di Attilio Piovano
Felice preludio a una nuova stagione che si presenta ricca e articolata, il concerto inaugurale di Lingotto Musica ha registrato un indicibile successo la sera di giovedì 29 ottobre 2026, a Torino, presso l’Auditorium ipogeo “G. Agnelli” progettato da Renzo Piano. Protagonista, a tredici anni dalla sua ultima presenza entro il cartellone di Lingotto Musica, la Sächsische Staatskapelle Dresden, tra le più antiche compagini mondiali, essendo stata fondata addirittura nel 1548 piacevolmente ascoltata in una serata davvero in stato di grazia dall’esito a dir poco miracoloso. A dirigerla Daniele Gatti, suo direttore principale, a partire dalla stagione 2024-25 che si è confermato – avvertono gli organizzatori – «la bacchetta più presente nella storia della rassegna torinese». In programma tre pagine dal Parisfal di Wagner e la Seconda di Brahms.
Charity partner della serata, la Fondazione La Stampa Specchio dei Tempi volta a sostenere le Tredicesime dell’Amicizia. Sicché il concerto inaugurale, accanto all’intrinseco valore artistico, ha segnato anche la prosecuzione, da parte di Lingotto Musica, di iniziative di alto profilo filantropico: nello specifico la vicinanza alle persone anziane che vivono in condizioni di solitudine, fragilità e difficoltà.
E dunque la blasonata Sächsische Staatskapelle Dresden sul cui podio si sono succeduti direttori del calibro di Karl Böhm, Rudolf Kempe, Bernard Haitink e più di recente Christian Thielemann. Una formazione di altissimo livello, dal suono corposo e bellissimo e dalle ottime prime parti in tutte le sue sezioni.
Gatti ha impaginato un programma – lo si anticipava poc’anzi – che accostava gli antitetici Wagner e Brahms (quanto meno antitetici in apparenza e secondo una stereotipata visione storiografica), dirigendone lavori legati peraltro da una coincidenza cronologica. Del primo ha scelto pagine estrapolate dal Parsifal: partitura con la quale il direttore milanese vanta un lungo sodalizio, avendola diretta già nel 2008 a Bayreuth, nell’allestimento di Stefan Herheim che inaugurava il Festival, poi al Metropolitan con la regia di François Girard; laddove con il Concertgebouw ne ha inciso il Preludio e il Karfreitagszauber (Incantesimo del Venerdì Santo). E proprio i due Preludi (atto I e atto III) nonché l’Incantesimo, simbolo di pace, di redenzione e rinascita spirituale, costituivano la prima parte della serata torinese; cui ha fatto seguito la serena Seconda Sinfonia brahmsiana. E allora merita ricordare – ecco la menzionata concomitanza temporale – come fin dal 1877, l’anno della nascita della Seconda di Brahms sulle quiete rive del Wörthersee, Wagner avesse iniziato a concepire il suo “dramma sacro”: ultimo lascito teatrale poi andato in scena a Bayreuth nel 1882 dopo ben cinque lunghi anni di gestazione.
Gatti, ottimamente assecondato dalla straordinaria compagine orchestrale, ha ben focalizzato la Stimmung raccolta, intima e rituale o più propriamente sacrale del Preludio atto I «sospeso fra contemplazione e presagio», ponendolo poi a reagire con il più cupo Preludio al terz’atto, in cui è palpabile in senso dello smarrimento, l’inquietudine dell’errabondo protagonista. Poi ecco senza soluzione di continuità, l’Incantesimo col suo clima più luminoso e a tratti ialino, volto a delineare come la Natura rifiorisca miracolosamente nel giorno della Passione di Nostro Signore, prodromo alla Resurrezione. E tutti i riferimenti al Santo Graal, ovvero ai temi del peccato, del perdono e della Redenzione che del Parsifal sono l’indispensabile substrato.
Della partitura wagneriana dalla fitta trama di Leitmotive, quella che forse ‘regge’ meglio in sede sinfonica, ovvero privata dell’aspetto scenografico, Gatti ha posto in luce tutta la densità e la ricchezza timbrica, staccando tempi riposati e curando con meticoloso scrupolo ogni dettaglio coloristico, ogni linea melodica, ogni intreccio polifonico: potendo contare su una formazione orchestrale, lo si diceva, tra le più straordinarie a livello mondiale. La pasta degli archi ha pochi eguali, per bellezza e amalgama: non meno significativi i fraseggi posti in atto. E poi gli ottoni: intonazione perfetta, capaci di delicati pianissimi e nel contempo di solenni, corposi clangori (che gioia ascoltare il celebre Amen di Dresda in tutto il suo nitore, e pareva di cogliere il riferimento a Mendelssohn), legni incisivi e agglutinati, dal suono meraviglioso, e ancora quanta ammirazione per la sapienza del direttore dal gesto chiaro ed eloquente nel dosare gli impasti, gesto che talora volentieri sembra sottrarsi all’esigenza di ‘evidenziare’ ogni nota, ogni dettaglio sicché, come si suol dire, il direttore ‘lascia suonare’ volentieri l’orchestra, ‘limitandosi’ all’essenziale, ma ben sapendo quanto pluriennale lavoro di certosina concertazione vi sia alla base. Insomma, di Gatti si è ammirata l’interpretazione intensa e coinvolgente, austera e pur partecipe, una vera lezione di stile, un’esegesi della scrittura wagneriana, una perfetta focalizzazione stilistica del ‘sentire’ del maestro teutonico che nel Parsifal raggiunge il clou. Un territorio nel quale Gatti si muove oltremodo a suo agio. E lo si comprende bene, avendo egli una lunga consuetudine, lo si diceva, con l’autore della Tetralogia e col Parsifal in special modo. Applausi vivissimi e un vero incontrovertibile trionfo.
Poi ecco Brahms e la serena Seconda Sinfonia, nata quasi a ridosso della Prima (sbocciata invece a seguito di una protratta e travagliata gestazione). Tutto era eleganza ed equilibrio, misura, aristocratico riserbo, pudore dei sentimenti: magistrale l’emersione dei violoncelli, significativa e pur pudica nel sublime, accorato e cantabile secondo tema del primo tempo intriso di struggente malinconia. Memorabile. Ne conserveremo a lungo memoria. E poi ancora la maestosa e pur trattenuta possanza di certi passaggi. Da lodare altresì l’esattezza ritmica che raramente è dato percepire così totale e assoluta: soprattutto nell’affrontare le varie emiolie (ad esempio nel sublime Adagio), tecnica in cui Brahms era maestro, insomma la naturalezza e la souplesse nel trascorrere dalla scansione binaria a quella ternaria e viceversa che davvero di rado emergono con tale impressionante meraviglia. E ancora: ammirevole l’allure del secondo tempo, posta in essere, stilisticamente in perfetta continuità con il primo, come dev’essere, quasi l’ideale prosecuzione, con quel suo adorabile intimismo e le sue delicate schegge cantabili. Quindi la grazia dell’Allegretto che pare sublimare la socievole piacevolezza delle giovanili Serenate, specie l’op. 11, ovvero la Prima in re maggiore. Anche qui, quanta grazia nel passaggio ai tratti più animati e quasi mercuriali, nessuna forzatura, nessuna inutile, plateale o compiaciuta esibizione di virtuosismo, tutto appariva naturale e scorrevole.
L’interpretazione di Gatti convergeva poi sapientemente verso l’esuberanza pur sorvegliatissima del Finale dall’incipit in punta d’arco, del quale soprattutto un passo ha destato somma ammirazione: ed è quel passaggio per intervalli di quarta che si trova nel bel mezzo della ripresa e di cui Mahler rilancerà quasi testualmente il profilo in apertura della sua Prima Sinfonia, intessendovi buona parte del vasto primo tempo (per i pedanti lo si trova alle battute 234 e seguenti della partitura brahmsiana). E Gatti lo ha evidenziato con una chiaroveggenza tale da svelarlo a chiare lettere a chiunque abbia un conoscenza del repertorio e dimestichezza col sinfonismo tardo ottocentesco.
Anche lo sfolgorio della baluginante fanfara che suggella la Sinfonia non aveva nulla di inutilmente ostentato o estetizzante, bensì pareva, come è giusto, l’esatta e ideale conseguenza di quanto ascoltato sino ad allora. Applausi scroscianti da parte del folto pubblico che ha avuto la netta sensazione di aver presenziato ad una di quelle esecuzioni in cui di rado accade di imbattersi e della quali resterà vivo il ricordo negli anni a venire.
Non basta: all’entusiasmo del pubblico Gatti e la Staatskapelle hanno volentieri risposto, chiudendo idealmente il cerchio, con un graditissimo bis ancora nel segno di Wagner: e dunque il Preludio all’Atto Terzo dei Maestri Cantori, eseguito con gioiosa e pur sobria solennità, apparso come rigenerato, quasi assimilato idealmente al Parsifal, sì da rivelare il senso del ritorno all’esordio di serata, ancora una volta potendo contare sulla bellezza timbrica di eccezionali ottoni. What else?






















