di Attilio Piovano
«Coltiva i tuoi dubbi. Non smettere mai di pensare. Sii fiero di quello che hai pensato, ma non fermarti. Continua a farlo».
Il messaggio è oltremodo chiaro e giunge al pubblico innescando grande emozione, al termine dello spettacolo dal titolo Tucidide, Atene contro Melo, salutato da convinti applausi da parte di una platea stracolma: spettacolo da tempo proposto in sedi prestigiose e presso rilevanti festival, ora approdato a Torino entro il cartellone di Lingotto Musica (Auditorium ‘G. Agnelli’, martedì 25 novembre 2025), per la regia di Alessandro Baricco, autore della drammaturgia e gran protagonista in scena quale narratore di lusso, in grado di incantare la platea fin dal primo istante con le sue singolari doti fascinatorie: compassato e nel contempo arguto deus ex machina, sorta di neo historicus, affiancato dalle straordinarie attrici Stefania Rocca e Valeria Solarino, nonché dai 100 Cellos diretti da Enrico Melozzi, artista proteiforme e ‘visionario’, versatile e ‘trasversale’, e con il vulcanico Giovanni Sollima nella doppia veste di autore delle musiche e solista. Musiche, quelle di Sollima, talora dall’ambientazione stilistica per così dire neo minimal, ma anche arcaicizzanti, con guizzi di fantasiosa creatività, talaltra (come nel vasto affresco sonoro che chiude la parte centrale, o più ancora nel protratto ostinato ritmico che precede immediatamente il toccante epilogo), improntate a sontuose e lussureggianti incandescenze timbrico-ritmiche. Con i violoncelli utilizzati anche come ideali strumenti percussivi (tamburi di guerra), come elementi coreografici atti a definire il clima cupo del conflitto. Laddove il violoncello solista di Sollima si piega talora a inaudite e incredibili sonorità, stagliandosi sulla massa compatta dell’imponente Ensemble dei 100 Cellos, in bilico tra struggenti evocazioni di una voce umana, quasi a simbolo di lamento cosmico, e suoni che si direbbero ‘di sintesi’, insomma arcane risonanze e modernità, al tempo stesso, a ribadire l’ultra secolare validità delle vicende narrate e del ‘messaggio’ proposto che, lo si anticipava più sopra, a fine serata giunge a coronamento di poco più di un’ora e mezza non stop di monologo, dialoghi, musica, melologo e quant’altro, in un tutt’uno ben amalgamato.
Ma è del contenuto ovviamente che occorre riferire. L’assunto è la narrazione di un episodio della cosiddetta Guerra del Peloponneso (431-404 A.C.), così come ce la tramanda il sommo Tucidide, vale a dire l’episodio che riguarda l’ambasciata (l’ultimatum) inviato dagli ateniesi agli oligarchi della città di Melo, nelle Cicladi, che, sazia di combattere, aveva deciso di ‘sfilarsi’ e semplicemente non combattere più (416 A.C.). La narrazione tucididea è un raro esempio in cui lo storico (poi seguito nel suo iter cronachistico dal non meno valido Senofonte) pare coinvolto emotivamente nella vicenda, quasi vi avesse partecipato personalmente: tant’è che «riferisce le parole esatte» pronunciate dagli ambasciatori medesimi «e ricostruisce in modo drammaticamente vivissimo lo scontro verbale tra i due schieramenti». L’esito è ovviamente agghiacciante e tragico: i vincitori, con inaudita ferocia, uccidono i giovani in età da combattimento, schiavizzano donne, vecchi e bambini come in ogni crudele guerra, da che mondo è mondo.
Lo spettacolo – ci sentiamo di affermare – assume la riconoscibile forma musicale ABA, con una prima parte che vede protagonista il solo Baricco a narrare pacatamente gli antefatti, con grande dovizia di dettagli e con la sua ben nota capacità affabulatoria: abile nell’attualizzare vicende che provengono da una dimensione arcaica, addirittura (per così dire) ancestrale, ma con garbo estremo e a tratti con tocchi di amabile humour, poi ecco l’apparizione e gli interventi delle due attrici volte a impersonare rispettivamente le dissimili e contrapposte Atene e Melo (ovvero il pensiero e la ‘posizione’ degli abitanti dell’una e dell’altra città), con Baricco a trarre le fila del tutto, commentando, chiosando e intercalando in maniera serrata. Infine nuovamente la dimensione del monologo, sino all’epilogo cui si accennava.
Posto che il teatro è azione (e non già narrazione statica), l’autore di Castelli di rabbia, Novecento, Oceano mare (e via elencando i noti bestseller), riesce a ‘ribaltare’ in positivo l’abusato assioma testé citato, rendendo teatrale una performance sostanzialmente narrativa, in cui “l’elogio della lentezza” assume una valenza che si direbbe universale (appena un piccolo calo di tensione si avverte nella zona centrale, ma il riscatto finale lo fa passare in secondo piano). Del resto è Baricco stesso ad affermare come Tucidide, benché fosse uno storico (di fatto, anzi, il primo grande storiografo) abbia finito per «scrivere in quelle pagine una sorta di pièce teatrale». Sicché metterle in scena «appare quasi un modo di portarle a compimento, facendole arrivare là dove oscuramente sognavano di andare». La tesi dell’intero spettacolo, come sostiene l’autore stesso, è che «nelle parole eleganti, ma durissime degli ambasciatori si sia tramandato uno scontro destinato a continuare a turbare l’Occidente per secoli: vale a dire come salvare il valore della Giustizia nell’esercizio della politica e della guerra».
Non basta: in chiusura, ecco narrato da Baricco, quale vero e proprio coup de théâtre ad effetto, l’apologo, ovvero l’aneddoto (cronologicamente anteriore) relativo alla città di Mitilene sull’isola di Lesbo (che poi apologo non è, bensì verità storica, ma assume significato emblematico, portando il tutto al climax); ecco cosa accadde: la città faceva parte della lega delio-attica e durante la guerra del Peloponneso si ribellò ad Atene. Ci fu un tentativo di accordo, ma non andò a buon fine. Ad Atene, nel più puro stile democratico, si decise della sorte della città e, con una buona dose di crudeltà, venne freddamente stabilito lo sterminio di tutta la popolazione maschile e la riduzione in schiavitù di donne e bambini (esattamente come poi accadrà a Melo). Conseguentemente alla sciagurata e crudele decisione, indotta dall’ira, fu inviata una nave per metterla in atto; il giorno seguente, tuttavia la decisione, a seguito di ragionevoli dubbi e ripensamenti che iniziarono a tormentare più d’uno, venne messa in discussione e mitigata alquanto, sicché si inviò una nuova trireme che, provvista di cibarie e di ogni dono, disperatamente rincorse la precedente, nel tentativo di evitare l’inutile strage. «Ed ora – così il suggestivo avvertimento di Baricco all’intero uditorio tenuto artatamente col fiato sospeso – chiudete gli occhi e cercate di immaginare quelle due navi». L’ovvia conclusione è un appello a non rinunciare mai al beneficio del dubbio e a ricorrere alla propria capacità di raziocinio.
Ed ecco un ultimo protratto intervento dei 100 Cellos a suggellare l’intera serata. Da rimarcare la prova attoriale fornita dalle citate Stefania Rocca e Valeria Solarino azzurrovestite (costumi di Giovanna Buzzi), gli ‘effetti’ di luce e l’ottimo equilibrio fonico, grazie ad una sagace microfonazione e ad un sontuoso apparato tecnologico, a supporto dello spettacolo (produzione Holden Studios col sostegno di BMW Italia). Spettacolo del quale il fedele pubblico di Lingotto Musica, avvezzo alla classica, conserverà memoria, data la sua trasversale atipicità e la sua forte carica emotiva. Prossimo appuntamento, il recital del sommo Sokolov, previsto per il prossimo 12 dicembre, nel segno di Beethoven e Brahms.























