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Simon Boccanegra, gli avvincenti esperimenti di Verdi

Alla Fenice una riuscita nuova produzione con regia di Luca Micheletti, che esplora il confronto fra potere e sentimento con teatralissima corrispondenza fra gesto, parola, spazio e suono. Dal podio, Renato Palumbo propone una lettura di notevole ricchezza espressiva. (Foto © Michele Crosera)

Cesare Galla di Cesare Galla
25 Gennaio 2026
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Home OPERA
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di Cesare Galla

Caduto al debutto (Venezia, 1857) e molto tempo dopo sottoposto con successo alla più ampia revisione mai realizzata da Verdi per una sua opera (Milano, 1881), Simon Boccanegra è rimasto a lungo sospeso in una sorta di limbo storico-musicologico e rappresentativo. Solo negli ultimi decenni del Novecento, grazie in particolare all’interpretazione di Claudio Abbado, questo titolo ha trovato una discreta presenza esecutiva. In questa tendenza la Fenice ha avuto un ruolo significativo, del resto doveroso per il teatro che ospitò la prima assoluta: dai primi anni Ottanta, il Boccanegra viene proposto in Laguna con una certa regolarità anche se con intervalli non propriamente brevi. E vale la pena di annotare la presenza nelle locandine di direttori come Giuseppe Sinopoli (1981) e Myung-Whun Chung (2014) e di registi come Pier’Alli (1991) ed Elio De Capitani (2001).

Quella che Roger Parker ha definito “una delle più avvincenti creazioni verdiane” torna ora a Venezia in un nuovo allestimento e conferma la sua intrigante drammaturgia, per molti aspetti “sperimentale” come in pochi altri casi nel catalogo verdiano, frutto di un’invenzione musicale che non esita a liberarsi dagli schemi vocali di tradizione e ad affidare all’orchestra un ruolo di superbo protagonismo. Merito anche di una produzione assai riuscita, caratterizzata da una regia di viva e profonda connotazione teatrale, da una distribuzione vocale di notevole livello, da una resa musicale di consistente e coinvolgente qualità.

Portato in scena in questo modo, Simon Boccanegra si rivela per quello che è: un momento fondamentale nella drammaturgia musicale verdiana dopo la cosiddetta “trilogia popolare”, caratterizzato da un netto carattere politico, a sua volta intrecciato con un deciso approfondimento psicologico dei personaggi. Questa è in effetti l’opera sul potere più significativa del bussetano prima del Don Carlos. Il pessimismo che esattamente dieci anni più tardi sarà la cifra espressiva dominante nel capolavoro per Parigi è già evidente, temperato però, con singolare forza emotiva, dalla fiducia nel bene, che è il carattere dominante del protagonista, il Doge di Genova. Lo si nota specialmente nella straordinaria scena che conclude il primo atto, totalmente riscritta da Verdi per l’edizione definitiva, con la collaborazione al libretto di Arrigo Boito. Qui la rivolta di popolo, il delitto, la nobiltà di chi detiene il potere, il perdono e la maledizione scagliata contro chi ha tradito, ancora non svelato ma costretto a maledire sé stesso con un formidabile colpo di teatro, delineano una pagina di teatro per musica di superba forza espressiva, qualcosa che porta alla mente certe pagine del Boris Godunov di Musorgskij. Ma che a differenza di quanto avviene nell’autore russo, lascia spazio a una speranza certo idealizzata, ma vibrante e positiva.

Luca Salsi, Simon Boccanegra, con Alex Esposito, Jacopo Fiesco (a sinistra)

Lo spettacolo firmato da Luca Micheletti – che ha il vantaggio di conoscere in prima persona e di praticare spesso l’esperienza della scena, come apprezzato baritono e non meno come interessante attore di prosa – illumina la complessità del Simon Boccanegra all’insegna di una profondità esemplare. I personaggi si muovono con un’autenticità interiore rara da trovare nel mondo dell’opera: gesto, parola e suono sono per tutti i protagonisti del dramma allo stesso tempo il punto di partenza di rifinitissime caratterizzazioni psicologiche e il punto di arrivo in una narrazione fluida, ricca di dettagli, teatralmente caratterizzata da una naturalezza avvincente.

L’allestimento è equilibrato in tutti i suoi elementi. Le scene di Leila Fteita disegnano una cornice cupa, incombente e spesso quasi “carceraria”, ma comunque capace di suggerire i grandi orizzonti marini che sono anche musicalmente un elemento centrale nella trecentesca vicenda del corsaro al servizio di Genova assurto al trono dogale. I costumi di Anna Biagiotti definiscono con impeccabile chiarezza una riflessione in certo modo “storica” lungo un arco che inizia con il Trecento in cui si svolge la vicenda per arrivare fino all’epoca in cui viveva Verdi. Le luci di Giuseppe Di Iorio “interiorizzano” le psicologie dei personaggi, senza fare ricorso all’effetto fine a sé stesso.

Lo spettacolo è attraversato da pochi oggetti-simbolo, mai troppo sbandierati; lo rendono pensoso e spesso giustamente interrogativo le misurate apparizioni dei “doppi” di due dei personaggi principali: Boccanegra stesso e sua figlia avventurosamente riconosciuta per tale e “motore” di tutto il versante sentimentale dell’opera. Sono le proiezioni psicologiche di caratteri segnati dalle vicende della vita. La giovinezza avventurosa e l’ascesa al trono per quanto riguarda il Doge, l’infanzia finita troppo presto e i reiterati abbandoni per sua figlia Amelia Grimaldi, ovvero Maria Boccanegra. Nulla di schematico o di pretestuoso, in questa scelta registica. Semmai, un tocco in più dentro a una vicenda che aggroviglia le psicologie dei personaggi fra passioni e potere, fino all’esito fatale di una morte – quella del protagonista, avvelenato – che significa soprattutto il suo ricongiungimento con il mare, sua culla e suo destino. E che non cancella del tutto il valore della speranza, trasformata in lascito ideale affidato alla figlia e al suo sposo, il nuovo Doge.

Francesco Meli (Gabriele Adorno) e Francesca Dotto (Maria Boccanegra)

Anche musicalmente, edizione egregia. Dal podio, Renato Palumbo disegna un Boccanegra nel quale della prima stesura emergono in equilibrio gli elementi stilisticamente “d’epoca” e quelli di una innovazione disegnata in maniera quasi sperimentale e per questo ancora più affascinante. Quanto alle pagine scritte per la versione definitiva, si apprezza il rilievo drammatico agli ampi squarci orchestrali, l’eloquenza negli accompagnamenti alle voci che giustamente diventano essi stessi elementi drammatici. Il tutto con una vivezza di fraseggio allo stesso tempo introspettiva e di grande potenza declamatoria, con tempi di serrata efficacia drammatica e di contrastanti abbandoni lirici (specialmente nella scena iniziale del primo atto), secondo colori multiformi e implicitamente teatrali, resi dall’orchestra della Fenice – in ottima forma – con pertinenza stilistica di assoluto livello.

Compagnia di canto all’altezza dello spettacolo, innanzitutto per l’adesione di tutti al gesto scenico di raffinata efficacia disegnato da Micheletti, gesto nel quale è impossibile trovare tracce delle deteriori usanze melodrammatiche. Luca Salsi è stato un Boccanegra appassionato e di esemplare sottigliezza psicologica, riflessa in una linea di canto dalle sfumature virtuosistiche dentro a una parte che non presenta forme solistiche tradizionali propriamente dette. Sua degna controparte, musicalmente e vocalmente, è stato Alex Esposito, che ha disegnato uno Jacopo Fiesco dolente, segnato dalla vita, orgoglioso ma capace di cogliere il senso del potere di cui si fa portatore il suo avversario, fino alla finale riconciliazione. Fra i “cattivi”, rilevante l’insinuante traditore Paolo Albiani, proposto da Simone Alberghini con tagliente e sprezzante efficacia. Nella parte di Gabriele Adorno, insieme lirica (è innamorato di Maria) e drammatica (congiurato, infine si riconcilia anch’egli con il Doge) si è disimpegnato egregiamente Francesco Meli: linea di canto eloquente, squillo preciso e ben timbrato, duttile partecipazione espressiva hanno caratterizzato la sua prova. Interessante la prova del soprano Francesca Dotto, una Maria Boccanegra forse non del tutto a suo agio nella zona alta della tessitura, sul piano dell’equilibrio e del colore, ma apprezzabile per un’interpretazione di teso lirismo, capace di illuminare la complessità psicologica del personaggio. Preciso e appassionato il coro istruito da Alfonso Caiani, impeccabile nelle scene di massa alla maniera di Micheletti, che non propongono mai un inutile affollamento ma lavorano sul suono tanto quanto sulle presenze.

Alla prova generale aperta al pubblico, cui si riferiscono queste note, consensi di grande approvazione per tutti i protagonisti dello spettacolo.

Il finale del primo atto di “Simon Boccanegra” di Verdi con la regia di Luca Micheletti
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Cesare Galla

Cesare Galla

Scrive di musica dall'età di 20 anni, quando ancora seguiva gli studi musicologici nelle università di Bologna e Venezia, dopo il liceo classico. A 25 è diventato giornalista professionista e ha lavorato al Giornale di Vicenza come redattore, caposervizio e vice caporedattore fino al dicembre del 2014.Si è occupato di cronaca nera e bianca, di politica, di web e mondo digitale e soprattutto di spettacoli e cultura, guidando fino al 2012 le pagine ad essi dedicate. Contemporaneamente, ha sempre svolto la critica musicale, dal 1996 anche sul quotidiano veronese L’Arena. Negli ultimi 40 anni ha recensito migliaia di concerti e centinaia di rappresentazioni operistiche e ha pubblicato alcuni libri (sulle Sinfonie di Beethoven, sulla storia della Società del Quartetto di Vicenza, sul festival Settimane Musicali al teatro Olimpico, sulle rappresentazioni verdiane nel Veneto, raccontate attraverso cinque lustri di recensioni). Oggi collabora da "cronista di musica" e osservatore del mondo della cultura con Il Corriere Musicale, con il magazine culturale on line Doppiozero e con il quotidiano on line Tag43. Il suo sito personale d'informazione, musicale ma non solo, è www.cesaregalla.it.

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