di Attilio Piovano
Festa grande, a Torino, presso la Sala del Conservatorio “G. Verdi”, la sera di mercoledì 25 marzo 2026, per celebrare i primi ottant’anni dell’Unione Musicale: vera e propria colonna portante, nel capoluogo subalpino, quanto alla musica cameristica intesa nella sua accezione più ampia, alla quale devono la propria ‘formazione’ (nonché il proprio godimento estetico) generazioni di audiofili. Migliaia i concerti realizzati (per gli amanti delle cifre sono esattamente 4609), un numero impressionante quello degli interpreti avvicendatisi nel corso dei decenni, e a loro volta appartenenti a svariate generazioni, e molto altro ancora.
Tutto ebbe inizio per l’appunto ottant’anni or sono, grazie all’allora studente liceale Giorgio Balmas (1927-2006), appena diciottenne, allievo di seconda Liceo Classico, ‘promotore’ o più propriamente fondatore di quella ch’egli chiamò inizialmente Unione Studentesca Musicale (era il marzo del 1946 e l’iniziativa ebbe luogo presso il blasonato Liceo ‘Cavour’ dove oggi, coincidenza fortunata, ha sede il Liceo Musicale cittadino); intellettuale pragmatico e visionario, futuro ed emblematico assessore del Comune di Torino al quale si devono svariate ‘invenzioni’, dai Punti Verdi (concerti decentrati nei parchi cittadini, a partire dagli Anni Settanta del Novecento) a Settembre Musica, la sua creazione più longeva, nata nel 1978 in occasione dell’allora Ostensione della Sacra Sindone (manifestazione poi trasformatasi nell’attuale MiTo), uomo lungimirante, politico e didatta che, a fine carriera, dopo aver aperto biblioteche decentrate, centri culturali ed avviato svariate altre iniziative, ricoprì altresì ruoli di coordinamento artistico al Lingotto e, brevemente, di sovrintendenza al Regio. Quanto all’Um la diresse per trent’anni, cedendo poi il testimone e personaggi della levatura di Michele Torassa e Walter Vergnano (futuro Sovrintendente del Regio), Alberto Papuzzi e Leopoldo Furlotti, per limitarsi ad alcuni nomi.

Il variegato cartellone dell’Unione Musicale (articolato nelle tradizionali serie Pari, Dispari, L’altro suono, Didomenica, in abbinamento a nuove formule, si fonda da sempre principalmente sui bei nomi del concertismo internazionale. Una lunga storia, attraverso i decenni, di «concerti indimenticabili, emozioni condivise, e profondo amore per la musica».
Per l’occasione l’Um ha puntato davvero in alto: istituzione diretta attualmente dalla iper attiva Cecilia Fonsatti, per la presidenza di Angelo Benessia e con la vulcanica direzione artistica del pianista, docente e camerista Antonio Valentino (subentrato ormai da alcuni anni alla lunga gestione di Giorgio Pugliaro), abile quest’ultimo nell’intercettare sempre nuove fasce di pubblico (giovani e giovanissimi), ovvero il pubblico di domani, lavorando sodo sulla formazione e su sempre nuove formule, indirizzate ad esempio ai bambini della primissima età.
Ecco allora che, a serie riunite (dunque sold out e sala gremitissima) per celebrare l’evento della ricorrenza, è stato invitato il pianista Arcadi Volodos –gradito ritorno – che ha confezionato un recital davvero accattivante e singolare: un «concerto straordinario pensato come un omaggio a un viaggio lungo otto decenni e a tutti coloro che, con la loro fiducia, il loro affetto e la loro passione, lo hanno reso possibile».
Due soli gli autori in programma, Schubert e Chopin. Del primo si è ascoltata la Sonata in sol maggiore op. 78 (D 894) anche nota quale Fantasia, pagina che ha occupato l’intera prima parte del programma, data la sua ampiezza, alla quale Volodos ha fatto seguire una manciata di Mazurke e un Preludio; da ultimo la celeberrima Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35, raramente ascoltata in una interpretazione di tale intensità ed efficacia.
Non basta: in risposta alla vera e propria conclusiva ovazione da parte di un pubblico concentratissimo e partecipe, Volodos ha volentieri offerto ben tre bis. In molti si aspettavano ancora Chopin e/o Schubert, in linea di continuità con un programma di fatto monografico (o quasi), e invece ecco che Volodos ha offerto una sorta di lezione di stile, con una prima fuga in avanti verso Brahms e poi una ‘regressione’ sino al sommo Bach. Del musicista amburghese Volodos ha interpretato il primo dei Tre Intermezzi op. 117, quello in mi bemolle maggiore, tenera e malinconica ninna nanna, della quale il pianista pietroburghese ha posto in luce le mille rifrazioni timbriche, non meno della sottile polifonia, facendo emergere al meglio l’ancor più marcato spleen della sezione mediana dalle cupe risonanze; poi ecco di Schubert il Momento musicale op. 94 n. 3 (D 780) in fa minore. E sotto le dita di Arcadi Volodos è parso come completamente rigenerato, nulla del tono salottiero che svariati interpreti gli imprimono, esattezza assoluta nella parte della sinistra, quel doppio bordone scoppiettante, mai apparso cosi ‘necessario’ e nitidezza adamantina per la leggiadra e pur virile linea melodica della destra: quasi una sorta di dichiarazione di poetica. Infine, del Kantor, il toccante Siciliano (ovvero il movimento centrale) dal Concerto per organo BWV 596 in re minore che il musicista di Eisenach trascrisse dal vivaldiano (e violinistico) Concerto op. III, n. 11 al quale il pianista russo ha dedicato una cura specialissima quanto al tocco; e pareva di sentire la voce stessa degli archi, sostenuti dal substrato armonico dalle maniere tipicamente ‘italiane’ alla sinistra, uguaglianza inarrivabile, eppure il tutto apparendo lontano mille miglia dalla fredda e asettica scansione di certa presunta filologia da barocchisti, per l’appunto una vera lezione di stile.
Che sarebbe stato un concerto memorabile lo si è compreso fin dal movimento d’esordio della schubertiana, matura e vastissima Sonata op. 78, risalente al 1826 (raffrontabile, per elevatezza di contenuti, ai capolavori assoluti delle tre ultime Sonate D 958, 959 e 960 venute alla luce poco meno di due anni dopo, in quel fatidico 1828 che segnò la morte anzitempo del musicista di Lichtental); e allora ecco quella cellula accordale che Volodos ha meravigliosamente distillato, staccando un tempo giustamente molto tranquillo, si da farcene assaporare tutto lo charme. La magia dei timbri che Volodos riesce a ricreare sulla tastiera è forse il dato che maggiormente colpisce, ogni piano sonoro ha il giusto peso ed è irradiato dalla luce appropriata; non basta, Volodos riesce a trascorrere inoltre dal carattere elegiaco di quel paradigmatico incipit, quasi mostrandone l’avveniristica allure, in anticipo di decenni, per dire, rispetto al simbolismo di un Ravel (Le Gibet), ai toni drammatici della ‘zona sviluppo’, seguiti da una magistrale ripresa in cui l’artista ha saputo ricreare ancora un’ulteriore palette timbrica, sicché mai le «divine lunghezze» di schumanniana memoria sono apparse così ‘giustificate’ e, verrebbe da dire, strutturalmente ineludibili.
Gli esegeti si sono espressi in termini di «misteriosa serenità ed intimità» nonché di «morbida profondità» dovuta ad una timbrica all’epoca inusuale: che Volodos ha restituito al meglio, focalizzando la specialissima Stimmung del lavoro come pochi altri. Non c’è spazio, ovviamente, per una disamina dettagliata dei quattro tempi, basti sottolineare la bellezza coloristica posta in atto da Volodos nel pur arcaicizzante Menuetto e la capacità di lumeggiare le iridescenze armoniche del conclusivo Allegretto.
Quanto allo Chopin delle Mazurke, Volodos ne ha prescelte tre davvero singolari, lontane dallo spirito salottiero che talora pervade tale genere frequentato assiduamente dal musicista polacco; e dunque l’op. 33 n. 4 in si minore, l’op. 41 n. 2 in mi minore e l’op. 63 n. 2 in fa minore. Volodos, fatta salva la dissimile ambientazione stilistico-espressiva dei tre brani, ne ha raccolto la sostanziale mestizia di fondo che ad esse è sottesa, l’estrema raffinatezza armonico-timbrica e la purezza del lirismo. Facendovi poi seguire le atmosfere soffuse, alonate e quasi pre-impressionistiche del singolare (e sorprendentemente moderno) Preludio in do diesis minore op. 45.
Ma è nella Sonata op. 35 che Volodos ha raggiunto l’acme, il clou, sin dall’esordio. E non si sa se magnificarne maggiormente la capacità di porre in rilievo la saldezza della forma o la cura certosina, ancora una volta, dei dettagli timbrico-armonici. La celeberrima Marcia funebre, in particolare, raramente è emersa in tutta la sua fantomatica magnificenza (quell’uso del mezzo pedale da solo valeva l’intera serata), e infine il colore livido dello sconvolgente e lancinante finale. Indimenticabile.























