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«Bohème» al Regio, evergreen con la regia storica di Patroni Griffi

Attilio Piovano di Attilio Piovano
2 Aprile 2012
in OPERA
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Home OPERA
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Buona l’affluenza di pubblico per l’opera di Puccini in scena al Regio di Torino: sei le recite da ieri sera, 6 marzo, al prossimo 17 di questo mese, già tutto esaurito il 15 in prevendita


di Attilio Piovano


Si tratta dell’ormai celebre (e fortunato) allestimento – che ha riscosso un meritato successo a Tokyo e Yokohama nella tournée in Giappone del 2010 – con le belle scene e i costumi di Aldo Terlizzi e Patroni Griffi: scene amabili e realistiche, comme il faut senza peraltro essere banali, sagacemente fedeli, ma con fantasia e creatività, a quelle dello Hohenstein che contribuirono a decretare il successo dell’opera nel febbraio del 1896, scene non a caso ideate nel 1996 per la «Bohème del centenario» (il capolavoro pucciniano proprio al Regio vide la sua prima rappresentazione assoluta il 1° febbraio 1896) ed ora molto opportunamente riprese. Del resto, pare quasi ovvio ribadirlo, in Bohème la soffitta deve essere una vera soffitta, con tanto di stufa, tavolo e cavalletto, dalla quale contemplare i proverbiali  e parigini «cieli bigi». La neve poi, per l’alba alla Barriera d’Enfer, dev’essere davvero tale, cadere a fiocchi copiosamente e stupire come in una cartolina, e così la ricostruzione del Quartiere Latino deve saper suggerire il «lezzo di frittelle» e financo le «leccornie» evocate dagli immortali versi della premiata ditta Illica & Giacosa. E allora ecco quei tavolini in ghisa e, sulla destra di uno spiazzo urbano, quella struttura in vetro opalescente (a suggerire il contrasto tra il tepore interno del celeberrimo e famigerato caffè Momus e il freddo pungente, la vigilia di Natale), uno scorcio parigino dove far muovere i protagonisti attorniati da un bagno di folla policroma, vociante.


Del resto, pare quasi ovvio ribadirlo, in Bohème la soffitta deve essere una vera soffitta, con tanto di stufa, tavolo e cavalletto, dalla quale contemplare i proverbiali e parigini «cieli bigi»


La regia è quella ormai storica di Patroni Griffi, ripresa da Vittorio Borrelli, una regia pulita e dinamica, attenta a muovere i personaggi con efficacia e gusto, nelle scene di massa (molto d’effetto l’arrivo della Ritirata militare ed il suo muoversi in scena seguita da studenti e sartine che la seguono sulla destra del palcoscenico), ma una regia che si concentra anche con meticolosa precisione sull’intimismo nei momenti clou dell’immortale partitura.

Massimo Zanetti, dal podio, bene assecondato da un’orchestra in buona forma (ed iperattiva, visto che in tempi stretti ha riproposto «Barbiere» e «Butterfly» e a breve si appresa ad affrontare «Rigoletto»), ha dato una lettura dell’opera improntata a dinamismo e scioltezza. Ritmi incalzanti e scorrevoli, dunque, fin dall’esordio, come occorre, ma avremmo desiderato più cura nella dinamica (appiattita per lo più dal mezzo forte in su, col rischio – talora – di soverchiare un poco le voci) avremmo auspicato alcune sottolineature doverose e necessarie per i momenti di maggior patetismo: per dire, «Che gelida manina» giunge alle orecchie del pubblico come qualcosa di… già iniziato, occorre un indugio, un respiro. Lo stesso dicasi per le molte altre celebri arie (da «Vecchia zimarra», scivolata un poco via, a «Sono andati» che pure qualche emozione l’ha regalata); Zanetti, certo, ha inteso privilegiare la continuità, temendo forse il rischio di ‘spezzettare’ il fluire del discorso, sacrosanto principio, ci mancherebbe, ma a nostro avviso occorrerebbe centellinare maggiormente più d’un dettaglio. Di grande efficacia, però occorre ammetterlo (dal punto di vista della direzione e dell’orchestra) l’epilogo, pieno di pathos, senza smancerie e inutili sdolcinature, da groppo in gola.

Ed ora il cast: Maria Agresta ha dato corpo ad una Mimì in complesso convincente ed efficace, molto apprezzati i suoi pianissimi e le sue raffinate emissioni vocali, specie in «Mi chiamano Mimì» (forse un poco carente sul piano scenico), mentre la parte di Musetta è affidata all’ottimo soprano francese Norah Amsellem, davvero molto valida sotto il profilo vocale (di fatto il nome di punta dell’intero cast, beninteso a nostro avviso) e con un’ottima capacità di tenere la scena disimpegnando in maniera più che convincente il ruolo della civettuola fanciulla. Ha tenuto col fiato sospeso in «Quando men vo’» affrontata con conturbante souplesse (cui però corrispondeva una certa rigidità in orchestra) Il tenore Massimiliano Pisapia, che pure è stato ammirato ed apprezzato nella recente «Butterfly» in questo caso si rivela un Rodolfo non così incisivo come si vorrebbe: entusiasmo sì, a partire  dai «Cieli bigi» sino alla seconda parte di «Che gelida manina», ovvero «Chi son? Sono un poeta» (fin troppo entusiasmo, forse), sicurezza nell’emissione vocale, sia pure con alcune licenze qua e là tra le pieghe della partitura, ma la sua partecipazione psicologica al personaggio non pare totale, insomma lo si ritrova a pochi giorni dalla «Butterfly» in un ruolo forse  a lui non del tutto confacente e congeniale. Peraltro il pubblico lo ha gratificato (quanto meno ieri sera, alla ‘prima’) di applausi sonori, sia pure misurati, come del resto sempre accade col pubblico del turno A, mediamente un poco sussiegoso, se non talora addirittura freddo. Nel ruolo di Marcello è impegnato il baritono Claudio Sgura che disimpegna correttamente la sua parte  mentre  a Fabio Previati spetta  il personaggio di Schaunard e a Nicola Ulivieri quello di Colline: tutti allineati su un buon livello (in «Vecchia zimarra» però ci vorrebbe una voce un poco più profonda, autorevole e, anche in questo caso, più partecipazione). Un cenno al Benoit di Matteo Peirone, arguto e simpatico, col  rischio sempre in agguato di trasformare il personaggio in una improbabile macchietta: la tentazione di cedere al gigionismo e sbracare è dietro l’angolo. Gli è riuscito di evitare suddetti rischi… per così dire all’80% ed è stato applaudito nel celebre passo («Dica, quanti  anni avrà, caro signor Benoit» «Su per giù la nostra età» «Di più, di più, molti di più») proposto con innegabile spasso. Come da abitudine gli spettava altresì il ruolo di Alcindoro e anche qui se l’è cavata bene, pure sotto il profilo scenico, mentre Musetta ‘scandalizzava’, come da copione, scoprendo le caviglie,  idem dicasi del Parpignol di Dario Prola.

Ottimo il coro affidato alle cure meticolose di Claudio Fenoglio e così pure molto, molto bene il coro di voci bianche del Regio e del Conservatorio ‘G. Verdi’ (compresa la voce a solo che, per fortuna intonata ed udibile, proclama «Vo’ la tromba, il cavallin»). Da ultimo alcuni dettagli: davvero efficaci le luci di Andrea Anfossi, calde ed ambrate per il Quartiere latino, fredde per la scena dei doganieri alla Barriera d’Enfer, particolarmente apprezzata poi la scelta di farle diventare improvvisamente livide nel quarto quadro, all’ingresso di Musetta che si sente male, dopo che i quattro hanno scherzato e improvvisato rumorosamente, con giovanile ed euforica baldanza, la loro «azione coreografica» con tanto di gavotta, minuetto, pavanella e fandango. E ancora, a questo  punto merita sottolineare l’ottima prova fornita dal quartetto dei protagonisti maschili quanto a movimenti in scena, appropriati e sempre coinvolgenti: nei battibecchi del secondo quadro, nella citata scena dell’«azione coreografica» col delizioso calco pucciniano  di una musica settecentesca, come pur nel tragico epilogo che, immancabilmente, facendo presa sul lato emotivo, strappa l’applauso e innesca qualche luccicone.

© Riproduzione riservata

Tags: Claudio SguraFabio PreviatiGiacomo PucciniMaria AgrestaMassimiliano PisapiaMassimo ZanettiMatteo PeironeNicola UlivieriNorah AmsellemPatroni GriffiVittorio Borrelli
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Attilio Piovano

Attilio Piovano

Attilio Piovano (Torino, 1958), musicologo, scrittore e musicista, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (1995 e 2022), i racconti musicali La stella amica (2002), Il segreto di Stravinskij (2006) e L’uomo del metrò (2016 e 2020). Inoltre i romanzi L’Aprilia blu (2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (2009), la raccolta di racconti brevi Il quadrifoglio meccanico (2023) e il romanzo psicologico Il tatuaggio della farfalla (2024). Saggista e conferenziere, vanta collaborazioni con La Scala, Opéra Royal Liège, RAI, La Fenice, Opera di Roma, Lirico di Cagliari, Coccia di Novara, Carlo Felice di Genova, Petruzzelli di Bari, Teatro Nuovo ‘Giovanni da Udine’, Stresa Festival, Orchestra Camerata Ducale, Festival MiTo, Unione Musicale, Teatro Regio, Lingotto Musica, Politecnico di Torino. Titolare di Storia della Musica al Conservatorio “G. Verdi” di Torino, è stato Direttore Artistico dell’OFT.

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Commenti 2

  1. Claudio says:
    15 anni fa

    Caro Sig.Piovano, La ringrazio di cuore per avermi risposto!!! Un caro saluto! A presto.
    Claudio Sgura.

    Rispondi
  2. Paolo says:
    15 anni fa

    E nella soggettività … Io ho trovato la punta di forza dell’opera proprio nella Mimí della Signora Agresta. Vocalmente ineccepibile a partire dalla sua sortita, per non parlare del bellissimo terzo atto e poi di un quarto atto in cui la sofferenza di Mimí non era scontata, ma viva e toccante nei fiati, nei singhiozzi e nele intenzioni, con voce plasmata come si conviene ad una grande artista! Scenicamente ha spaziato dalla ragazza frivola e innamorata alla donna colpita da un terribile destino! Brava e ancora brava!
    Ho apprezzato anche il resto del cast: bravo Sgura, ottimo Marcello, brava la signora Amsellem.
    Quanto alla direzione: piatta e incolore!

    Rispondi

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