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Ascoltare, per davvero

Luca Pavanel di Luca Pavanel
17 Aprile 2012
in Il pizzico
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Home Il pizzico
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IL PIZZICO

di Luca Pavanel


C’è da chiedersi se la “dittatura del presente” riguardi anche il nostro modo quotidiano di gestire il rapporto uditivo con il mondo. In parole povere, gli ascolti. Una domanda dal sapore filosofico o che pare nascere dalle considerazioni dell’etnologo francese Mark Augé, che con il suo nuovo tomo titolato Futuro sta inondando gli scaffali delle librerie. Così, su due piedi, su una questione così enorme – il nostro avvenire – visti i tempi e per non buscarsi un attacco d’ansia – meglio far parlare gente come lui. Al massimo ci si può inoltrare, sull’aspetto aurale della faccenda: dunque alcune questioni legate alla modernità, ai media e al loro utilizzo.
L’ascolto della musica sui motori di ricerca online non è un abitudine consolidata, di più, un’usanza di massa che più di massa non si può. Quel che arriva ai timpani è tutto da vedere; sul cosa ognuno per sé, il punto è il come.

Non sono pochi quelli che si possono definire I mordi e fuggi: trattasi del popolo di chi assaggia e cambia subito canale; fa partire il file, l’aria operistica, il pezzo progressive o jazz, o la famosa sinfonia, solo per qualche minuto – meno della durata prevista – e magari in maniera compulsiva, gira a caccia di altro. Ma dopo aver sentito qua, aver sentito là, su e giù, che cosa è rimasto? Come leggere due pagine di un libro per poi passare a un altro, magari gironzolando su Facebook. Senza contare le immagini ballerine davanti agli occhi, un motivo in più di distrazione: si sa, le musiche web fanno il paio con i video. Quale fatica…

Che caos invece dalle parti dei Radiofracassoni. A chi non è mai capitato di imbattersi in un esemplare di molestatore dell’etere, nella forma più plateale: colui che passeggia con compatto radiolone-lettore(cd)-mangiacassette di una volta pure sui mezzi, ai giardini pubblici o per strada, con l’idea di essere solo e bello nel mondo. Spesso giovani e assai incuranti del prossimo loro – più inclini alla musica di consumo brutale che a quella d’arte – si spostano “accessoriati” per farsi notare. L’ascolto pare del tutto secondario; passano come sassi nello spazio denso della metropoli, lasciando una scia di “tututun-tututun-tututun”. In sintesi: un non impegno girovago senza meta, una fonte non sense per il pubblico, solo un’affermazione di se stessi, della serie “fate largo!”, in tutta la sua alienazione che mette del suo per alienare.

Terza categoria, quella dei Sottofondisti, traduzione:  radio, cd, vinile, Pc music, purché la musica sia la più bassa possibile, appena percettibile. E allora le voci liriche sono echi, i ritmi prendono il significato di una batteria che ritma le acrobazie sul calcinculo e il virtuoso di turno potrebbe essere quello di un semplice piano bar. Tutto diventa/è secondario; anche la migliore composizione del mondo viene retrocessa a musichetta-sfondo di qualsiasi altra azione che non sia quella di ascoltare con la vera intenzione di farlo. Il rimedio?

Naturalmente a questi mali c’è, tanto antico quanto efficace. Quello di recuperare dalla cantina uno degli oggetti preferiti del nonno: la poltrona. Essa può diventare il trampolino di lancio per ritornare a uno stile di ascolto che non passa mai di moda.  Ma anche il divano andrà benissimo. Istruzioni per il come, magari una sera tranquilli a casa: mettere nel riproduttore la musica prescelta, sedersi sul morbido cuscino, approfittare dei pochi secondi che precedono l’inizio per sorseggiare un bicchierino di Bourbon, chiudere gli occhi. Il viaggio inizia: signori velocisti del suono, vedrete che differenza!

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