di Luca Chierici
Il dramma «potente, singolare e vastissimo» (sono le parole di Verdi) ossia “Don Álvaro, ó la fuerza del sino” di Angel de Saavedra, vero e proprio manifesto del Romanticismo spagnolo, è alla base di una delle opere più difficili e intricate della produzione verdiana, dove il forte contenuto drammatico è venato da grandi scene corali e persino da tratti di commedia.
La forza del destino porterà in un prossimo futuro a delineare i grandi capolavori della maturità avanzata, da Don Carlos, Aida, Otello inaugurando davvero una stagione creativa che non si sarebbe potuto immaginare nei confini della produzione precedente. Il titolo, revisionato per la Scala nel 1869 su libretto di Ghislanzoni dopo le prime esecuzioni pietroburghesi del 1862, ha peraltro conosciuto una storia di successi in tutto il mondo testimoniata dalla presenza di grandi cantanti e direttori. Alla Scala, celebre fu il ruolo di Leonora affidato alla Tebaldi nel 1955 e proprio alla grande cantante è stata dedicata la serata inaugurale di questa stagione 2024-2025. La “Forza” è un lavoro che mette alla prova tutti, dai protagonisti vocali – coro incluso, che ha un ruolo fondamentale – all’orchestra e al suo direttore, alla regìa, scene e costumi. E tale lavoro di squadra si è percepito benissimo anche in questa realizzazione che segue in ordine cronologico quelle del 1999 con Muti e la ripresa della prima edizione russa con Gergiev nel 2001.
Nella versione odierna il disegno registico di Leo Muscato ha previsto una grande struttura girevole, funzionale a una vera e propria “ruota del destino” che permette allo spettatore di seguire tutte le fasi di una vicenda che già nel dramma originale non rispetta le classiche unità di tempo e di luogo. Un insistito riferimento alle guerre dei giorni nostri è azzeccato tranne per il fatto che nel dramma verdiano le battaglie degli eserciti spagnolo e italiano contro gli usurpatori austriaci, contrariamente a quanto succede oggi, sono quasi salutate positivamente come atto di liberazione, in un contesto che ancora risente dei motivi del Risorgimento italiano. Non si è apprezzato del tutto quello che doveva essere un cambio di riferimento temporale, dalla ambientazione nel Settecento ad oggi, parallelo allo svolgimento dell’azione: la comparsa dei simboli della Croce Rossa durante la battaglia di Velletri era a questo titolo un espediente piuttosto limitato. E le scene di Federica Parolini, scollegate dal meccanismo di rotazione dell’impianto, sono sembrate molto tradizionali, fatto questo che assieme agli ancora tradizionali costumi di Silvia Aymonino ha tranquillizzato fin troppo buona parte del pubblico, che al termine della rappresentazione ha salutato regista, scenografa, costumista con una buona dose di applausi.
Ma veniamo alla sostanza musicale di questa “Forza”. Riccardo Chailly ha compiuto il miracolo di tenere saldo in mano uno spettacolo così complesso guardando ovviamente alle componenti musicali ma anche seguendo la costruzione formale del regista e aiutando i cantanti nei momenti più perigliosi. La sua è stata una lettura che ha prediletto la componente più viva della vicenda senza un attimo di stanchezza: lo si è capito fin dall’inizio con una esecuzione da manuale della bellissima Sinfonia che rimane uno dei luoghi più esaltanti del pensiero verdiano.
Il cast vedeva la predominanza di Anna Netrebko nel ruolo di Leonora. La Netrebko ha voce di soprano lirico e carattere tali da soddisfare tutte le sfaccettature di un personaggio difficile che è diviso tra l’amore per Alvaro, quello per il padre e soprattutto è sorretto da una fede incrollabile. Il personaggio vive quindi cambiamenti di ruolo che ne rendono particolarmente problematica la realizzazione, e in questo il soprano ha aderito al compito con una compenetrazione dei caratteri ideale, anche se dal punto di vista strettamente vocale non tutto è filato liscio come ci si poteva attendere. Piccole cose che hanno poco convinto una parte del loggione. La valutazione delle singole voci nella “Forza” non può prescindere, è vero, dai numerosi antecedenti storici ma sarebbe un compito troppo puntiglioso il discorrere di fiati, acuti (si bemolle e si naturali) e quant’altro. È così capitato che il protagonista che meglio ha soddisfatto il proprio ruolo sia dal punto di vista strettamente vocale che da quello dell’analisi del personaggio è stato Ludovic Tézier quale Don Carlo di Vargas: a lui, giustamente, sono stati tributati gli applausi più intensi del pubblico intero e un vero e proprio trionfo finale. In stretta successione si è valutato molto positivamente l’Alvaro di Brian Jagde sul quale erano puntate tutte le attenzioni a causa della sua chiamata in causa quale sostituto di Kaufmann. Non abbiamo avuto le mezze voci del famoso tenore e forse Jagde ha ricordato a volte l’iper-espressivo Alvaro di del Monaco, ma la sua voce fresca e squillante ha comunque convinto a ragione il pubblico. Come lo ha convinto il Padre Guardiano di Alexander Vinogradov, voce di basso tipicamente russa che ha ricordato i Christoff e i Ghiaurov di un tempo. Vinogradov ha delineato un Padre guardiano fermo, ieratico e allo stesso tempo vicino al cuore di Leonora. Non ottimale è stata invece la Preziosilla di Vasilisa Berzhanskaya, voce spesso coperta dall’orchestra, e carattere piuttosto generico mentre di spicco è stata la prestazione di Marco Filippo Romano quale Melitone e di Fabrizio Beggi nel ruolo del Marchese di Calatrava. Lodevole nella sua parte “buffa” il Trabuco di Carlo Bosi. Ma allo stesso livello di eccellenza dei protagonisti è stato il coro egregiamente istruito da Alberto Malazzi nel compito assai arduo di rappresentare diversi caratteri lungo lo svolgimento dell’opera.























