di Redazione

L’amato Schubert, l’autore con cui a venticinque anni vinse il concorso Koussevitsky a Tanglewood, bruciante partenza di una straordinaria carriera, è protagonista della più recente uscita discografica postuma di Claudio Abbado promossa dalla Deutsche Grammophon. Se nel 1958 era stata la sua Incompiuta a sbalordire il mondo musicale americano, qui protagonista è la Sinfonia in Do maggiore La Grande, capolavoro complesso e “difficile”, già approfonditamente frequentato dal direttore milanese, che ne aveva lasciato testimonianza discografica nell’integrale sinfonica schubertiana degli anni Ottanta con la Chamber Orchestra of Europe.

In questo caso, Abbado è sul podio della sua ultima creatura musicale, l’orchestra Mozart di Bologna e anche questo dà un sapore molto particolare al Cd: un maestro che non c’è più, alla guida di un’orchestra che ha smesso la sua attività negli stessi giorni in cui la malattia si portava via il suo fondatore, all’inizio del 2014, per l’esecuzione di un monumento della musica dell’Ottocento che ha avuto in sorte di essere conosciuto solo dopo la morte del suo creatore.

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Monumento a lungo non apprezzato, oppure frainteso. Scoperta da Robert Schumann fra le carte del fratello di Schubert a Vienna, portata alla prima esecuzione al Gewandhaus di Lipsia nel marzo 1839 per iniziativa di Mendelssohn, pubblicata nel 1840, la Sinfonia in Do maggiore se non proprio degli ultimi mesi di vita del compositore è dei suoi ultimi anni: una grande affermazione di autonomia rispetto a Beethoven, che già aveva scritto la Nona. Qui l’eredità del Classicismo è sublimata in un linguaggio del tutto nuovo anche sul piano orchestrale, dopo i grandi esempi cameristici e pianistici: la dilatazione dello spazio musicale introduce un elemento soggettivo nuovo e affascinante, mentre il discorso tematico e armonico procede per movimenti sottili e poetici, introspettivi, pazienti, che postulano un’esperienza di ascolto quasi rivoluzionaria, certo inconsueta per il pubblico di metà Ottocento e spesso anche per quello attuale. L’ascolto della “divina lunghezza”.

Registrata nel settembre 2011 al Teatro Manzoni di Bologna, questa interpretazione della Grande ne svela e sottolinea la particolarità strutturale e musicale con un’amorevolezza pari alla lucidità analitica. L’immensa partitura (non viene tralasciato giustamente alcun da capo e quindi la durata arriva a 63 minuti) viene svelata con paziente rigore nella sua natura di vagabondaggio interiore, di racconto fantastico di un mondo nuovo che, come aveva annotato Schumann nella sua celebre recensione, “non ci conduce mai troppo lontano dal punto centrale e sempre ci riporta ad esso”.

L’esecuzione si avvale di un organico non particolarmente ampio, ma la qualità del suono della Mozart si fa comunque apprezzare sia nell’insieme che nei dettagli, curati con impeccabile definizione stilistica, oltre che con tecnica senza ombre. Tutto è splendidamente funzionale alla visione di Abbado, che della Grande illumina il ruolo di punto di partenza di una linea specifica e particolare del Romanticismo musicale, quella che alla fine del secolo si salderà con l’esperienza di Bruckner e per certi aspetti anche di Mahler. Dei quali pure, non a caso, questo direttore è stato un interprete rivelatore.

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Pubblicato il 2015-08-10 Scritto da CesareGalla

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