di Monika Prusak
«Il programma di quest’anno emana cambiamenti. – ha affermato Robert Piaskowski, il nuovo Direttore del Centro Nazionale di Cultura, organizzatore della manifestazione – È un passo rilevante ai fini di far risuonare il festival con più forza sull’arena locale ed internazionale, ed è particolarmente importante in caso di grandi forme musicali, quando lo sforzo comune degli artisti può essere presentato a un pubblico più vasto e in diversi luoghi».
Il titolo Echi e riverberi vuole indicare l’evoluzione della musica nel tempo, attraverso nuove rielaborazioni e grazie a una inarrestabile curiosità delle nuove generazioni di artisti e compositori. Accanto a concerti e spettacoli di teatro musicale organizzati a blocchi durante i weekend, la Galleria Okno di Varsavia ha ospitato un evento speciale: Musica alternativa. Le storie della musica speculative è un’installazione creata dal Gruppo panGenerator, attivo nel campo dei new media art & design, che esplora nuovi significati di espressione artistica e di interazione con il pubblico.
Uno degli eventi salienti del Festival è stata la rappresentazione dell’opera Maschera Nera (1986) di Krzysztof Penderecki, prodotta da Eufonie in collaborazione con il Teatro Grande Opera Nazionale di Varsavia. Composta su commissione del Salzburger Festspiele, l’opera prende spunto da un dramma di Gerhart Hauptmann, rivisto e trasformato da Harry Kupfer e dallo stesso Penderecki.
La cena per il compleanno della moglie di un ricco sindaco riunisce tredici personaggi di diverse estrazioni sociali, religioni e orientamento politico, le cui sorti sono in qualche modo collegate. L’impostazione della drammaturgia riflette lontanamente il modello del Simposio platonico, ma le conversazioni e le polemiche che nascono tra i protagonisti sono impregnate di segreti, ricordi, paure e allucinazioni, che inevitabilmente toccano i temi di fragilità della natura umana e tipicamente novecentesca ovvero l’impressione di una fine inevitabile. I personaggi verranno coinvolti in una specie di “grande danza barocca della morte” (cit. Penderecki) e la Maschera Nera, un personaggio vero e proprio dal nome Johnson, un “Angelo della Vendetta” impigliato in una vicenda passata con la protagonista Benigna, porterà alla rovina tutti tranne uno: Löwel Perl “Ebreo, eterno vagabondo”. Un testo significativo per Penderecki, che non solo sopravvisse alla guerra, ma che fu testimone, già da bambino, di numerose uccisioni degli ebrei nella sua città natale Dębica. Ha portato un certo scalpore l’interpretazione della regia, che ritrae Johnson attraverso le proiezioni video di nudo integrale dell’attore francese Pier Ewudu, rendendo evidente, anche se distante, il legame tra lui e la padrona di casa. La regia di David Poutney ambienta la vicenda secentesca in una moderna casa lussuosa ed elegante, con la buca dell’orchestra che diventa piscina, il coro sistemato dietro le tende sulle pareti, e la porta d’ingresso di una cassaforte gigante. A tratti violento e con scene esplicite di sesso, lo spettacolo è destinato al solo pubblico adulto. Le scenografie di Raimund Bauer ammaliano per la bellezza delle rifiniture, che brillano nelle luci di Fabrice Kebour. Maria-Jeanne Lecca presenta un ventaglio strabiliante di costumi: gli indimenticabili ballerini in maschere veneziane e i coristi delle scene finali. Bassem Akiki dirige l’orchestra con impeto e attenzione in una concertazione complessa, travolgente e incessante. La scrittura di Penderecki ha un forte aspetto neoromantico di stampo straussiano, che tuttavia non confonde la mano personalissima del compositore polacco. L’uso massiccio delle percussioni, tra cui strumenti caratteristici come la sega ad arco, fa della performance un vero e proprio spettacolo sonoro, reso in maniera eccellente dall’orchestra dell’Opera Nazionale. Il tutto è coadiuvato da un cast riuscitissimo di cantanti, tra cui spiccano Wojciech Parchem, nel ruolo di protagonista Silvanus Schuller, Natalia Rubiś in Benigna e Katarzyna Drelich in Arabella. Notevole anche Wojciech Gierlach in François Tortebat. Colpisce la creazione di Elżbieta Wróblewska, che propone una Rosa Sacchi realistica e devastata. La ragazza è una vittima traumatizzata della guerra, evidentemente fuori di sé, che continua ad essere usata come giocattolo sessuale dai protagonisti e viene brutalmente stuprata in scena. Nel movimentato finale sorprendono gli effetti speciali tra luci, rumori e suoni, spari e fumo, scene preparate con la collaborazione del pirotecnico Frédéric Matona e del coordinatore delle scene con gli stuntman, Ran Arthur Braun.
Il pubblico della capitale polacca ha avuto occasione di partecipare a un altro concerto la stessa sera dello spettacolo, una performance dell’ensemble di musica nuova Kwartludium (Dagna Sadkowska, violino; Piotr Nowicki, pianoforte, Michał Górczyński, clarinetto e clarinetto basso, Paweł Nowicki, percussioni) con il compositore di musica elettronica Jacaszek, che insieme hanno presentato una rielaborazione del materiale dall’album Kolchida registrato nel 2022. Il progetto trae origine dalle ricerche sui canti georgiani, che narrano il mito di Giasone e il vello d’oro. L’ensemble, che nel 2014 ha partecipato a Palermo al Festival Nuove Musiche, attraverso una ricerca sonora estemporanea ed una attenta ed ispirata alla polifonia georgiana esplorazione del mito, porta a paesaggi sonori inediti e coinvolgenti. L’elettronica ambient collabora in modo poetico e sorprendente con il quartetto. Da notare anche la location, Mała Warszawa (Piccola Varsavia): una vecchia fabbrica trasformata in sala da concerto, con un eccellente impianto luci e interni accoglienti e originali.
All’indomani dei due eventi, la Filarmonica Nazionale di Varsavia ha proposto un altro concerto all’interno del Festival, questa volta legato al primo Novecento. Introdotti da La danza di Salome dal dramma musicale Salome Op. 54 (1905) di Richard Strauss, sono stati eseguiti i Canti della principessa delle fiabe Op. 31 (1915) e la III Sinfonia “Canto della Notte” Op. 27 (1914-1916) di Karol Szymanowski. Una sostituzione all’ultimo momento ha provocato una certa insicurezza nell’interpretazione dei Canti: Katarzyna Drelich, che il giorno prima ha recitato nella Maschera Nera, non è riuscita ad entrare perfettamente nella profondità misteriosa e tenera della scrittura di Szymanowski, mostrando comunque un’ottima resa musicale e una intonazione eccellente. I Canti, composti sulle poesie della sorella di Szymanowski, Zofia, sono pieni di immagini delicate e sognanti che danno alla musica un carattere esotico e fiabesco. Il concerto si è concluso con la magnifica interpretazione della III Sinfonia di Szymanowski, composizione monumentale e tanto coraggiosa per gli anni in cui fu composta. Paragonata a una “panteistica visione del mondo” (Zofia Helman), la Sinfonia presenta il periodo medio della composizione di Szymanowski, immerso nell’impressionismo e nell’espressionismo di quell’epoca. Una sorta di poema sinfonico sul testo del poeta persiano Rumi, il Canto della Notte è pieno di contrasti di tempo ed espressività con dinamiche che vanno dal pianissimo a un forte solenne e incontenibile. Il tenore Bartosz Nowak affronta la parte con grande sicurezza. La voce suadente del cantante si inserisce nell’insieme ben preparato e numerosissimo dell’orchestra e del coro della Filarmonica Nazionale di Varsavia. La grandiosa direzione di Michał Klauza lascia in apnea per la bellezza dei timbri e per una eccellente resa dell’insieme, ma provoca anche una riflessione sulla indiscutibile attualità di questa musica, che, probabilmente per la difficoltà della scrittura, ancora oggi non oltrepassa facilmente i confini polacchi.























