di Luca Chierici
UN’opera contemporanea intitolata al celebre romanzo di Umberto Eco era già motivo di interesse e di prevedibile successo di pubblico, amplificato e preceduto da un battage pubblicitario non comune, e da una serie di eventi che riportavano l’attenzione su uno dei compositori più interessanti della nostra epoca. E l’opera in due atti di Francesco Filidei commissionata dal Teatro alla Scala e dall’Opéra di Parigi ha avuto effettivamente un richiamo tale da decretare sul campo un successo maggiore di ogni rosea previsione, complici oltre alla musica la regìa di Damiano Michieletto, le scene di Paolo Fantin, le luci di Fabio Barettin che hanno letto la complessa partitura con grande gusto e sapienza di intenti.

La musica di Filidei e il libretto dello stesso compositore e di Stefano Busellato hanno preso spunto da una nota di Eco, che parlava di «un libro che assumeva una struttura da melodramma buffo con lunghi recitativi e ampie Arie», lavorando su una struttura portante di tipo sinfonico sulla quale si innestano arie e recitativi derivate dalla variazione di melodie gregoriane ma anche dalla musica barocca, ottocentesca (riconoscibilissimo il preludio orchestrale a «Tutto nel mondo è burla» dal Falstaff) e contemporanea. Il tutto diventa leggibile a seconda dei livelli di complessità che l’ascoltatore è in grado di utilizzare e che si rifà ovviamente alla complessità del testo di Eco. Il numero impressionante di protagonisti porta a una struttura da grand-opéra, con sette giornate (tre per il primo atto e quattro per il secondo) e ventiquattro Stanze costruite in maniera ascendente e speculare su una nota, a partire dal do. Le giornate possono essere viste come altrettanti movimenti di sinfonia, con un particolare accenno alla struttura dello Scherzo della seconda sinfonia di Mahler.
L’ambientazione parte da un grande portale iniziale e poi si concretizza in una scenografia a forma di labirinto con una cantoria ottagonale che ospita il coro. Il labirinto sospeso è formato da veli in continuo cambiamento che illustrano i luoghi dell’azione. Il cuore visivo dell’opera è la biblioteca-labirinto, che nell’idea scenica di Paolo Fantin è appunto sospesa sul palco di fronte al coro, ove è la cantoria. Notiamo inoltre come i costumi (di Carla Teti) seguano una attribuzione precisa (i monaci benedettini con tuniche arancioni, altri religiosi francescani in azzurro).

La musica di Filidei è particolarmente variegata, utilizzando suoni (impressionante l’elenco delle percussioni) e rumori che fanno da commento alle diverse scene, con effetti che risultano anche da suoni onomatopeici ottenuti con numerose tecniche. Alla varietà di questi effetti non corrisponde altrettanta varietà nelle scelte vocali, che sconfinano troppo spesso, soprattutto nel primo atto, a una sorta di via di mezzo tra l’aria e il recitativo. Ci si può poi chiedere se l’opera avrebbe avuto lo stesso successo se fosse mancata la piattaforma romanzesca di Eco, che ha aiutato il pubblico al dipanarsi della musica e dell’azione.
I protagonisti vocali dell’opera sono innanzitutto il Guglielmo da Baskerville del baritono Lucas Meachem e il novizio Also da Melk di Kate Lindsay (mezzosoprano, ovviamente en travesti). A loro sono stati rivolte vere e proprie ovazioni al termine dello spettacolo. In secondo ordine applausi meritati hanno ricevuto i comprimari, tra cui Daniela Barcellona (l’Inquisitore Bernardo Gui en travesti) e Gianluca Buratto che cantava nei panni del bibliotecario ceco Jorge de Burgos. Tra gli altri ruoli di questo affollatissimo cast si sono segnalati Fabrizio Beggi (l’Abate Abbone da Fossanova), Roberto Frontali (Salvatore), Giorgio Berrugi (Remigio), Katrina Galka (la ragazza del villaggio), Carlo Vistoli (Berengario). Come sempre essenziali sono stati il triplo Coro diretto da Alberto Malazzi e Giorgio Martano e quello di voci bianche diretto da Bruno Casoni. Ingo Metzmacher ha concertato e diretto l’orchestra e guidato questo imponente cast con ben nota perizia, portando la recita all’ampio successo, successo cui non hanno minimamente nuociuto alcune isolate disapprovazioni alla fine dello spettacolo.























