di Luca Chierici
Chi si ricordava le eccellenti serate donate da Kirill Petrenko al pubblico scaligero negli ultimi anni non poteva che attendersi un concerto di alto livello al termine di questa stagione sinfonica dedicata alle orchestre ospiti, nel nostro caso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia.
Che questa compagine sia una delle migliori in circolazione è cosa risaputa ma il livello del concerto dell’altra alla Scala sera ha superato le pur rosee previsioni sia per il programma scelto dal direttore che soprattutto per la straordinaria qualità della lettura dell’impaginato. Petrenko ha il dono di approfondire le caratteristiche del repertorio prescelto andando a scovare i motivi più intimi del discorso musicale secondo una sensibilità che sembra ideale. Il lato più oscuro, quasi lugubre della Ouverture dal Manfred di Schumann ha aperto il programma attraverso una sonorità esacerbata, del tutto consona al difficile carattere dell’ultimo linguaggio del compositore. Non ci poteva essere maggiore contrasto tra questo momento di romanticismo estremo e il classicismo gioioso della Sinfonia concertante K. 297b di Mozart dove quattro fiati solisti conducono un discorso di bellezza assoluta nel quale non si sa se ammirare di più la vivacità delle singole voci o l’insieme concertante che lega tra loro le stesse e l’orchestra. I fiati dell’orchestra romana (Andrea Oliva al flauto, Francesco Di Rosa all’oboe, Andrea Zucco al fagotto, Alessio Allegrini al corno) hanno dato prova di un virtuosismo encomiabile illustrando a quale punto di perfezione era già arrivato l’autore nell’amalgamare le singole voci strumentali sottolineando la personalità dei differenti timbri in un contesto di splendida armonia.
Ma una ancora più grande rivelazione attendeva l’ascoltatore nel momento in cui ci si apprestava ad affrontare la pagina conclusiva della serata con la prima Sinfonia di Brahms. Qui Petrenko si è davvero immerso nel capolavoro dell’amburghese con un coinvolgimento profondo che ne estrapolava tutte le caratteristiche multiformi. Mai si era ascoltato con simile chiarezza il difficile percorso che lega il primo movimento a quelli successivi, lo splendido dittico finale che porta a una felice, magnifica e ottimistica conclusione. Il pubblico ha capito perfettamente quale grande sensibilità poteva portare a simili risultati di lettura e ha tributato a Petrenko, coadiuvato ovviamente dall’orchestra, un sincero e cordiale successo che si è prolungato per numerosi minuti.























