di Gianluigi Mattietti
È cosa davvero rara vedere in scena Der junge Lord di Henze, come è accaduto al Maggio Musicale Fiorentino. Sesta opera del compositore tedesco, è una partitura assai complessa, per scrittura orchestrale, pezzi d’insieme, ma anche per il gran numero di personaggi, e per gli intrecci vocali con il coro e il coro di voci bianche.
Anche per questo non ha avuto molti allestimenti, anche in paesi di lingua tedesca, dopo la sua prima alla Deutsche Oper di Berlino, il 7 aprile 1965, diretta da Christoph von Dohnányi, con la regìa di Gustav Rudolf Sellner e un cast dominato da una strepitosa Edith Mathis (questa edizione è stata poi resa disponibile in un dvd Medici Arts 2072398). L’opera era stata ripresa a Roma nel dicembre dello stesso anno, con un libretto tradotto in italiano da Fedele D’Amico (sul podio lo stesso compositore e la regia di Virginio Puecher), ma da allora, per 60 anni, Der junge Lord è poi tornata in teatro solo poche volte, tra l’Austria (a Vienna nel 1978, a Linz nel 1999, a Klagenfurt nel 2005) e la Germania (alla Staatsoper di Monaco nel 1998, a Dortmund nel 2009, ad Hannover nel 2017, e nuovamente a Monaco nel 2019, ma allo Staatstheater am Gärtnerplatz, con la regìa di Brigitte Fassbaender). I due atti dell’opera si basano su un libretto che Ingeborg Bachmann trasse dalla fiaba Der Affe als Mensch (La scimmia come essere umano) di Wilhelm Hauff (1802-1827): vicenda grottesca, che racconta dell’arrivo in una cittadina tedesca di un nobile inglese, l’enigmatico Sir Edgar, con un seguito di servitori e animali esotici, poi di un circo, che suscita grande interesse in Edgard, e infine del misterioso suo nipote, il giovane Lord Barrat, che turba e irretisce, con i suoi modi eccentrici, gli abitanti del luogo, finché si scopre che è una scimmia ammaestrata del circo. Nello spettacolo messo in scena a Firenze, questa volta in lingua originale, la regìa di Daniele Menghini coglieva bene la graffiante satira contro l’ipocrisia borghese e le convenzioni sociali che si cela dietro questa vicenda, trasformava quella cittadina qualunque in un luogo fuori del tempo e l’opera in un grande circo, con un movimento continuo di personaggi e una fitta serie di controscene.
Prendendo spunto dalle illustrazioni della rivista Il Lampione di Collodi, il regista ha impresso all’opera toni accessi e grotteschi, come specchio deformante di una società gretta e perbenista, pronta a scandalizzarsi per i tratti eccentrici di Edgar, del suo seguito, di suo nipote (uomini che indossavano ampie gonne e lasciavano intuire festini hard dietro le pareti di quella casa), ma poi subito a infatuarsi per ogni novità “alla moda”, a farsi sedurre dal Lord-scimmia, che entrava in scena con la stessa forza dirompente del performer nella cena di gala di The Square di Ruben Östlund. Ogni scena era contrappuntata da piccoli dettagli, riti borghesi (come quello del tè), momenti lirici e altri feroci, citazioni, allusioni, ma tutto tenuto insieme con coerenza e senso del teatro. Pur creando una dimensione un po’ claustrofobica, le grandi pareti grigiastre (scene di Davide Signorini), con didascalie che indicavano i vari ambienti, contribuivano a dare risalto ai costumi variopinti e fiabeschi di Nika Campisi e alle coreografie di Sofia Nappi, con un tripudio di danzatori, trapezisti, giocolieri, mangiafuoco, figuranti con grandi maschere carnevalesche. Un po’ come nel Paese dei balocchi di Pinocchio. L’opera era diretta con musicalità e competenza da Markus Stenz (che ha al suo attivo anche numeroso incisioni di musiche di Henze, a partire dall’opera The English Cat: cd WERGO 62042), bravo a cogliere l’essenza teatrale di una partitura dalla densa scrittura strumentale, con fitti concertati, grande varietà di stili e registri espressivi (da quello aristocratico e compassato a quello popolareggiante) e un uso liberissimo di tecniche compositive diverse, mettendo in risalto la finezza dei colori (estratti da un organico ricco di percussioni), gli ammiccamenti all’opera buffa (soprattutto a Rossini), le turcherie evocate dalla banda musicale, gli squarci lirici e le atmosfere inquietanti (mirabile il tenero duetto d’amore tra Luise e Wilhelm, all’inizio del secondo atto, punteggiato dagli strazianti lamenti di Barrat).
Accanto al personaggio silente di Sir Edgar (interpretato dall’attore Giovanni Franzoni) tutti i ruoli vocali erano affidati a un cast di prim’ordine: il tenore Matteo Falcier sosteneva con bravura la tessitura acuta di Lord Barrat e appariva assai credibile nella sua recitazione scimmiesca; il baritono Levent Bakirci si muoveva in scena con un sontuoso abito femminile interpretando un perfetto segretario/portavoce di Sir Edgar, serio, diplomatico ma insieme sempre molto espressivo; Marily Santoro era una Luise trepidante, con voce morbida e sempre a fuoco. Molto ben caratterizzate, sia vocalmente che scenicamente, erano anche la cuoca giamaicana Begonia di Caterina Dallaere, la Baronessa Grünwiesel affidata a una nobile e briosa Marina Comparato, la giovane Ida interpretata da Nikoletta Hertsak, dalla voce cristallina.























