da simboliche panche e filari di candelieri. La premurosa e pur ferma Madre Marie la raggiunge e l’abbraccia, accompagnandola nella sua cella. Poi, la notte stinge ed ecco coloratissimi fiori a terra, germinati come per incanto dal sudario bianco, rimosso con un gesto lieve e delicato: un modo efficacissimo per rendere il ‘passaggio’ dalla notte al giorno, dalle tenebre mortifere e claustrofobiche della cappella al giardino luminoso ed aprico, dalla morte alla rinascita, verrebbe da dire alla Resurrezione.

E ancora: il dialogo teso, partecipe e serrato tra Blanche e il fratello preoccupato per la sua stessa sorte, si svolge dai due lati di un’ideale ‘parete’ umana, allusiva alla clausura, costituito dalle consorelle: parete umana che poi viene infranta idealmente a segnare il climax del dialogo e le difficili decisioni da prendere. O ancora, in una regia per l’appunto simbolica e anti realistica, colpiscono, per la loro efficacia, elementi quali bracieri col fuoco ardente, la presenza immanente e terrifica del popolo e molto altro ancora. Eccellente davvero.

Non meno efficaci le scene successive, con il giuramento di fedeltà da parte delle monache alla nuova Priora e la loro vocazione al martirio, palesemente esplicitata; lo sgomento in chiusura del second’atto, così come il terrore di Blanche, sono palpabili, mentre gli eventi incombono in maniera serrata. Il ritorno di Blanche nella casa paterna è altro momento di tesa drammaticità, ed a Carsen è sufficiente mostrare la poltroncina rovesciata su cui sedeva il Marquis per evocarne la morte violenta, giù giù sino al concitato e pur pacificante epilogo in cui le sedici donne consacrate, cantando il Salve Regina, cadono l’una dopo l’altra sotto i colpi inferti dalla mannaia, evocata con sciabolate sonore di terrificante vigore e incisività.

Blanche resta, simbolicamente, in piedi a suggello di uno spettacolo di altissimo livello in cui Blanche stessa e Constance si trovano a morire assieme come, misteriosamente, Constance medesima aveva profetizzato tempo addietro. Al termine di un travagliato percorso interiore che ha contraddistinto il personaggio di Blanche, dall’iniziale slancio vocazionale al sublimarsi nel mistero del martirio.

Alla riuscita dello spettacolo, sul piano squisitamente visivo, recano un determinante apporto le luci bellissime e tragiche, tenui, delicate e talora ‘assordanti’ (per le scene della plebaglia) firmate da Carsen stesso e Cor van den Brink. Un cenno meritano poi anche le coreografie, pulite ed estremamente sobrie, di Philippe Giraudeau.

Dal podio l’esperto e già citato Yves Abel, vero specialista del repertorio francese, che conosce l’opera a menadito e in particolare quest’allestimento, come si anticipava più sopra, ha compiuto un lavoro certosino di concertazione; ottimamente assecondato dall’Orchestra del Regio in gran forma, sapendo porre in evidenza ogni minima sfumatura, ogni tratto della complessa e variegata partitura, restituendone al meglio la fragrante e drammatica bellezza, un meraviglioso servigio reso all’intensità dell’ispirazione del credente Poulenc.

Ed ora gli interpreti. Bene, per credibilità sia vocale sia attoriale il baritono Jean-François Lapointe nei panni del Marquis, ovvero padre di Blanche impersonata da Ekaterina Bakanova che ha ottenuto un enorme e meritato successo. Ottima vocalità, buona presenza scenica, insomma una prova di grande livello. Così pure ammiratissimo il contralto Sylvie Brunet-Grupposo nella non facile parte dell’anziana Priora. Assai apprezzate per correttezza vocale e attoriale altresì il soprano Sally Matthews (Madame Lidoine, nuova Priora) e il mezzosoprano Antoinette Dennefeld (Mère Marie de l’Incarnation). Un plauso speciale per la pimpante e vivace Soeur Constance resa abilmente da Francesca Pia Vitale e bene altresì la decana (Mère Jeanne de l’Enfant Jesus) di Lorrie Garcia, mezzosoprano. Impossibile enumerare tutti: piace sottolineare la buona interpretazione del tenore Valentin Thill (Le Chevalier de La Force) e, tra i comprimari, da citare almeno il cappellano del tenore Krystian Adam (di rilievo il carattere incalzante e frenetico del tratto in cui il cappellano stesso dichiara di essere stato proscritto, rivolgendosi alle monache subito dopo aver celebrato con loro la sua ultima Santa Messa. E pazienza per quelle particole consegnate in mano alle consorelle, come all’epoca non usava, piccolo neo antistorico). Bene poi anche i numerosi mimi e figuranti e le numerose consorelle.

Davvero ottima, infine, la performance del Coro del Teatro Regio, il cui ruolo entro i Dialogues – si sa – è di assoluto rilievo; coro preparato da Gea Garatti Ansini, recentemente nominata (nuovo) Maestro del Coro del Regio, dunque alla sua prima produzione a Torino. Benvenuta.

Applausi convinti e protratti a fine spettacolo, da parte di un pubblico composto e molto partecipe.

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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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