Per Riccardo Malipiero


Dodecafonia e libertà, il binomio possibile (ma non scontato): questa la strada percorsa dal compositore e critico musicale, figura di rilievo delle avanguardie italiane, scomparso nel 2003. Si inaugura domani a Milano con il concerto di Bruno Canino la rassegna a lui dedicata nel centenario della nascita. Ne abbiamo parlato con la figlia Barbara Malipiero, giornalista e promotrice culturale


di Francesco Fusaro


CENTO ANNI CHE ATTRAVERSANO UN SECOLO. Questo il sottotitolo scelto per il doveroso omaggio al musicista di origini veneziane, nipote di Gian Francesco Malipiero, che si snoderà da domani al Museo del Novecento di Milano (con l’organizzazione di NoMus) e sino alla fine di settembre: una mostra, concerti e un convegno. Un secolo del quale il compositore ed intellettuale Riccardo Malipiero è stato protagonista nel ruolo tanto di musicista quanto di promotore culturale consapevole delle dinamiche del proprio tempo e in rapporto con esso grazie alle numerose amicizie sparse fra letterati, architetti, artisti e naturalmente musicisti. La figlia Barbara Malipiero lo ricorda nella nostra intervista: un’occasione per riflettere sul musicista, sull’uomo e sul suo tempo, ma anche sul nostro.

L’iniziativa legata al nome di suo padre si inserisce in una serie positiva di manifestazioni musicali ospitate dal Museo del Novecento di Milano. Sembra insomma che la musica del secolo scorso sia finalmente percepita come un bene da comunicare ad un pubblico non necessariamente addentro al fatto musicale, similmente a quanto accade per altri ambiti artistici.
«Sì, sono d’accordo. Quando l’Assessore alla cultura Filippo Dal Corno mi ha prospettato una serie di possibilità per realizzare la rassegna, fra le quali anche il Museo del Novecento, non ho avuto dubbi sullo scegliere quest’ultimo proprio perché coerente con l’ampio interesse che mio padre ha dimostrato nei confronti di linguaggi artistici diversi da quello musicale. La nostra casa era frequentata da pochi selezionati musicisti e da molti architetti, pittori e letterati. È l’ambiente in cui sono cresciuta e che mi ha abituato poi, nella mia professione di giornalista, a considerare i personaggi con cui mi sono confrontata prima di tutto come esseri umani, con le proprie grandezze e le proprie debolezze. Senza soggezione e senza timore, insomma, e senza snobismo».

Il telegramma inviato da Arnold Schoenberg a Riccardo Malipiero in occasione del Convegno di musica dodecafonica nel 1949

Il telegramma inviato da Arnold Schoenberg a Riccardo Malipiero in occasione del Convegno di musica dodecafonica nel 1949

Ha qualche ricordo particolare legato ai grandi della cultura italiana dell’epoca che frequentavano la sua abitazione?
«Conservo ancora un bellissimo ricordo di Goffredo Petrassi. Era un uomo di grande dolcezza, di grande umanità. Lo incontrai l’ultima volta nel periodo in cui dovevo affrontare l’esame di giornalismo, intorno al 1985 o ’86. Andai a Roma e lui purtroppo già aveva qualche difficoltà con la vista, cosa che poi sarebbe andata sempre più peggiorando nel tempo. Lui mi accolse con grandissimo affetto, un sentimento che ha dimostrato anche in alcune lettere nelle quali parla di me. Ricordo anche Guglielmo Zucconi, padre di Vittorio, persona spiritosissima. Zucconi scrisse il libretto dell’opera La donna è mobile di mio padre, traendolo dalla commedia Nostra Dea di Bontempelli. Luigi Dallapiccola era invece un uomo piuttosto rigido ed aveva tutt’altro approccio con le persone, pur essendo un altro ottimo amico di mio padre. Ricordo poi ancora architetti come Ignazio Gardella e Ernesto Rogers. Vi fu un momento intorno ai miei quindici anni in cui quest’ultimo era in ospedale e mi chiesero di andarlo a trovare e portare con me la chitarra: io allora suonavo e cantavo perché mi dicevano che avevo una bella voce. Sono forse cose banali da raccontare ma che fanno capire di come mio padre fosse capace di non mitizzare le amicizie che aveva coltivato negli anni».

Fra le collaborazioni di suo padre c’è quella con Dino Buzzati per l’opera televisiva Battono alla porta.
«Di Buzzati ho un ricordo più vago: molto elegante, molto silente e con un perenne sorriso vagamente ironico sul volto».

Tornando invece alla rassegna, crede che possa avere un ruolo di riscoperta rispetto al repertorio musicale di suo padre, così poco eseguito nel nostro Paese?
«È un problema che mi sono posta già diversi anni fa con Quirino Principe, chiedendogli spiegazione del fatto che la musica di mio padre fosse così poco eseguita. Lui mi disse all’epoca che prima o poi sarebbe arrivato il momento. Quando poi abbiamo cominciato a discutere di questo progetto con i miei figli Alessandro e Benedetta, che mi hanno sostenuta molto nella sua ideazione e realizzazione, non ci siamo posti molto il problema. Volevamo una riattualizzazione della musica di mio padre anche e soprattutto ad uso dei giovani; non una cerimonia commemorativa o cose del genere, insomma. Poi ci siamo resi conto che la cosa stava suscitando interesse sempre maggiore e che si stava allargando anche al mondo intorno al quale gravitava Malipiero: Testi, Negri, Chailly e tanti altri che hanno fatto la storia della Milano e dell’Italia dell’epoca. Mi piacerebbe poter proseguire su questa strada anche grazie al prezioso aiuto di Emilio Sala e Raffaele Mellace, coordinatori scientifici dei convegni che fanno parte della rassegna».

Un’esperienza affascinate di suo padre riguarda le lotte partigiane nella zona del bergamasco, di cui si parla poco.
«Lui l’ha raccontata così in una sua poco felice biografia uscita a mia insaputa: era allora tenente e stava tornando dalla Russia; in mezzo alla natura si chiese improvvisamente che cosa dovesse fare e decise di raggiungere i partigiani sulle colline bergamasche. C’è un libro di un avvocato della zona, intitolato Pietro aspetta il Sole, che cita in molti punti mio padre raccontando di quell’esperienza di cui ancora una volta lui stesso poco ci ha detto per quella sua tendenza a non voler mai mitizzare, come già dicevo. So però che ebbe per tre volte una taglia sulla sua testa, che come molti dovette cambiare spesso zona di attività e nome (lo avevano soprannominato prima Maestro, poi Claudio e poi chissà in quale altro modo). Si trattò dunque per lui di un momento formativo che ne fece anche una persona particolarmente dotata di spirito organizzativo. Cosa che gli permise negli anni di rispettare impegni diversi nel campo della composizione, della didattica, dell’editoria (penso alla collaborazione con Suvini Zerboni), della promozione culturale (le numerose conferenze in Italia e all’estero), del giornalismo (il suo ruolo di critico musicale)».

In quel vissuto c’è poi uno spirito battagliero al quale è rimasto fedele quando doveva difendere le proprie idee in qualità di compositore e critico.
«Sì, esattamente. Era un uomo che non conosceva compromessi e che non ha mai detto una parola in più ed una in meno rispetto a quello che pensava. “Un uomo molto fiero” come dice di lui Gillo Dorfles. Fiero di se stesso, della sua eredità familiare, della sua provenienza veneziana, ma allo stesso molto schivo e tutto sommato solitario»


Riccardo Malipiero , 100 anni che attraversano un secolo | Mostra, concerti, convegno | Mercoledì 25 giugno ore 17.30 concerto di Bruno Canino |Museo del Novecento di Milano, ingresso libero



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L'autore: Francesco Fusaro

Musicologo, dj e giornalista, ha scritto per Amadeus, Rockit, Linkiesta, il Giornale della musica, DJ Magazine, Huffington Post. Ha partecipato a progetti artistici in Italia, Inghilterra, Marocco e Stati Uniti. Vive e lavora a Londra, dove conduce un proprio programma radiofonico per Shoreditch Radio.

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