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Cage, Works for percussion

Paolo Tarsi di Paolo Tarsi
2 Luglio 2012
in Recensioni CD, Recensioni Cd Novecento
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Amadinda Percussion Group ripercorre i lavori dell’ultimo periodo del compositore americano


di Paolo Tarsi


N el mezzo secolo successivo al giorno in cui Arnold Schönberg consigliò all’allievo Cage di approfondire lo studio dell’armonia, quest’ultimo si impegnò solennemente ad ignorarla, rivolgendo la sua attenzione interamente alle durate. È nella dimensione ritmica, infatti, che avviene l’incontro tra suono e silenzio nella musica del compositore americano. Al di sotto dello sferragliare del tintinnio metallico del pianoforte preparato e delle percussioni fabbricate con tamburi dei freni e altre parti di automobili gettate al macero, c’era una nuova concezione del rapporto tra musica e tempo: la volontà di liberare i suoni da qualsiasi collante armonico per creare brani strutturati in termini di durate tra gli eventi. Il prima, l’ora e il poi divengono in Cage, così come in seguito per Scelsi, un medesimo tempo: l’eterno aiòn di una spiritualità proveniente dal lontano Oriente in cui nulla sopraggiunge e da cui nulla si diparte. Nella sua musica ritroviamo al tempo stesso la poetica del Ready Made di Duchamp, Wittgenstein e la filosofia Zen, Meister Eckhart e Plotino, e un’idea antica di artisticità, comune ai surrealisti e al gruppo Fluxus, che è possibile rintracciare addirittura nella filosofia greca.

In questo CD l’Amadinda Percussion Group ripercorre i lavori dell’ultimo periodo creativo del compositore americano, di cui quest’anno ricorre un doppio anniversario: il centenario dalla nascita e il ventennale dalla morte. Dalle opere ispirate da cactus secchi raccolti nel deserto – Child of Tree (1975) e Branches (1976), in cui gli strumenti di ogni performer includono uno o più cactus amplificati (insieme ad altri ancora di origine vegetale) – si arriva fino a Five4 (1991), number piece per due sax e 3 percussionisti (1991) scritto in memoria di Stefan Wolpe, passando attraverso brani quali But What about the Noise of Crumpling Paper… (1985), le c Composed Improvisations (1987-1990) e Haikai (1986) per ensemble di gamelan. I cinque volumi precedenti abbracciano le opere per percussioni che vanno dal 1935 al 1991, e racchiudono lavori come le prime tre Imaginary Landscape (1939-1942), 27’10.554’’ (1956) per un percussionista, tratto dalla serie di brani “a tempo”, Credo in Us (1942) dove un giradischi frusciava estratti casuali dalle opere di Beethoven e Šostakovič realizzando – come nota Alex Ross – «l’equivalente sonoro del dipingere un paio di baffi sulla Gioconda o di esporre un orinale come una scultura»,  arrivando fino a Four4 (1991), ultima composizione per percussioni sole di Cage dedicata all’Amadinda Percussion Group.



La più importante esperienza musicale era indubbiamente ascoltare il silenzio per Cage, che amava molto, però, anche il rumore e i suoni delicati che si intercalavano al confine tra queste due soglie. La definizione di musica di Henry David Thoreau – “suoni come bolle che scoppiano sulla superficie del silenzio” – era per lui probabilmente la più indicata, anche se già nel 1937 dichiarava: «Credo che l’impiego del rumore nella creazione musicale sia destinato ad aumentare fino a culminare in una musica prodotta con l’ausilio di strumenti elettrici capaci di mettere a disposizione del compositore tutti i suoni udibili». Mentre più tardi, nel 1949, indagava le potenzialità espressive dell’orizzonte bruitistico attraverso il rumore urbano: «I suoni della città perdono il loro carattere irritante e divengono materiali per una forma di arte altamente drammatica ed espressiva».

Anche se l’esperimento nella camera anecoica dell’università di Harward dimostrò che il silenzio assoluto non esiste, le tele bianche di Rauschenberg mostrarono a Cage che si poteva ancora sognare una composizione fatta solo di silenzio e che liberasse i rumori in esso contenuti, aprendo così le nostre orecchie a una diversa dimensione del suono. «Per studiare il rumore bisogna andare alla scuola della percussione» – rivela Cage – «lì si scopre cos’è il silenzio: un mezzo per mutare il pensiero. Lì si scoprono nuove forme di tempo, mai praticate».


John Cage, Works for percussion, Amadinda Percussion Group, Hungaroton Classic HCD 31894


© Riproduzione riservata

Tags: Amadinda Percussion GroupJohn Cage
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Paolo Tarsi

Ha compiuto gli studi di pianoforte, composizione, organo e musicoterapia. Dedicatosi alla ricerca musicologica, rivolge particolare attenzione alla musica del secondo Novecento. Ha seguito corsi di giornalismo e musicologia jazz con Stefano Zenni e Luca Bragalini. Dal 2010 collabora regolarmente con la rivista Argo Ogra (www.argonline.it).

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