di Attilio Piovano
Per il secondo anno consecutivo, stante il notevole successo della prima edizione (tant’è che c’è stato un significativo aumento negli abbonati), Lingotto Musica propone una succulenta rassegna pianistica (Sala Cinquecento). Bei nomi del concertismo internazionale e contenuti davvero interessanti. Cinque i concerti, da novembre ad aprile.
Apertura con l’argentino Nelson Goerner, martedì 18 novembre 2025, al quale seguirà poi il recital per intero consacrato a Bach della fuoriclasse Angela Hewitt (15 gennaio 2026); e ancora, Igor Levit e la ventisettenne Marie-Ange Nguci (2 e 31 marzo e una smazzata di pagine da Beethoven a Schumann, Liszt, Chopin giù giù sino a Ravel); conclusione infine con Alexander Romanovsky che in aprile accosterà Mozart a Debussy e Musorgskij.
Felice inaugurazione, affidata dunque al citato Nelson Goerner che ha scelto di impaginare il programma accostando la bachiana (e clavicembalistica) Toccata in do minore BWV 911 alla sublime Sonata D 958 di Schubert, anch’essa in do minore. Poi le due Fantasie, in fa minore op. 49 di Chopin e in do maggiore op. 17 di Schumann.
Classe 1969, già vincitore del prestigioso concorso di Ginevra nel 1990, da cui prese l’avvio una carriera internazionale, sia come solista con prestigiose formazioni e così pure in ambito cameristico, Goerner è pianista di fama mondiale; tecnica solidissima, trasparenza sonora, molto virtuosismo, capacità di sfoggiare sonorità corpose, ma anche delicati pianissimi, gusto, sensibilità e innegabile maestria nell’immedesimarsi in autori e brani specifici, restituendone la corretta dimensione espressiva, sia pure con scelte talora personali, ma sempre motivate e sostenute da intelligenza interpretativa. Per dire, il suo Bach, quello della giovanile, vasta e proteiforme Toccata BWV 911 in cui momenti di libera improvvisazione senza soluzione di continuità trascolorano in maniere da Corale, nonché in una sontuosa Fuga, è parso energico e scorrevolissimo; un Bach molto ‘pianistico’, quello di Goerner, con un range di dinamiche impressionante (e un incredibile nitore sonoro), un Bach lontano mille miglia dalle esangui rarefazioni di certe esecuzioni cosiddette filologiche. E pazienza per qualche crescendo e qualche diminuendo in apparenza un poco ‘casuali’ (absit iniuria verbis), ma in realtà motivati dal desiderio di lumeggiare un inciso, una frase, un dettaglio. Sublime la chiarezza posta in atto nella resa dell’impianto polifonico.
Poi ecco lo Schubert altissimo della Sonata D 958 terzultima pagina del corpus sonatistico schubertiano dall’incipit icastico e poderoso. E subito si è compreso che sarebbe stato uno Schubert foriero di grandi emozioni. E così è stato. Goerner ha sfoderato invenzioni timbriche di grande efficacia, mostrando un senso della forma come pochi. Virilità, energia e molto vigore nel primo tempo dalla toccante e diafana chiusa quasi fantomatica. Poi il culmine del mirifico Adagio in cui il pianista argentino ha toccato vertici inauditi di poesia, eleganza e intensità. Del successivo Menuetto in terza posizione Goerner ha ben posto in evidenza i sospirosi anacoluti e una miriade di preziosi dettagli, prima di fiondarsi nel Finale dal ritmo di tarantella percorso da inquietanti brividi e una tesa drammaticità.
Seconda parte del concerto dedicata a Chopin e infine a Schumann. Quanto al primo, Goerner ne ha interpretato la Fantasia op. 49 con intenso pathos, alternando delicatezze a sonorità (talora fin troppo) granitiche, poderose, in qualche caso addirittura ‘aggressive’: uno Chopin flamboyant mai ascoltato a colori così vividi, dalle entusiasmanti accensioni, ma anche con bei cantabili, magnificamente timbrati. Infine grandi emozioni con l’ampia architettura della schumanniana Fantasia op. 17 della quale il solista ha rivelato con chiarezza la non facile dimensione formale, una vera lezione di stile. Anche in questo caso, sonorità esuberanti e frasi scattanti nel secondo tempo seguite poi dalla poesia del terzo, in bilico tra vistose e intenzionali reminiscenze beethoveniane e certo Liszt (quello ad esempio dei Sonetti del Petrarca e dei brani più intimisti degli Anni di pellegrinaggio). E allora, quasi come lucida (e inevitabile) conseguenza, ecco il primo dei bis, per l’appunto nel segno del musicista ungherese, del quale Goerner ha proposto il celeberrimo e impervio Studio da concerto (S. 144 n. 2 ) ‘La leggierezza’ ribadendo una rara sensibilità coloristica; infine ancora Chopin (Notturno n.13 in do minore op. 48 n. 1 quasi idealmente e ciclicamente a ribadire la tonalità dalla quale il recital aveva peso le mosse). Applausi protratti e scroscianti.























