di Monika Prusak
Nato nel lontano 1930 (inizialmente biennale, diventato annuale dal 1937), il Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia è arrivato alla sua 70ª edizione all’interno di una Biennale che riguarda anche arte, architettura, cinema, danza, teatro e l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC), i cui inizi risalgono addirittura al XIX secolo. Oltre un secolo di storia, quindi, e un impegno costante nella divulgazione della musica e delle arti del momento.
A Child of Sound (Un figlio del suono) è il titolo dell’edizione 2026 che anche quest’anno si concentra maggiormente sulla musica contemporanea elettronica e sui sottogeneri affini al confine (ahimè) con la musica commerciale di massa, dando decisamente poco spazio alla musica d’arte colta. “La musica è l’infanzia dello Spirito” si legge nell’introduzione al programma, e con questo il già citato “figlio” nasce con l’obiettivo di restituire alla musica “il suo profondo valore di catarsi collettiva”.
A conferma di quanto preannunciato, le serate inaugurali hanno presentato artisti la cui musica è volta ad entrare nell’ascolto collettivo in maniera più introspettiva, e un artista che presenta un livello artistico e musicale del tutto differente, colto all’interno del genere proposto, e ineccepibile nella resa scenica ed espressiva. Si tratta del Leone d’Oro Keiji Haino, l’artista giapponese 74enne, chitarrista sperimentale e figlio musicale del rock psichedelico degli anni ‘70.
La performance di Haino è un grido continuo e ricercato, sostenuto da strumenti acustici ed elettronici usati con sapienza e coerenza, nonché da una gestualità a tratti estrema; il set è diviso in due parti distinte unite dallo stesso carattere contemporaneo, decadente ed espressionista. It has become something like this (È diventato qualcosa del genere) è il titolo straordinariamente significativo dell’esibizione che porta l’artista a fondere il corpo con gli strumenti, compresi quelli elettronici usati con l’ausilio di dispositivi personali, e a creare un’atmosfera struggente e incisiva tale da raggelare l’intera platea del Teatro alle Tese in un ascolto profondo e partecipato. All’interno della creazione, sorretta da una vasta partitura, si respirano influenze che vanno dal butoh al canto tradizionale giapponese, fino alle reminiscenze del rock, che formano insieme un’opera di alto livello artistico e culturale.
Del tutto meno impegnative sono risultate le altre due performance della serata: il concerto del musicista Laraaji nella suggestiva atmosfera dell’Isolotto e l’esibizione delle canadesi Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi – quest’ultima aggiudicatasi il Leone d’Argento della Biennale. Laraaji ha proposto un semplice live con strumenti elettronici, acustici e voce che tuttavia ha avuto molto successo tra il pubblico, sistemato all’aperto con bar e tavoli per le consumazioni. La seconda performance, all’interno del Teatro alle Tese, è stata di gran lunga meno soddisfacente dal punto di vista artistico e musicale. Le composizioni di Coverdale presentano un dubbio valore artistico, basandosi su lunghi suoni tenuti con qualche cambio di sonorità e un’eccessiva componente visiva di music embodiment che, tuttavia, non è sufficiente a distrarre dalla scarsezza della scrittura musicale.
Tra gli eventi collaterali legati alla musica in maniera indiretta è stato molto interessante il workshop di risata meditativa che Laraaji ha proposto la mattina successiva e che, attraverso un percorso di meditazione e deep relaxation, ha introdotto ai presenti una metodologia nuova ed efficace di benessere per il corpo e per lo spirito.
Un altro evento che merita una nota è stata la celebrazione polifonica della cultura dei baloeiros brasiliani, con la mostra dei balões negli spazi della Biennale e un momento toccante di lancio da parte dell’Isolotto, cerimonia considerata un crimine in Brasile. Accompagnato dalla musica preparata dagli stessi baloeiros, un enorme balloon è stato gonfiato e fatto sollevare in un lancio simbolico tra gli spettatori.
Sulla programmazione complessiva del Festival pesa la quasi totale assenza della musica contemporanea colta – persino di quella elettronica -, a favore di generi poco adatti alla storia della Biennale. Preoccupa, inoltre, il divario tra la maturità del Leone d’Oro alla carriera Keiji Haino e le proposte dei giovani musicisti. In futuro, sarebbe auspicabile una selezione più ampia ed equilibrata, in grado di restituire un panorama più fedele della musica attuale, italiana e internazionale.






















