di Alberto Bosco
Nei mesi di marzo e aprile la stagione del Teatro Real di Madrid ha toccato il suo culmine con il debutto di ben due nuove produzioni, entrambe riuscitissime. La prima, realizzata in coproduzione con Londra e Firenze, è stata Il sogno di una notte di mezza estate di Britten, con la regia e la direzione della coppia Deborah Warner-Ivor Bolton, la stessa che aveva tenuto a battesimo sempre a Madrid altri due fortunati allestimenti di Britten: Billy Budd nel 2017 e Peter Grimes nel 2021 – Gloriana, andata in scena nel 2018, era stata diretta da Bolton, ma un quell’occasione la messa in scena era stata invece di David McVicar. Il secondo spettacolo, questa volta in collaborazione con Lione, Colonia e Bruxelles, è stato una vivace Sposa venduta di Smetana affidata a Laurent Pelly per la parte scenica e al direttore stabile del teatro, Gustavo Gimeno, per la parte musicale.
Nell’opera di Britten, Deborah Warner ha esaltato la componente notturna e il carattere imprevedibile dell’opera, con un’ambientazione onirica e una messa in scena molto dinamica in cui però la distinzione dei vari personaggi era subito aiutata dall’accorta scelta dei costumi, da quelli quotidiani da cantiere urbano per i rustics, a quelli più anticheggianti o misteriosi per gli innamorati e i personaggi fantastici. Simbolo di questa impostazione, un albero a testa in giù sempre presente in scena e lo sdoppiamento di Puck, impersonato non solo dalla voce recitante di Daniel Abelson, ma anche dalle acrobazie del suo doppio, Juan Leiba, allusione forse alla storica interpretazione del personaggio da parte del quindicenne figlio del coregorafo Léonide Massine, che impersonò il folletto alla prima dell’opera nel 1960. Le atmosfere magiche e il crepitio della foresta, la musica di Puck e delle fate, dei due sovrani di quel mondo sovrannaturale, insieme alla parodia dell’opera italiana, cui Britten si abbandona nello sconclusionato spettacolo inscenato dalla compagnia amatoriale alla fine dell’opera, sono di gran lunga le cose più riuscite della partitura, mentre la musica degli innamorati e del regno di mezzo, è un po’ generica e meno caratterizzata. Non stupisce quindi che i trionfatori della serata siano stati gli ottimi Iestyn Davies, Liv Redpath e Clive Bayley, rispettivamente Oberon, Titania e Bottom, insieme al magistrale Bolton, a suo agio in particolare nelle musiche di Oberon e compagnia, che tanto si rifanno al mondo musicale di Purcell.

Per quanto riguarda la Sposa venduta, va innanzitutto segnalata la azzeccata regia di Laurent Pelly che ha puntato tutto sul puro teatro di attori e movimento, realizzato con eleganza e brio in una scena sgombra di in utili orpelli. Tipiche del suo stile registico le movenze macchiettistiche e sottilmente legate agli accenti della partitura che egli dispensa anche in questo caso, toccando il vertice nel memorabile quadro circense che apre il terz’atto. Energica la direzione di Gustavo Gimeno, tutta presa a mantenere alta la tensione drammatica, ma forse un po’ troppo rigida e monocorde, costantemente assestata in dinamiche forti e timorosa di abbandoni e rubati. Ottimi entrambi i cast che si sono avvicendati a serate alterne: nei panni degli innamorati e del sensale, Svetlana Aksenova, Pavel Černoch e Günther Groissböck del primo cast hanno mostrato più scioltezza nella recitazione, mentre Natalia Tanasii, Sean Panikkar e Martin Winkler hanno dato prova di maggior freschezza vocale. Impossibile stabilire chi tra Mikeli Atxalandabaso e Moisés Marín abbia cantato meglio la bella parte tenorile del balbuziente Vašek: entrambi hanno meritatamente trionfato, e così anche il coro, vocalmente sempre smagliante, nonostante gli impegnativi movimenti richiesti dalla regia, che tanta parte hanno avuto nella felice riuscita di quest’agile allestimento di uno dei capolavori del teatro musicale dell’Ottocento.























