di Attilio Piovano
Una grande inaugurazione, a Torino, per l’Unione Musicale, in Conservatorio, la sera di mercoledì 21 ottobre 2026, con il recital dell’ancor giovanissimo, ma già affermato pianista russo Arsenii Moon, in possesso di una cifra interpretativa assai personale: fuoriclasse della tastiera, che nel 2023 si era distinto al Concorso Busoni vincendo non solo il Primo Premio, ma altresì il Premio Arturo Benedetti Michelangeli (assegnato per la prima volta, dopo trent’anni, su decisione unanime della giuria), nonché il Premio del pubblico. Da allora ha preso avvio una carriera che già lo ha condotto su prestigiosi palcoscenici internazionale, dalla Scala al viennese Konzerthaus, dalla Elbphilharmonie di Amburgo al Gewandhaus di Lipsia.
Classe 1999, Moon – sbocciato dalla stessa scuola che aveva ‘sfornato’ Trifonov – è in possesso di solida tecnica ch’egli pone peraltro costantemente al servizio di profondità e immaginazione interpretativa, ovvero senza mai esibirla in maniera plateale. Per il suo recital torinese Moon ha impaginato un programma dalla raffinata ricercatezza che gli ha permesso di porre in luce le peculiarità del suo pianismo e l’originalità del suo sentire, delineando «un percorso tra Debussy, Satie, Skrjabin e Chopin, nel quale mondi poetici differenti sembrano richiamarsi attraverso il colore, la trasparenza del suono e una comune vocazione all’intimità».
E allora in apertura ecco di Debussy Cloches à travers les feuilles e Poissons d’or dalla seconda serie delle Images e Reflets dans l’eau dalla prima serie. In Cloches il giovane Moon evidenzia ad arte la magia del piani timbrici e la mutevolezza dei giochi di luce, ma altresì la curva espressiva e dinamica della superba pagina, subito catturando l’attenzione del pubblico col suo pianismo ascetico ed elegante; ammirato per il tono sorvegliatissimo dell’esecuzione, la concentrazione e la pedalizzazione sopraffina. In Poissons analogamente fa emergere la meraviglia dei colori screziati e l’iridescente allure della pagina. Il suo è un pianismo forbito, ma privo bensì di affettazione e smancerie.
Quanta ialina trasparenza poi in Reflets dans l’eau che Moon interpreta con souplesse e naturalezza, restituendola del tutto priva di sbavature, lontana dal clima alonato (e talora confuso) di ben altre esecuzioni: tutto appariva nitido e chiaro, ma nel contempo, comme il faut, onirico, assorto ed evanescente il giusto.
Poi, ancora di Debussy, il n. 11 dalle Études (Pour les arpèges composés, secondo libro). Moon ne ha esaltato la luminescenza, con un taglio interpretativo che verrebbe da definire neoclassico, dunque niente inutili fumisterie, mostrando come il pianismo novecentesco parta esattamente da lì, una vera lezione di stile. Grazie anche al tocco specialissimo, delicato e morbido.
Intercalata a Debussy, la rarefatta (e solo apparente) simplicitas della più nota tra le Gymnopedies di Satie, vale a dire la prima. Moon ne ha oltremodo esaltato il clima sfuggente ed enigmatico, nonché la compassata pacatezza e l’intensità espressiva. Magnifica è apparsa la curva melodica: ogni nota aveva il suo giusto peso ed il corretto rilievo. Indimenticabile.
Significativo, poi, l’hommage che Moon ha inteso riservare al suo connazionale Skrjabin, dal pianismo profetico e visionario, irrequieto, mistico e aristocratico con una selezione dai Ventiquattro Preludi op. 11 a lui particolarmente congeniali ,nei quali ha saputo alternare sonorità lussureggianti e indicibili estenuazioni, esaltandone, con misura ed equilibrio, quel tanto di estetizzante insito in essi.
Da ultimo Chopin. E allora la celeberrima Sonata in si minore op. 58, preceduta da Tre Mazurche (l’ op. 6 n. 1 nonché seconda e quarta dall’op. 17). Le tre prescelte apparivano come del tutto spogliate da ogni residuo di folklorismo e da ogni incrostazione di maniere salottiere: Moon ne ha rivelato il côté pre-simbolista e l’interiorità riflessiva, a tratti striata di malinconia autunnale, con una peculiare attenzione alla qualità del suono ed alle sfumature.
Nella Sonata, poi il giovane pianista si è confermato, come da più voci è già stato osservato, interprete del tutto alieno da facili istrionismi e compiaciuta ostentazione. Fin dall’attacco, con quegli accordi granitici che di solito giungono all’ascoltatore come una inesorabile gragnola, si è compreso che Moon avrebbe suonato la pagina in maniera piuttosto atipica. Un’interpretazione, la sua, che può anche destare perplessità, dacché lungi mille miglia da consolidati clichées virtuosistici. Moon pone infatti intenzionalmente da parte il versante per così dire flamboyant, a favore di una visione tutta interiorità e introspezione. Ne emerge uno Chopin profondamente rivisitato, nessuna concessione a plateali effettismi, una lettura costantemente assorta e intrisa di profonda poesia. Ammirevoli cantabili (nel Largo) e la capacità di far emergere voci intermedie, linee di contrappunto di norma inudibili in interpretazioni sgargianti (e invero superficiali) e molto altro ancora. Nessun abbandono, nemmeno nel Finale dove tutto è sobrietà e scorrevole naturalezza, con colori timbrati, a costo di lasciare qualcuno un poco sconcertato.
Due i graditi bis: di Bach-Vivaldi il celeberrimo Siciliano, secondo movimento dal Concerto per organo BWV 596 (trascrizione del Concerto per archi op. 3 n. 11 del Prete Rosso, da L’estro armonico) ,centellinato con una cura indeffabile e distillato con estrema acribia timbrica, nonché di Liszt la celeberrima ‘Campanella’: pagina che strappa l’applauso a prescindere, nonostante la stanchezza abbia in parte tradito Moon. Un vero trionfo e un significativo successo di pubblico. Non male come inizio di stagione.























