«Giulio Cesare» a New York

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Foto Marty Sohl/Met Opera

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Opera Approda al Met la versione McVicar dell’opera händeliana. Lo spettacolo, già in scena a Glyndebourne nel 2005, rimane pienamente efficace sotto ogni punto di vista, anche per merito del talento vocale e scenico di Natalie Dessay, Cleopatra frizzante e moderna


di Riccardo Rocca


Nonostante la storia esecutiva del Giulio Cesare in Egitto di Händel nella Grande Mela vanti una pietra miliare nella celebre produzione del 1966 alla New York City Opera, nota ad ogni appassionato per la rivelatrice apparizione di Beverly Sills quale Cleopatra, il primo Cesare al più conservatore Metropolitan approdò soltanto nel 1988 in uno spettacolo di John Copley diretto da Trevor Pinnock. Ad oltre vent’anni di distanza, dunque, arriva al Lincoln Center la applauditissima, e già immortalata in video, produzione di Glyndebourne 2005, capolavoro del regista David McVicar. Stiamo parlando di uno spettacolo eccellente sotto tutti i punti di vista: si tratti delle ambientazioni, del lavoro sulla prossemica, della drammaturgia complessiva o dell’impiego della danza, forse l’elemento in questo caso più caratterizzante. Il susseguirsi inesorabile delle ripetizioni della forma barocca viene sfruttato da McVicar attraverso meravigliose coreografie danzanti eseguite dagli stessi interpreti vocali in un’intesa perfetta con la musica. L’impatto teatrale che ne deriva è infatti incredibile: arie infinite diventano oasi di bellezza e miniature di affetti autentici e penetranti. Un teatro di ironie ed allusioni, quello di McVicar, in cui, filtrate da Händel, scorre l’intero ventaglio dei sentimenti umani. Ogni gesto scenico è poi riflesso di un gesto musicale: ripensiamo all’incedere solenne del corno solo in “Va tacito e nascosto” – celeberrima aria di Cesare la cui cifra è da McVicar rappresentata scenicamente con un suggestivo connubio di riflessività e marzialità – , alla indescrivibile vera e propria ‘regia della musica’ di “Al lampo dell’armi” o ai balletti delle diverse arie di Cleopatra nelle quali il regista non perde naturalmente l’occasione di sbizzarrirsi con una delle personalità a tutto tondo più brillanti ed entusiasmanti dell’opera dei nostri tempi: Natalie Dessay.

Sebbene a Glyndebourne la produzione sia nata con Danielle de Niese, è strabiliante vedere come essa ora possa sembrare perfettamente cucita sulla Dessay, la sua fisicità e addirittura sulla sua inarrestabile verve gianburraschiana solo apparentemente incompatibile con la regina d’Egitto. Suoneranno ora scontati gli elogi ad una virtuosa che sempre con maggiore astuzia ed intelligenza sembra saper selezionare i ruoli a lei più congeniali per tessitura e personalità: un ruolo come quello di Cleopatra, che Händel scrisse per la gloriosa Francesca Cuzzoni, calza oggi a pennello per una Dessay dalla voce accorciata ma arricchitasi di nuovi colori. La Dessay ne fa una regina frizzante e moderna, dal fascino schietto e lucente, grazie ad un dominio della scena ed un virtuosismo da strepitosa cantante-ballerina, collocandosi così non solo tra le più grandi interpreti del ruolo ma anche confermandosi una delle più talentuose artiste della scena, non solo operistica, di sempre.

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La presenza nei panni di Cesare di David Daniels, ossia di uno dei più noti e amati controtenori di oggi, ha ribadito una tradizione oggi ampiamente consolidata che prevede di affidare agli attuali controtenori i ruoli che vennero composti e pensati per i grandi castrati del passato. Anche i più valenti come Daniels, però, vengono spesso avvertiti come soluzione di compromesso rispetto a scritture vocali di cui quelle incredibili ugole del passato sono state modello. I castrati dell’epoca, infatti, non solo erano uomini che cantavano con voce acuta: essi potevano anche esibire riserve di fiato, doti virtuosistiche e soprattutto una naturalezza espressiva che talora sono estranee a chi oggi, pur in maniera eccelsa, utilizza costruite vocalità di falsetto. È così che anche un artista ammirevole come Daniels è risultato in teatro in possesso di una vocalità un poco fiacca, limitata nelle dinamiche, goffa nei tentativi di fraseggio e non fluida nel canto di agilità proprio quando invece necessiteremmo, in una parte scritta per Senesino, di un(a) virtuoso/a di prima classe capace di alternare fuochi d’artificio a frasi morbide e sfumate.

Molto meglio invece, a questo proposito, il controtenore Christophe Dumaux che, nella parte di carattere di Tolomeo scritta per il castrato Brenstadt, si è esposto a rischi limitati. Di ottimo livello e talora toccanti sono stati i contributi di tutti gli altri interpreti, in particolare di Patricia Bardon ed Alice Coote nei rispettivi panni di Cornelia e Sesto Pompeo. La valida concertazione di Harry Bicket si è poi avvalsa della smagliante orchestra del Metropolitan, dimostratasi, nonostante sonorità lontane dalle più moderne avanguardie barocche europee, ragionevolmente flessibile e plasmabile. Un plauso conclusivo va al bravissimo David Chan, agile e saltellante violinista duettante in scena con Daniels nell’aria “Se in fiorito ameno prato”.

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L'autore: Riccardo Rocca

Nato a Torino, consegue la maturità classica presso il Liceo 'Carlo Botta' di Ivrea, si laurea in Musicologia con Fabrizio Della Seta presso l'Università di Pavia con una tesi su un'opera di Manuel García senior ed una sull'interpretazione di Carlos Kleiber de 'La traviata'. Continua gli studi di Composizione con Carlo Alessandro Landini ed Elio Scaravella presso il Conservatorio 'Giuseppe Nicolini' di Piacenza. Collaboratore di testate quali 'Sipario', 'Musica' e 'il Corriere Musicale', è stato archivista dell'Opera di Stoccarda ed è attivo come pianista accompagnatore. Intorno alla musica dell'età di Rossini ed ai rapporti tra filologia ed esecuzione si concentrano i suoi interessi musicologici.

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