di Attilio Piovano
È stata l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, per la direzione di Myung-Whun Chung, ad inaugurare il 2025, a Torino, per la stagione dei Concerti del Lingotto, venerdì 10 gennaio. Concerto dal successo enorme, ed era del tutto prevedibile, con un programma nel segno di Brahms e Beethoven.
Del musicista amburghese si è ascoltato il sublime Concerto per violino dalla «radiosa amabilità» del quale il fuoriclasse armeno Sergey Khachatryan ha dato un’interpretazione a dir poco esemplare, regalandoci uno dei più emozionanti concerti, in assoluto, degli ultimi anni. Intonazione perfetta (personalmente sono molto esigente quanto ad intonazione degli strumentisti di arco, e posso testimoniare che non una sola nota era calante o crescente), tecnica inappuntabile, pur tuttavia priva di ostentato esibizionismo, bensì sempre posta al servizio della musica; Khachatryan (a Torino si era esibito in Rai a metà dicembre) è uno di quei violinisti che ti conquistano al primo istante, ma non con il magnetismo atletico che altri pongono in atto, piuttosto con l’intensità interiore e il pathos del suo sentire. E ciò è emerso al meglio soprattutto nel mirifico Adagio tutto traboccante di tenerezza e dolce effusività. Khachatryan pareva accarezzare il suono, ogni nota la sua giusta timbratura, il suo esatto peso, insomma una gioia per le orecchie e per il cuore. Anche nel finale (Allegro giocoso), impregnato di umori zingareschi ovvero ungheresi, la sua interpretazione, ottimamente assecondata dall’Orchestra e soprattutto da una visione di Chung in totale sintonia, è parsa all’insegna di misura e compostezza, senza quegli eccessi dinamici, di stregonesca brillantezza che altri sciorinano con esibita e spesso capziosa esuberanza, finendo per stravolgere l’esprit del Concerto stesso, mai parso così socievole e delizioso. Forse, a voler essere sinceri, solamente il primo movimento ha sofferto un poco (ma solo un poco) di eccessiva dilatazione e di un incedere parsimonioso, centellinato all’inverosimile, col rischio (talora) di fare venire meno la tensione emotiva. Ma è un peccato veniale, a fronte – merita ribadirlo – di una lettura complessiva di altissimo livello della quale conserveremo a lungo graditissimo ricordo.
Due i bis: di Ysaÿe il primo tempo dalla Quarta Sonata per violino solo op. 27, tutta polifonie memori di Bach, contaminate con armonie tardo romantiche, pagina non a caso in piena sintonia con la musicalità del Nostro, e una toccante, struggente e delicatissima Canzone spirituale armena del X secolo (Havoun Havoun, di Gregorio di Narek, quasi Ninna nanna) che ha lasciato stupefatti.
Poi ecco, nella seconda parte della serata, il Beethoven ‘dionisiaco’ della Settima di cui Chung e l’Orchestra di Santa Cecilia (in assoluto con OSNRai, Maggio Musicale e Filarmonica della Scala, la migliore delle compagini italiane) hanno dato un’interpretazione superba. Per perfezione tecnica, capacità di coinvolgimento fin dall’attacco, bellezza di timbri, calibrate dinamiche e molto altro ancora. Forse solo il celeberrimo Allegretto lo avremmo voluto, questo sì, un poco più distillato, però l’accumulo di tensione con il crescendo era da manuale: con quel pulsare dattilico colmo di misterioso spirito elegiaco. Molti i passaggi che sarebbero da additare quali vere e proprie lezioni di stile. Per dire: il notissimo passo fugato così raramente è apparso in tutta la sua bellezza, laddove Chung lasciava suonare l’orchestra limitandosi a constatarne la bravura, guidandola con pochi cenni millimetrici, atti a porre in evidenza la cartesiana ‘quadratura’ polifonica. Anche nel Finale, dove molti direttori eccedono e tante orchestre sembrano intenzionate solamente a superare in decibel precedenti interpretazioni, tutto era misura, sobrietà ed equilibrio. Un vero trionfo, con ovazioni ed applausi protratti al grande Chung, dal gesto misurato e pur sempre finalizzato al risultato sonoro, ed alla compagine, ammirata in tutte le sue ottime, superlative sezioni.
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Primo concerto del 2025 (giovedì 9 gennaio, Auditorium ‘Toscanini’) anche per OSNRai: sul podio Andrea Battistoni (nominato di recente direttore musicale del Teatro Regio). In apertura del piemontese Leone Sinigaglia, la spumeggiante ouverture dalle Baruffe Chiozzotte, testimonianza di una mano sicura e di un sentire raffinato e colto: pagina che Battistoni ha diretto con gusto e varietà di colori. Poi ecco le Variazioni su un tema rococò di Cajkovskij che la violoncellista Anastasia Kobekina, solista eccellente e di cordiale comunicativa ha interpretato invero con grande charme: vera fuoriclasse, talvolta lievemente tradita quanto a intonazione dalla sua impetuosa esuberanza; ha comunque virtuosismo da vendere e notevole sensibilità. Il suo Bach fuori dagli schemi ha regalato ulteriori emozioni, offerto quale bis. Il clou con la monumentale e fascinosa Terza Sinfonia op. 78 con organo di Saint-Saëns che Battistoni ha diretto a memoria, potendo contare sull’OSNRai in forma smagliante. Gran bella prova dell’orchestra, direzione puntuale e lussureggiante, ma pur sempre sorvegliatissima, significativo successo e molte emozioni. Unico (grave) neo: l’adozione di un inadeguato strumento digitale dai suoni campionati, anche a causa di un’amplificazione deficitaria. Un plauso speciale, peraltro, al valido Luca Benedicti (dall’inappuntabile aplomb) che ha fatto invero del suo meglio. Ma la maestosità luminosa e possente che solo un organo a canne può garantire è, ovviamente, cosa altra.























