di Monika Prusak
La musica di Alessandro Scarlatti è un prezioso gioiello barocco inossidabile nel tempo, che tuttavia ha bisogno di un contesto preparato e di un buon approfondimento per poter brillare appieno ed essere apprezzato da una platea più ampia.
La scarsa presenza del repertorio antico nei teatri d’opera italiani non agevola la condizione di un pubblico che non riceve abbastanza stimoli per poter affrontare una musica che ben si allontana dai consueti canoni ottocenteschi. Paradossalmente ciò rischia di rafforzarsi nel caso di una lettura registica in chiave moderna che ne accentua il valore universale ma a volte distoglie dalla trama originale del dramma. Sembra dovuto proprio a questa “impreparazione” l’abbandono parziale del teatro da parte degli spettatori durante la prima del nuovo Mitridate, sebbene si tratti di uno spettacolo gioiello per eleganza ed esecuzione.
La regista veronese Cecilia Ligorio, coadiuvata dal team affiatato di Gregorio Zurla alle scene, Vera Pierantoni Giua ai costumi e Fabio Barettin alle luci, ha scelto ambienti cupi di rovine che, pur non essendo esplicitamente indicato, riportano in mente il fascino gotico di una Venezia antica, luogo del debutto del Mitridate nel 1707. I luoghi delle tragedie classiche di Elettra, Oreste e Agamennone, a cui si ispira il libretto di Girolamo Frigimelica Roberti, danno un ulteriore spunto agli oggetti presenti in scena, a cui si aggiungono i costumi del tutto moderni con qualche velato seppur non indispensabile riferimento politico attuale. Ma le macerie hanno anche un significato simbolico e metaforico: rappresentano una famiglia disintegrata, un “saccheggio tra le macerie dell’essere” (Ligorio). La regista rende attuale la vicenda sanguinosa e intricata del dramma e lo fa attraverso una lettura attenta del testo, mettendo in rilievo gli aspetti interiori di ogni personaggio.
La produzione ha goduto di un cast di livello, sia dal punto di vista vocale sia da quello scenico, con Francesca Ascioti in Issicratea, Carmela Remiggio in Stratonica, Renato Dolcini in Farnace, Arianna Vendittelli in Laodice, Martina Licari in Nicomede e Konstantin Derri in Pelopida. Suggestivo e ben costruito il ruolo del protagonista è stato interpretato con maestria dal controtenore britannico Tim Maed. Giulio Prandi ha contribuito all’ottima riuscita dello spettacolo con una direzione attenta e vigorosa, mettendo bene in rilievo le sfumature della partitura scarlattiana. Una nota di riconoscimento va al basso continuo guidato al cembalo da Ignazio Maria Schifani con Michele Barbieri al clavicembalo, Giulio Falzone e Giorgia Zanin alle tiorbe e Kristi Curb al violoncello: una energia eccezionale che ha reso la musica viva e pulsante per tutta la durata dell’opera.























