di Attilio Piovano
Avrebbe dovuto esserci Maria João Pires, raffinata e indimenticabile pianista, come noto, ritiratasi mesi fa (ahinoi) dalla vita concertistica. A sostituirla egregiamente, per il cartellone dei Concerti del Lingotto, la sera di martedì 27 gennaio 2026 – dunque nel giorno stesso del 270° ‘compleanno’ di Mozart – presso l’Auditorium ‘Agnelli’, a Torino, è intervenuto il francese Pierre-Laurent Aimard al suo debutto per Lingotto Musica: solista di lusso, dal curriculum eclettico e dalla variegata carriera, in grado di spaziare dal Barocco alla musica contemporanea, in abbinamento alla blasonata Camerata Salzburg opportunamente contenuta quanto ad organico. In programma in una stessa serata ben due Concerti mozartiani, circostanza non poi così frequente, e si è trattato del Concerto in si bemolle maggiore K 595 (l’ultimo in assoluto composto dal salisburghese in quel fatale 1791 che lo condusse anzitempo alla morte) e del Concerto in sol maggiore K 453 risalente invece al 1784, dunque ai primi anni della grande stagione viennese che vide la nascita di capolavori pur dissimili quali i Concerti 459, 466, 467, 488, per limitarsi ai più celebri e amati da pubblico e interpreti.
Steinway grancoda rigorosamente Fabbrini dal suono ‘particolare’, senza coperchio, col (calcolato) rischio di una pur minima dispersione in sala, e ciò anche in virtù della disposizione per così dire arcaica, vale a dire col solista che volta le spalle al pubblico, ‘attorniato’ dagli ottimi e affiatatissimi cameristi salisburghesi guidati dall’esperto concertatore Giovanni Guzzo, violinista italo-venezuelano di notevole vaglia (più volte ammirato e apprezzato). Ma invero il suono che Aimard ha saputo sprigionare era, e non solo a giudizio di chi scrive, davvero quello giusto.

E allora, grandi delizie nel Concerto K 595 (eseguito opportunamente per primo, a dispetto della cronologia); Concerto tutto intessuto di mezze tinte, luci soffuse, un lavoro «raccolto e riflessivo» come taluno ha affermato, una pagina intimista e, in quanto tale, lontana anni luce, per dire, dalla sana joie de vivre del K 488 (venuto alla luce praticamente a ridosso delle Nozze di cui riflette l’eros e l’incandescenza). Memorabile l’affermazione del musicologo Alfred Einstein secondo il quale il tempo finale del K 595, con quella sua scorrevole ronda infantile, rifletterebbe la felicità di «bimbi che giocano nei Campi Elisi», insomma una gioia spirituale e ormai depurata, un’opera in cui «tutto è essenziale e sublimato», riflesso di un musicista ormai in bilico sull’abisso del soprannaturale. Ed è proprio con questo spirito che Aimard ha splendidamente interpretato l’opera, con tocco delicato e fraseggi sciolti, ponendone in luce la peculiare cantabilità, la speciale ‘tinta’ (per usare un’espressione del sommo Verdi che il 27 gennaio lasciava il mondo). Davvero ammirevole l’interpretazione dell’Allegro iniziale, dove ogni traccia di plateale virtuosismo è ormai assente; con grande sapienza Aimard ha saputo lumeggiare le pregevoli e talora inconsuete modulazioni, facendole emergere come perle preziose, pur senza enfasi, ma con intima partecipazione; più ancora ha emozionato il sublime Larghetto «dalla miracolosa castità espressiva» nel quale Aimard (ne abbiamo la certezza assoluta avendo seguito con la partitura) inserisce sapientemente, ovvero con garbo estremo, discrezione e sobria eleganza, poche e quasi impercettibili broderies, insomma raffinati abbellimenti che hanno oltremodo impreziosito l’esecuzione. Un plauso speciale poi per aver posto in rilievo la peculiare cantabilità del Concerto, spesso come sospesa nel vuoto. Anche le cadenze sono state affrontate con assorta eleganza. Nitida chiarezza e limpidità adamantina comme il faut poi anche nel già citato (e introspettivo) Finale mirifico e pur venato di umbratile melanconia con quel suo avvalersi del tema del Lied infantile “Komm du lieber Mai”. Indimenticabile.
Ha convinto appieno poi anche l’interpretazione del pur diverso Concerto K 453, a partire dal movimento d’esordio di sorgiva freschezza, tutto trouvailles e spontaneità tematica che Aimard, in pena sintonia con la compagine cameristica ha ben posto in evidenza, ma pur sempre con guardinga temperanza, misura e frugalità. Memorabile anche in questo caso il movimento centrale, un Andante di squisita fattura e contenuto lirismo, a tratti rapsodico, non immune da trasalimenti pre-romantici ed inattese incursioni nel mondo del ‘minore’. Anche in questo caso, tempi giusti, fraseggi opportuni e grande equilibrio – da parte sia del solista sia dell’orchestra da camera – hanno garantito il pieno godimento della pagina. Infine ecco l’Allegretto di soave bellezza, dall’incipit tematico che pare il remake trasfigurato in chiave lieta di «Che farò senza Euridice», con l’orchestra mediamente in punta d’arco, e pare la prova generale dei finali (pur diversi, invero assai più geniali e davvero perfetti del K 459 e più ancora dell’esuberante K 488) in cui un tono vernacolare, in anticipo di qualche anno rispetto alle maniere dei couplets di Papageno, s’avanza baldanzoso, soprattutto nell’estrema sezione (Presto), facendosi scintillante: sezione intrisa di un fulgore lievemente fatuo ed esteriore, ancorché mai banale (absit iniuria verbis) tant’è che pare il cartone preparatorio per il successivo e più volte citato K 488 (questo sì, assolutamente perfetto): una scheggia più volte ripetuta ne anticipa testualmente le sfolgoranti progressioni Il merito maggiore di Aimard? aver rilanciato dunque un Concerto a dire il vero non così frequentato ed avercene ‘illustrato’ ad arte i proteiformi profili, la trasparenza, ma anche l’articolata completezza che solamente un’interpretazione di livello è in grado di restituire al meglio.
Posta a reagire con i due Concerti mozartiani, in apertura è risuonata la superba ed estremamente concisa Ouverture da L’anima del filosofo di Haydn, opera datata 1791, rimasta inedita (manoscritta e verosimilmente incompleta), nonché obliata sino al (relativamente recente) 1951, volta a rivisitare l’amato tema dell’amore infelice di Orfeo ed Euridice; brano di cui i cameristi salisburghesi hanno dato un’interpretazione eccellente, per intensità e bellezza di suono, a partire dalla tesa, fin cupa sezione iniziale (in regime di Largo) impastata di drammatica teatralità Sturm und Drang che si direbbe di natura gluckiana. Per poi fiondarsi con energetica allure entro la ‘zona’ di un brillantissimo Allegro dalle proporzioni perfettamente equilibrate: che è un vero e proprio gioiello di sinfonismo, non immemore dei capolavori ultimi del musicista austriaco, segnatamente la silloge delle Sinfonie ‘Londinesi’.
A completamento del programma, ecco collocati a precedere il Concerto K 453, Quattro Minuetti da K 599, pagine di intrattenimento, ovvero smaccatamente destinate a un ‘consumo’ conviviale, sia pure di aristocratico livello, dacché da eseguirsi presso la raffinata corte del colto, illuminista e sensibile Giuseppe II: capolavori assoluti forse no, ma certo opere di impeccabile fattura che Camerata Salzburg, guidata con sciolta autorevolezza dal Guzzo, ha interpretato al meglio.























