di Attilio Piovano
Un programma davvero ben impaginato, quello dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, in occasione del concerto tenutosi a Torino, presso l’Auditorium ‘Agnelli’, per il cartellone di Lingotto Musica, la sera di venerdì 9 gennaio 2026. Sul podio l’ottimo e puntuale Manfred Honeck: gesto chiaro ed efficace, niente smancerie, molta sobrietà e innegabile carisma. Potendo contare su una compagine, si sa, di eccezionale livello, dalle ottime prime parti e dall’affiatamento pressoché assoluto, Honeck non ha avuto difficoltà ad imprimere un segno ‘firmando’ un concerto – il primo per Lingotto Musica del 2026 – del quale conserveremo a lungo incisivi e graditi ricordi.
In apertura, di Carl Maria von Weber si è ascolta la fascinosa Ouverture dall’opera Oberon, vero manifesto di Romanticismo. Di pagina dalla brillantezza esuberante si tratta, forse appena un poco fatua se si confronta idealmente con quella del Freischütz, non lontana dall’esprit del celeberrimo Invito alla danza che di Weber è una delle pagine più amate ed eseguite. Ammirevoli le dinamiche poste in atto dall’Orchestra di Santa Cecilia; soprattutto straordinario il range delle dinamiche stesse predisposto da Honeck (a partire dall’eccezionale pianissimo d’esordio) e così pure singolarmente chiari i fraseggi. Ed ecco che fin dal risuonare iniziale del corno (strumento che nella vicenda dell’Oberon riveste un significato magico e simbolico) tutto appariva stilisticamente appropriato. Poi la trascinante verve dell’incandescente Allegro con fuoco raramente apparso così mercuriale ed eccitato (in anticipo, si direbbe, su certo Mendelssohn). E pazienza per qualche (pur minima) sbavatura, qualche lieve e pressoché impercettibile incertezza, come spesso avviene in apertura di serata, quando anche compagini di altissimo livello come Santa Cecilia, devono fare i conti con l’acustica (pur ottima) della sala e, insomma, si sa che molto spesso l’orchestra inizia a ‘carburare’ non necessariamente fin dalle prime note. E infatti la serata è andata significativamente in crescendo, toccando il culmine con una interpretazione superba e memorabile di una delle più amate (e di fatto insuperate) pagine sinfoniche del ceco Dvořák.
E si trattato dell’Ottava Sinfonia intessuta di incantevoli temi di matrice folklorica, in assoluto (a ben guardare), in virtù della sua ricchezza e spontaneità inventiva, la più equilibrata e toccante delle nove che il musicista compose, addirittura superiore (quantomeno a giudizio di chi scrive) alla pur celeberrima e cinematografica Nona ‘Dal Nuovo Mondo’, ahinoi ormai un poco ‘logorata’ da una sorta di sovra esposizione esecutiva e mediatica. Dell’interpretazione dell’Ottava da parte di Honeck (che l’ha diretta per intero a memoria) – partitura dalla fresca luminosità che le assicura nel tempo un singolare appeal – è particolarmente piaciuta la perfetta focalizzazione stilistico-espressiva a partire dall’indimenticabile ‘attacco’, ieratico e dolcemente melanconico grazie al colore ambrato di violoncelli e corni. Ecco poi subito avanzarsi, grazie agli argentini richiami dei legni, la gioiosa effervescenza all’Allegro dagli ottimistici profili e dalla «rustica allegrezza». Quanta cura, inoltre, il direttore ha riservato al secondo tema ricolmo di tenerezza e impregnato di quella pacata bonomia che dell’Ottava è la vera e propria cifra. Ma l’intera orchestra subito dopo riprende quota, ribadendo la giovialità dell’Allegro, non privo di concitazioni e clangori: che Honeck ha saputo far emergere sì, ma senza quegli eccessi di plateale compiacimento che altri imprimono alla pagina, insomma una rivelazione di misura e compostezza.
Quanto all’Adagio, vero nucleo emotivo, «enigmatico e magnifico» con quel suo tono rapsodico, l’incedere mutevole e i flebili pizzicati, la raffinata alternanza di suadenti accenti e vaghe increspature, cantabilità e impennate, il pubblico del Lingotto ha ammirato non poco le scelte se si vuole anche un poco coraggiose e controcorrente di Honeck nel porre in luce mille dettagli, nel lumeggiare le pieghe della partitura con sagaci rubati e, nel contempo, con una costante ed estrema chiarezza. Molto bene poi anche l’Allegretto in cui si ammira un carezzevole Valzer dai delicati effluvi, al cui interno alberga un delizioso Trio di ammaliante fragranza: orchestra e direttore, hanno posto una speciale cura nel rivelarne le parentele con la Serenata per archi op. 22 e così pure con la Dumka del Quintetto op. 81. Da ultimo la sfavillante fanfara dal piglio cavalleresco con la quale s’inaugura l’Allegro finale: brano effettistico e seducente entro il quale s’avanzano episodi innervati di energetico vitalismo che visibilmente attingono al fondaco delle danze slave. Vi si affaccia perfino una ruvida marcia memore di settecentesche turcherie, prima della fantasmagoria di sgargianti sonorità delle estreme misure, volte a ribadire l’esuberante clima che dell’Ottava è il tratto peculiare.
E allora ecco che (coerentemente) ci si sarebbe aspettati quale bis una delle rapinose Danze slave che Dvořák rielaborò magistralmente riprendendo il folklore della sua terra: Honeck, augurando buon anno al pubblico, con simpatico accento, ha invece preferito offrire la più nota ed amata delle brahmsiane Danze ungheresi (la prima, e si sa quanto Brahms peraltro stimasse il collega ceco), eseguita con singolare compostezza e ammirevole ‘virilità’, insomma senza quegli inutili gigionismi che fanno presa sul pubblico, ma rischiano anche di rendere caricaturale se non ‘nevrotica’ la partitura: nulla di tutto ciò, bensì ancora una volta una lezione di eleganza, raffinatezza ed equilibrio.
A centro serata, poi, un vero e proprio evergreen, vale a dire lo spettacolare e sempre gradito Primo Concerto per pianoforte e orchestra op. 23 di Čajkovskij, palestra di virtuosismo di tutti i grandi della tastiera, solista di lusso (per l’occasione) il macedone Simon Trpčeski. Virtuoso dalla tecnica assolutamente infallibile e pianista dal gesto spesso lezioso e, sia permesso, dalla mobilità corporea francamente sopra le righe. Detto ciò, a parte certe scelte di tempi forse un poco stranianti e discutibili, la sua interpretazione si è fatta apprezzare per chiarezza e pulizia, lontana dall’enfasi eccessivamente energetica di tanti vincitori di concorsi che esagerano nel puntare tutto su velocità e massa fonica del pianoforte, con sonorità aggressive ed eccessive. Trpčeski, al contrario, non esita a centellinare il tutto, ponendo in luce dunque non pochi dettagli formali e così pure armonici. Nonostante ciò la sua interpretazione ha lasciato lievemente perplessa una parte di pubblico e critica, rivelando come qualcosa di parzialmente irrisolto, benché si tratti pur sempre di un solista di alto livello e innegabili qualità, tecniche soprattutto.
Due i bis: una insulsa Danza macedone annunciata a voce con parole e atteggiamenti simpaticamente naïf della quale (sia permesso) non si sentiva l’esigenza, ma è senz’altro meritevole che il pianista abbia avviato e promosso un progetto cameristico intitolato Makedonissimo inteso a far conoscere le radici della sua terra. A seguire il pirotecnico Precipitato dalla Settima Sonata di Prokof’ev, eseguita a velocità notevole, ma della quale avremmo desiderato maggiore differenziazione dei piani sonori, più aggressività percussiva e, in definitiva, maggiore aderenza allo spirito della pagina di cui preferiamo altre interpretazioni (una per tutte, quella esemplare della georgiana Khatia Buniatishvili). Ma si sa, siamo nel campo dell’opinabile e del personale.























