«Il suono della memoria», Biennale Musica 2015

Tutto colto con grande finezza e musicalità da Johannes Kalitzke sul podio del Klangforum Wien. Peccato che questa materia musicale, così raffinata, non risultasse sempre ben intessuta insieme, e soprattutto che la concatenazione dei tre pannelli non generasse un’arcata musicale di ampio respiro, cosicché lo spettacolo nel suo complesso (durava 70 minuti) risultava poco compatto e privo di una tensione costante. Né giovava alla causa la parte video, realizzata in tempo reale, con le immagini che reagivano ai suoni attraverso dei sensori, ma in modo caotico e un po’ ingenuo, giocando su fughe prospettiche, reticoli luminosi, linee ondeggianti, immagini di un cubo che si espandeva all’infinito, facendo roteare frammenti del quadri di Mantegna e delle poesie di Sanguineti.

Una forte componente teatrale avevano anche i lavori di Lara Morciano, Fabio Cifariello Ciardi e Nicola Sani. Estremo d’ombra della Morciano, per cinque solisti – flauto (Mario Caroli), sassofono (Claude Delangle), trombone (Benny Sluchin), viola (Garth Knox), contrabbasso (Nicolas Crosse) – e elettronica, era una prima assoluta scritta su commissione della Biennale e dell’IRCAM. La compositrice, allieva di Ada Gentile al Conservatorio di Roma, poi di Franco Donatoni e di Ivan Fedele, ha intrecciato le linee dei cinque strumenti per esplorarne limiti e interferenze: «alla ricerca di differenti aggregazioni, in un percorso teso tra peculiarità e “coralità”, scrittura solistica e densità strumentale, espressività interpretativa e interazione col dispositivo elettroacustico in tempo reale, concepito anch’esso in maniera articolata e complementare al virtuosismo strumentale». Il risultato era una trama strumentale fitta, mobilissima, che veniva distorta e spazializzata dall’elettronica, e che creava un’atmosfera misteriosa, grazie anche ai movimenti dei cinque interpreti immersi nel buio, che usavano leggi retroilluminati e si aggiravano sul palco con faretti legati alle braccia o alle gambe, come strani speleologi del suono.

In Giochi e passaggi Cifariello Ciardi ha fuso insieme dei precedenti lavori per viola (Finzioni) e per contrabbasso (Games), riprendendo un vecchio armamentario postmoderno e polistilistico, con una scrittura strumentale tematica e un po’ vintage, intrecciata con rumori elettronici, suoni d’acqua, effetti metallici, anche qui con il violista (Knox) che deambulava sul palcoscenico. Più ambizioso e multimediale, Chemical Free (?) di Sani chiamava in causa tre strumenti, il flauto iperbasso di Roberto Fabbriciani, il pianoforte di Aldo Orvieto e il contrabbasso di Davide Roccato, dislocati in punti diversi dello spazio scenico. Questi tre strumenti, che si alternavano in tre lunghe sequenze solistiche, erano usati come puri generatori di suoni, grazie a dispositivi di motion capture e live electronics, non per generare trame musicali, ma per realizzare una sorta di viaggio nel «microcosmo della materia», per svelare «la struttura molecolare della materia sonora». L’idea era affascinante, il risultato meno, perché non emergeva una vera e propria drammaturgìa sonora, e il profluvio di suoni (e di decibel), con ruvide fasce rumoristiche, le esplosioni improvvise, le sorde turbolenze, generavano presto un effetto di saturazione, raffreddando la temperatura drammatica. Sovrabbondante anche il video di David Ryan, un collage di immagini di fumi, gas, circuiti elettrici, led lampeggianti, deserti, mari, cretti, mesti squarci industriali, formule matematiche e citazioni di testi scientifici, da Lucrezio a Marie Curie. (prosegui alla pagina successiva)


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L'autore: Gianluigi Mattietti

Docente di Storia della musica all'Università di Cagliari, autore di saggi e studi sulla musica del Novecento e contemporanea, collabora come critico musicale con le riviste Amadeus, The Classic Voice, Musica, Il Giornale della Musica, Golem informazione, Il Corriere Musicale.

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