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Tra centomila anni…

Luca Pavanel di Luca Pavanel
2 Aprile 2012
in Il pizzico
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Home Il pizzico
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IL PIZZICO

di Luca Pavanel


Come sarà tra centomila anni? Per quanto riguarda la musica, non è dato supporlo. Dalle ipotesi di vari studiosi sul futuro dell’Umanità, che sono state ri-lanciate da un articolo apparso sulla rivista New Scientist, l’arte delle note non è stata presa in considerazione. Chissà perché, eppure non è proprio il fanalino di coda nelle nostre vite, no? Allora immaginiamo.

Se ci sarà una mutazione fisica dell’uomo, potrebbero sparire le orecchie, e con esse qualsiasi problema aurale. Altrimenti, ci sarà un essere arrivato a uno stadio senza dita, allora addio strumenti, almeno per come li conosciamo; altra alternativa ancora, gli arnesi per i suoni – veri gioielli di tecnologia aliena -, utili per aprire varchi spazio-temporali. Affascinante, che brividi. Ma questi, diciamocelo, sono scenari che allo stato, più che altro, rimandano alle cine-avventure di Star Trek. Guardiamo all’oggi. Che ha già in sé il dna dell’avvenire. Qualche esempio per tutti, potrebbero essere le intelligenze artificiali, i rumori del cosmo e gli iper strumenti… Che sballo, sembra di essere già sulla “macchina del tempo”. Magari no, rimarrà tutto legno e velluti, ma intanto c’è chi già vola, va oltre, ha già costruito il suo Matrix.

C’era una volta il nipponico Suguro Goto… No, non si pensi a un samurai, con le sue gesta, protagonista di uno shogunato. Eccolo dal Sol Levante, fior di compositore dedito all’intelligenza artificiale. Il suo è un cyber-umanesimo: qualche tempo fa lo si è visto alla Biennale musica di Venezia, dove l’uomo s’è presentato con la sua “allegra compagnia” di automi, campioni di Roboticmusic: braccia posticce che suonano percussioni a ritmi vorticosi, voci elettroniche, solo un bit per una tempesta di mega-hertz. Di più. A Milano c’è Massimiliano Viel, l’uomo che cadde sulla Terra, della serie ingegni votati al progresso. Niente tute spaziali o slang galattici oppure arie da superstar di Alpha Centauri; scarpe da tennis e portatile come arma, sobrietà per badare al sodo. Preparato (molto) e diretto, spiega che i suoni del cosmo (Quasar & Co.) vengono catturati e “lavorati” e poi usati per scrivere nuove musiche, su un pentagramma chiamato firmamento. Non cercate i capitano Kirk e il suo secondo vulcaniano Spock…  Tutto vero: ci sarà un momento in cui gli iper strumenti si compreranno al supermercato. Ora sono specialissimi e non per tutti; danno da riflettere, non poco. Sono dispositivi che generano informazioni rilevate dai movimenti delle mani. Vedi il sistema Handel, che ovviamente con George Frideric non c’entra niente: un pianoforte immaginario, per dirne una; si aziona sfiorando l’aria, dunque non si tocca, perché c’è e non c’è, eppure sicuramente suona. Fin qui il presente-futuro, con la sua cifra che è l’indeterminatezza. Si pensi a quante possibilità. Dalle più new age (le arpe eoliche suonate dai venti, a cura di Mario Bertoncini) alle più demenzial-giocose (i concerti coi bip emessi dalla pancia aperta dell’Allegro Chirurgo), passando per i pezzi made in chef (fughe suonate coi bollitori per la cucina); per concludere con il sound per air (brani composti per palloncini; firmati RepertorioZero). E poi?

Nello spazio aperto, sempre tra ora e domani. Mister silenzi coi suoi fruscii – a disposizione mille incisioni – che nella sua potenza e vastità potrebbe liberare dall’affanno. Oppure il suono dell’universo, che ci illuminerà. Anzi, pardon, che già ci ha già illuminati. Già, perché su questo i nostri parenti molto poco prossimi hanno perso la partita. Lo abbiamo (quasi) scoperto ed etichettato nel nostro tempo, quel suono. Più precisamente a Ginevra, in un superlaboratorio non lo hanno proprio isolato ma la sua “voce” è stata registrata. Come a dire il neonato non si fa vedere ma sentire sì: il piccolo “bosone di Higgs”. Cosa c’è di più avanzato della voce di Dio?

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