di Luca Chierici
Il grande successo era atteso e anche se avevamo ascoltato Sokolov in passato nelle composizioni che costituivano l’impaginato dell’altra sera, la loro nuova proposta in un lungo recital quasi senza interruzioni ha aumentato l’affetto che abbiamo per questo straordinario pianista e per il suo modo di porgere gli spartiti da lui affrontati.
Lo stile e soprattutto il modo di dominare la tastiera in tutti i particolari creano delle allusioni che erano piuttosto facile comprendere: ad esempio gli staccati della Sonata op.7 di Beethoven ritornavano nei bis (tra gli altri le Ballate di Brahms) come se tutto il repertorio di Sokolov obbedisse a una regola interna che fa del suo pianismo uno strumento capace di affrontare autori ed epoche diverse secondo una concezione di base che funziona in tutti i casi. Si sono potute ammirare queste caratteristiche nella già citata Sonata di Beethoven, così diversa dalla un poco algida lettura che ne dava Michelangeli, nelle Bagatelle op.126, interpretate giustamente come ultima testimonianza del pianismo del grande musicista, come faceva Pollini. E la lunga Sonata D 960 di Schubert – eseguita rigorosamente con i ritornelli, come del resto l’op.7 di Beethoven – diventava un racconto in cui le singole sezioni andavano a comporre un unico, grande messaggio.
Come al solito sei bis hanno un poco spezzato la magìa di questo impaginato percorrendo altre strade, da Brahms a Chopin e persino Skrjabin, costringendo il pubblico a stare ben legato al posto per non perdere neanche una minima parte della straordinaria serata.























