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«Don Giovanni» all’Arena di Verona

Cesare Galla di Cesare Galla
18 Luglio 2015
in Club dei lettori, OPERA
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Una rappresentazione dai forti contrasti: super classica la regìa di Zeffirelli, meno ancorata a certa tradizione esecutiva la direzione musicale di Stefano Montanari. Nel cast vocale spiccano Carlos Álvarez e Alex Esposito | Clip video


di Cesare Galla foto Ennevì


FRA I MOLTI EXPLOIT DELLA SUA LUNGA della sua lunga e gloriosa carriera, Franco Zeffirelli detiene un record assoluto in Arena, dove peraltro è approdato relativamente tardi, nel 1995, quand’era già oltre i settant’anni. È infatti l’unico regista ad avere inscenato nell’anfiteatro romano di Verona, in cento e più anni di rappresentazioni liriche, un’opera di Mozart. Che poi quest’opera sia Don Giovanni è un’altra stranezza statistica, visto che in due secoli le rappresentazioni in qualsiasi teatro della città scaligera di questo capolavoro, a differenza di altri titoli più gettonati, si contano sulle dita di una mano. Per dire, la prima assoluta al Filarmonico è datata 1999.


Tradizionale senza aggettivi: bastano Mozart e Da Ponte, sembra ribadire Zeffirelli nel mettere a punto il racconto e le immagini


In realtà, quella di firmare Don Giovanni in Arena era un’idea che Zeffirelli aveva concepito già poco dopo aver debuttato nel «più grande teatro all’aperto del mondo». Ci sono voluti molti anni, ma alla fine ci è riuscito. Correva l’anno 2012, il regista fiorentino era ormai alla soglia dei novant’anni. C’era stata molta emozione, sulle gradinate, quando alla fine della prima si era presentato a proscenio su una sedia a rotelle, riuscendo però ad alzarsi in piedi per salutare il pubblico festante. Sei repliche e tre anni dopo, è di nuovo tempo di Don Giovanni in Arena. Dopo avere sperimentato soluzioni scenografiche diverse (da Carmen ad Aida, dal Trovatore alla Butterfly), qui Zeffirelli torna a una linea rappresentativa super classica, rinunciando ai complessi macchinismi di quasi tutti gli altri allestimenti.

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http://www.ilcorrieremusicale.it/audiopodcast/Don_Giovanni.mp4

La scena è fissa per davvero, non capace di mutare a vista, ma soltanto di essere modificata con aggiunte (o sottrazioni) di elementi, come si faceva nel cosiddetto stile “all’antica italiana”. Tutto avviene davanti alla monumentale facciata di un grandioso palazzo barocco dalle mille decorazioni, scalinate ed archi, colonne, statue di giganti e cariatidi, cancellate, balaustre e sculture di ogni tipo. Dentro e anche attraverso questa cornice la vicenda si sviluppa in un continuo alternarsi di “pieni” (di coristi e comparse) e “vuoti” (messa a fuoco sui personaggi). Lo spettacolo segue in ogni dettaglio il libretto e ne offre una lettura scrupolosamente scandita, aliena da qualsiasi interpretazione che vada “oltre” nel disegnare la parabola del dissoluto punito. Tradizionale senza aggettivi: bastano Mozart e Da Ponte, sembra ribadire Zeffirelli nel mettere a punto il racconto e le immagini. Gli fanno da ottima sponda i brillanti costumi di Maurizio Millenotti, ispanici senza ghiribizzi ma con molta eleganza di colori pastello, un po’ “anticipati” cronologicamente, tanto per risalire (in sintonia con la scenografia) alle origini letterarie del personaggio Don Giovanni, che come si sa sono secentesche.

Meno monumentale, e anche meno ancorata a certa tradizione esecutiva è la resa musicale, di cui è responsabile dal podio Stefano Montanari, che fa così il suo debutto in Arena. Il suo è un Don Giovanni antiretorico, che fa a meno degli orpelli espressivi della vulgata “romantica”. Così, ad onta dei rischi in agguato nel fare musica all’aperto, le dinamiche non sono troppo contrastate, i pesi sonori rifuggono dalla declamazione drammatica, i tempi sono asciutti, talvolta perfino secchi, il fraseggio preferisce cercare il nitore dei colori in orchestra e la nitidezza dell’invenzione melodica piuttosto che l’accentuazione “misteriosa”. Prova ne sia la verve trascinante con cui si apre e viene condotta fino alla fine la scena clou della dannazione di Don Giovanni.

Montanari risolve il problema dei recitativi (spinoso in uno spazio così vasto e dispersivo) con una tastiera elettronica che suona personalmente in “registro” da fortepiano, non disdegnando il suo impiego anche come sostegno timbrico quando l’orchestra è ridotta all’essenziale (soli archi). Il risultato non è esaltante, la soluzione non sembra definitiva.

Del resto, i recitativi sono il tallone d’Achille di una compagnia di canto niente affatto male assortita e dalle buone caratteristiche tecnico-vocali. Nei dialoghi intonati, però, si coglie forse anche la scarsa esperienza che spinge quasi tutti i cantanti a forzare, anche se non necessario, a scapito della qualità espressiva. E della valorizzazione del mirabile libretto dapontiano, con la sua ironia forgiata sulla parola.

Detto questo, bisogna annotare l’ottima disposizione cantabile di Carlos Álvarez, un Don Giovanni di timbro fascinoso e di bella definizione stilistica, anche se un po’ leggero nella zona bassa della tessitura. Al suo fianco, Alex Esposito – debuttante di lusso in Arena – è stato un Leporello brillante fino a qualche eccesso caricaturale, scenicamente del giusto peso, dalla linea di canto duttile e accattivante. Benissimo Saimir Pirgu, che regala a Ottavio il colore e la ricchezza di fraseggia indispensabili per liberare il personaggio dall’accusa di vacuità, e fa brillare la grandezza mozartiana nelle sue due grandi Arie. Un Masetto piuttosto appannato è parso Christian Senn, mentre Rafal Siwek è stato un Commendatore accettabile, giustamente non stentoreo, ma neanche dotato del peso timbrico e della profondità necessari al personaggio.

Fra le donne, ragguardevoli sia Irina Lungu, Donna Anna di taglio drammatico misurato ma efficace, che Maria José Siri, una Elvira svettante e tesa, quasi sempre ben controllata sull’acuto. Puntuale Natalia Roman nei panni di Zerlina, attento il coro istruito da Salvo Sgrò.

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Tags: Carlos ÁlvarezFranco ZeffirelliIrina LunguMaurizio MillenottiSalvo SgròStefano Montanari
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Cesare Galla

Cesare Galla

Scrive di musica dall'età di 20 anni, quando ancora seguiva gli studi musicologici nelle università di Bologna e Venezia, dopo il liceo classico. A 25 è diventato giornalista professionista e ha lavorato al Giornale di Vicenza come redattore, caposervizio e vice caporedattore fino al dicembre del 2014.Si è occupato di cronaca nera e bianca, di politica, di web e mondo digitale e soprattutto di spettacoli e cultura, guidando fino al 2012 le pagine ad essi dedicate. Contemporaneamente, ha sempre svolto la critica musicale, dal 1996 anche sul quotidiano veronese L’Arena. Negli ultimi 40 anni ha recensito migliaia di concerti e centinaia di rappresentazioni operistiche e ha pubblicato alcuni libri (sulle Sinfonie di Beethoven, sulla storia della Società del Quartetto di Vicenza, sul festival Settimane Musicali al teatro Olimpico, sulle rappresentazioni verdiane nel Veneto, raccontate attraverso cinque lustri di recensioni). Oggi collabora da "cronista di musica" e osservatore del mondo della cultura con Il Corriere Musicale, con il magazine culturale on line Doppiozero e con il quotidiano on line Tag43. Il suo sito personale d'informazione, musicale ma non solo, è www.cesaregalla.it.

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