«Le comte Ory» alla Scala


Ottima la direzione di Donato Renzetti, la regìa di Laurent Pelly insiste sul lato comico | Approfondimento: ascolta la conferenza di Philip Gossett registrata dal Corriere Musicale sul titolo rossiniano


di Luca Chierici


PER UNA DI QUELLE MISTERIOSE RICORRENZE che segnano la storia del teatro musicale, la prima rappresentazione del Comte Ory alla Scala avvenne nel 1958, a centotrent’anni dalla creazione di quello che è senza dubbio un capolavoro del tardo Rossini. La successiva messa in scena risale al 1991 e nello spazio di quei trentatré anni sono nate e cresciute generazioni di spettatori che hanno potuto attingere all’Ory solamente attraverso pochissime edizioni discografiche o sobbarcandosi trasferte di non poco conto. Questo è uno dei motivi per cui la famosa rivelazione del Viaggio a Reims, che come tutti sanno è il progenitore dell’Ory, organizzata a Pesaro nel 1984 da un entusiasta Claudio Abbado, ebbe un’eco tanto straordinaria: moltissimi giovani ascoltatori dell’epoca gridarono al miracolo, abbagliati da una musica meravigliosa, attoniti di fronte al “Concertato a 14 voci” anche perché poco o nulla sapevano dell’Ory e del fatto che la musica del Viaggio rappresentava, anche se parzialmente, un’amplificazione degli effetti di quella presente nell’Ory.

Chi invece l’Ory lo conosceva bene, al cospetto del Viaggio era rimasto allo stesso tempo ammirato e perplesso. Si trattava di due lavori del tutto differenti eppure in parte costruiti su un comune patrimonio musicale, è vero, ma a volte si aveva l’impressione che l’ingombrante manipolo di cantanti che popolava la comitiva in processione verso Reims, riunitasi per organizzare le onoranze a Carlo X, snaturasse la natura crepuscolare, intimissima, di gran parte della musica che verrà riversata di lì a poco nell’Ory. Si aveva in altre parole l’impressione che la trasposizione effettuata da Rossini non avesse il carattere di uno sbrigativo utilizzo di materiale pre-esistente, bensì di una più efficace e naturale collocazione di motivi che miracolosamente assumevano nell’Ory un significato molto più appropriato.

Insistere sul lato comico dell’opera, come ha fatto (sia pure con gusto e leggerezza) Laurent Pelly, regista di questa produzione andata già in scena a Lione, è a nostro parere operazione piuttosto vana, perché di situazioni ambigue, di goliardici travestimenti con tutte le conseguenze del caso, è già piena l’opera, il cui soggetto è più che esplicito. Eccezion fatta per la prima parte, dove l’Eremita viene sostituito da un santone fricchettone, Pelly lavora esattamente sul testo e sulle situazioni originali calcando un poco la mano, senza accorgersi però di quanto amaro sia il sorriso di Rossini, che alla fine sembra voler ritrovare nell’Ory la filosofia presente nel Così fan tutte. La stessa scena del ritorno dei Crociati ci ricorda la ricomparsa di Guglielmo e Ferrando che scioglie le trame nell’opera mozartiana: anche i mariti guerrieri delle castellane, probabilmente, sapevano benissimo quanto falsa fosse l’affermazione della governante Ragonde, secondo la quale “pendant cinq ans d’absence, aucun homme en ces lieux”. 

Per una buona riuscita dell’Ory occorre una compagnia di canto omogenea, un tenore protagonista capace di emulare le prodezze di un Nourrit o di un Duprez, due soprani del tutto a proprio agio nei labirinti del virtuosismo rossiniano e allo stesso tempo in grado di cogliere le mille sfumature espressive dei difficilissimi ruoli della Contessa e di Isolier. Orfani dell’Ory per eccellenza dei nostri giorni, Juan Diego Florez, si è comunque ammirata la prestazione di Colin Lee, un Conte forse fisicamente troppo imponente ma genuino e vocalmente ragguardevole. Meno convincenti, anche se molto applaudite, ci sono apparse José Maria Lo Monaco nel ruolo di Isolier e la pur agilissima e spiritosa Aleksandra Kurzak (La comtesse de Formoutier). Perfetti Roberto Tagliavini, Stéphane Degout e Marina De Liso, rispettivamente Gouverneur, Raimbaud e Ragonde. Il sensibilissimo e bravo Donato Renzetti, ci è sembrato come affaticato e poco entusiasta, facendo rimpiangere la convinta partecipazione di Bruno Campanella nell’edizione scaligera del 1991. Altrettanto partecipe si è rivelato il Coro, preparato al solito da Bruno Casoni. 


Le comte Ory, Gioachino Rossini | Teatro alla Scala, 10 Luglio 2014



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L'autore: Luca Chierici

Luca Chierici, nato a Milano nel 1954, dopo la maturità classica e gli studi di pianoforte e teoria si è laureato in Fisica. Critico musicale per Radio Popolare dal 1978 e per Il Corriere Musicale dal 2012, collabora alla rivista Classic Voice dal 1999 come esperto di musica pianistica. È autore di numerosi articoli di critica discografica e musicale, di storia della musica e musicologia, programmi di sala e note di lp e cd per importanti istituzioni teatrali e concertistiche e case discografiche. Ha collaborato per molti anni alle riviste Musica, Amadeus, Piano Time, Opera, Sipario. Ha condotto Il terzo anello per Radiotre e ha implementato il data base musicale per Radio Classica. Ha pubblicato per Skira i volumi dedicati a Beethoven, Chopin e Ravel nella collana di Storia della Musica. Ha curato numerose voci per la Guida alla musica sinfonica edita da Zecchini e ha tenuto diversi cicli di lezioni di Storia della musica presso i licei milanesi. Nell'anno accademico 2016-2017 ha tenuto un ciclo di seminari di storia dell'interpretazione pianistica presso il Conservatorio di Novara (ciclo che è stato replicato per l'anno 2017-2018 al Conservatorio di Piacenza). Appassionato di tecnologia, ha formato nel corso degli anni una biblioteca digitale di oltre 110.000 spartiti e una collezione di oltre 70000 registrazioni live. Nel 2007-2008 ha contribuito in qualità di consulente al progetto di digitalizzazione degli spartiti della Biblioteca del Conservatorio di Milano. Dal 2006 collabora alla popolazione del database della Petrucci Library (www.imslp.org).Dal 2014 è membro della Associazione nazionale Critici musicali.

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